lunedì 22 settembre 2008

Marcello, Silvio e la mafia (parte 13)

Tutti i fatti e le testimonianze riportati di seguito sono tratti dalla sentenza di primo grado dell'11 dicembre del 2004 da parte della II sezione penale del Tribunale di Palermo, che ha condannato l'imputato Marcello Dell'Utri a nove anni di reclusione.

CAPITOLO 13
Il segugio delle antenne

Il 23 aprile 1981 il boss assoluto di Cosa Nostra Stefano Bontate rimane vittima della guerra di mafia scatenata dai corleonesi, capeggiati da Totò Riina. Poco tempo dopo anche Mimmo Teresi, potentissimo imprenditore da sempre legato a Bontate, trova la morte per mano della “lupara bianca”. Sia Bontate che Teresi facevano capo alla stessa famiglia mafiosa di Santa Maria del Gesù. Riina innesca così nei primi anni ottanta un turbinio impressionante di morti ammazzati. Il motivo è chiaro: ottenere la supremazia dei corleonesi sulle altre famiglie mafiose. La violenza e la crudeltà di tali delitti colgono impreparate tutte le famiglie mafiosi rivali. Nel 1983, al termine della guerra di mafia, Riina diviene il nuovo boss della mafia siciliana imponendo uno scarto radicale rispetto al passato. La sua è una gestione violenta e dittatoriale, basata sul terrore e i colpi di lupara.

Come cambiano dunque i rapporti tra Dell'Utri, Berlusconi, la Fininvest e i capi di Cosa Nostra? Abbiamo già avuto modo di vedere come tutta una serie di finanziamenti costanti si fosse intrattenuta da ambo le parti (da Fininvest a Cosa Nostra e viceversa con Dell'Utri come mediatore) durante il periodo di egemonia di Bontate. Che ne è di questi affari comuni? Continuano anche ora che a capo della cupola mafiosa si è insediata l'ala più sanguinaria della storia?

Per capirlo è necessario approfondire il tentativo di radicamento da parte della Fininvest in Sicilia. La strategia di Silvio Berlusconi è quella di acquistare emittenti televisive private siciliane per poi arrivare a una diffusione generale dei canali dell'azienda milanese su tutto il territorio nazionale. Il pentito Di Carlo racconta come negli anni tra il '77 e il '78 il solito Tanino Cinà, per conto di Dell'Utri, aveva chiesto aiuto a Cosa Nostra per l'installazione delle antenne televisive sul territorio siciliano, in particolare sul monte Pellegrino. Bontate e Teresi se ne occuperanno direttamente trattando con Saro Riccobono e Ciccio Madonia, capi della famiglia mafiosa di San Lorenzo, che aveva la giurisdizione su quel lembo di terra.

In effetti risulta provato che proprio in quegli anni (1979/80) la Fininvest, tramite una società satellite (Rete Sicilia s.r.l.), acquisisce l'emittente locale TVR Sicilia, che diventerà l'avamposto isolano di TeleMilano, la futura Canale 5. Il titolare di TVR Sicilia era un certo Antonio Inzaranto, imprenditore edile di Termini Imerese, in stretti rapporti con Tommaso Buscetta. Sentito come teste in sede dibattimentale, Inzaranto renderà dichiarazioni confuse, lacunose, molto reticenti e in parte contraddittorie. Il PM più volte perderà la calma: l'intento da parte del teste di difendere la propria posizione risulterà in alcuni casi tragicomico, come quando ad una stessa domanda risponderà convintissimo prima no e poi sì nell'arco di un paio di minuti. Dalla deposizione resa non si riesce bene a capire quale sia il motivo di tanto evidente imbarazzo: probabilmente sta cercando semplicemente di difendere qualcosa o qualcuno oltre a se stesso.

Dei fatti però emergono chiari. Il 21 dicembre 1979 risulta dagli atti che viene formalmente costituita Rete Sicilia s.r.l. Il 13 novembre dell'anno successivo Rete Sicilia subentra a TVR. L'operazione si aggira attorno ai 200 milioni di lire. Inzaranto però non lascia completamente. Chiede di avere l'1% dei proventi. La cosa buffa è che il gruppo Fininvest non solo accetta, ma lo lascia a capo di Rete Sicilia come direttore per altri nove anni, fino al 1988.

Come si è sviluppata in realtà questa operazione? Non è chiaro. A quanto pare Inzaranto già in precedenza aveva rapporti con Canale 5, da cui si faceva pervenire le videocassette dei film da mandare in onda. Non si capisce chi abbia fatto la prima mossa. Molto probabilmente la verità sta nel mezzo. Inzaranto si trovava in gravi difficoltà economiche e cercava un acquirente. Il gruppo Fininvest voleva espandersi sul territorio nazionale. Le due parti già avevano contatti e il matrimonio è stato cosa automatica. Ma forse c'è dell'altro.

Chi ha gestito l'acquisto? Due personaggi molto legati a Berlusconi, ovviamente: Luigi Lacchini e Adriano Galliani. Sì, proprio lui, l'attuale vicepresidente del Milan. Il giorno dopo aver saputo che la società siciliana era in vendita, Galliani e Lacchini si presentano in coppia a Palermo negli studi di Inzarato. Fanno un'offerta di 200 milioni. Inzarato non fa una piega. Dice sì al volo e si intasca i soldi. Tutti e tre si autonominano consiglieri di amministrazione di Rete Sicila s.r.l. Tutto avviene nell'arco di una giornata.

Pare improbabile, quasi comico, pensare, come afferma Inzarato, che lui non fosse assolutamente a conoscenza che dietro l'operazione ci fosse il gruppo di Silvio Berlusconi. Il PM ironizza sulla faccenda: “Ho capito, cioè li ha visti e immediatamente ha deciso che erano delle persone affidabili e che voleva concludere il contratto il giorno stesso”. Inzarato risponde convinto: “Sì!”.

Inzarato conferma anche che, nel momento di fondazione di TVR, la prima emittente locale, aveva dovuto installare dei ripetitori proprio sul monte Pellegrino, tra l'altro territorio abusivo. A questo punto è immediato collegare i fatti e pensare che, in realtà, già allora, dietro all'installazione di quelle antenne ci fosse quella famosa richiesta a Cosa Nostra, ricordata da Di Carlo e sollecitata da Antonino Cinà per conto di Dell'Utri e Berlusconi. Il PM tenta di approfondire infatti la questione, ma Inzarato nega qualunque contatto con i capi mafiosi. Dice di non aver mai ricevuto richieste di pizzo. Sfiora il ridicolo quando dichiara di non essere nemmeno a conoscenza di un'organizzazione mafiosa di nome Cosa Nostra. O, al massimo di averne sentito parlare solo alla radio. Reticenze che lasciano intendere molto di più di una confessione.

Inzarato dunque rimane nella società come Presidente. In realtà è semplicemente un prestanome. Non controlla assolutamente nulla. Firma le carte che Galliani gli sottopone senza nemmeno sapere di cosa si tratti. E per il resto? Niente. Lo dichiara lui stesso: “Non facevo niente”. Andava negli studi la mattina, guardava gli impiegati lavorare e tornava a casa la sera. Prendeva un bello stipendio (18 milioni l'anno più dividendi) e tanto gli bastava.

Di una cosa però si occupava: acquisto di terreni. Terreni su cui edificare le famose antenne, ovviamente. Evidentemente, nello scovare luoghi adatti all'installazione di ripetirori, specie se luoghi abusivi e in mano a Cosa Nostra, doveva essere un segugio di razza.

martedì 16 settembre 2008

Col sorriso sulle labbra


Quello a cui si sta assistendo in queste ore non è altro che una bieca riedizione di ciò che andò in scena più di sei anni fa, per la precisione il 5 luglio 2002, in pieno governo Berlusconi II. Allora, due delle massime organizzazioni sindacali del paese, CISL e UIL, fregandosene di una sempre sbandierata e mai concretizzata "unità delle sigle sindacali", decidevano, in completo disaccordo con la CGIL, di raggiungere con Confindustria il famoso accordo, denominato con un nome altisonante, nel solco della più tipica propaganda berlusconiana, Patto per l'Italia.


Quel patto, che era stato fortemente voluto da Confindustria e che era una versione riveduta e corretta del deleterio accordo del '93, firmato anche dalla CGIL, ha avuto come conseguenza un pesante danneggiamento delle condizioni dei lavoratori senza consentire una reale difesa dell'occupazione. Si ponevano le basi, tanto per dire, dell'abolizione dell'articolo 18, prefigurando così la possibilità del "licenziamento libero, senza giusta causa" da parte delle aziende. Allora, la CGIL portò migliaia di lavoratori in piazza per protestare contro l'accordo, esempio lampante di inciucio mal celato, ottenuto a tavolino tra CISL e UIL da una parte e Confindustria e governo dall'altra.

Oggi la situazione è molto simile. Bonanni, leader della CISL, sulla scia dei suoi predecessori supinamente asserviti a Confindustria, parla di ottimismo per un accordo con la CAI (Compagnia di Avvoltoi Italiani) sulla questione Alitalia. Fregandosene bellamente di tutte le sigle sindacali autonome e e dall'associazione piloti, che da giorni fanno le barricate negli aeroporti italiani chiedendo serietà nelle trattative e una garanzia di un futuro onorevole, Bonanni vuole assolutamente arrivare ad un accordo con il governo. Mettendo, tra l'altro, in posizione di forte disagio la CGIL, molto meno morbida su questo fronte e già accusata da Scajola di operare sotto influenze politiche.

Il PD nicchia. Fino a pochi giorni fa aveva sparato a zero sul disastroso e irresponsabile comportamento del governo in questa vicenda. Ora, sotto la minaccia di Berlusconi ("Se Alitalia fallirà, sarà solo colpa dei sindacati"), il fido Bonanni ha scodinzolato e ha assicurato che l'accordo si farà: gli esuberi saranno solamente poco più di tremila e gli stipendi rimarranno immutati, a patto che aumenteranno le ore di lavoro. Per la serie: come prenderlo in quel posto col sorriso sulle labbra. Di conseguenza, il PD, sulla minaccia di una disgregazione delle sigle sindacali, ora dovrà mediare e il ministro ombra Bersani si è già dimostrato più possibilista sull'accordo.

Berlusconi, nel frattempo, dagli studi di Porta a Porta, in cui ha inscenato, tra i risolini viscidi di Vespa, disgustosi duetti con la ancora più disgustosa campionessa (?) olimpica Valentina Vezzali ("Presidente! Da lei mi farei toccare!"), col sorriso sulle labbra delira sul numero dei licenziamenti, senza che Vespa faccia una piega, affermando che con Air France gli esuberi sarebbero stati almeno il doppio (in realtà sarebbero stati 1500 in meno di quanto si paventi ora), lancia anatemi contro chiunque si apponga all'accordo definendo "irresponsabili" coloro che si rifiutano di firmare il vergognoso "piano Fenice" da lui orchestrato insieme ai suoi amichetti imprenditori della sinistra e mente sul fatto che Alitalia non verrà svenduta a compagnie estere nei prossimi cinque anni.

Quale sarà il risultato? Semplice. Il giro di valzer è noto. Berlusconi fa una porcata. La sinistra urla allo scandalo. Berlusconi intima ai sindacati di prendere o lasciare, li minaccia, li mette con le spalle al muro. I sindacati asserviti, gli stessi che hanno fatto saltare l'accordo con Air France, rispondono "sì padrone". Quelli non asserviti urlano allo scandalo. I sindacati si spaccano. La sinistra si spacca: non si deve mica fare la figura degli irresponsabili. La sinistra apre ad un accordo. I sindacati asserviti esultano. Il governo si congratula. L'accordo si farà tra brindisi e sollazzi. I lavoratori piangono, urlano e protestano. Ma quelli ormai, chi li sente più?

E' l'eterno equivoco di questa sinistra.
Dialogare significa aprire a tutte le porcate berlusconiane.
Essere responsabili significa accettarle col sorriso sulle labbra.

Mai che il dialogo venga preteso in senso opposto.
Mai che il senso di responsabilità venga preteso dalla maggioranza.
Loro no. Loro possono fare e disfare come vogliono.
Dopo tutto hanno il consenso degli Italiani.
Oggi la fiducia nel Presidente del Consiglio è salita al 66%.

mercoledì 10 settembre 2008

Marcello, Silvio e la mafia (parte 12)

Tutti i fatti e le testimonianze riportati di seguito sono tratti dalla sentenza di primo grado dell'11 dicembre del 2004 da parte della II sezione penale del Tribunale di Palermo, che ha condannato l'imputato Marcello Dell'Utri a nove anni di reclusione.

CAPITOLO 12
Palermo, terra di conquista

Il 26 marzo 1994 il professor Aurelio Angelini, docente presso l'Università di Caltanissetta, si reca alla Procura della Repubblica di Palermo per presentare un esposto sulle vicende che riguardano il risanamento del centro storico del capoluogo siciliano. Angelini, oltre a svolgere l'attività di docente universitario, è anche portavoce regionale e componente dell'ufficio politico dei Verdi. L'esposto nasce dal timore che sul centro storico di Palermo confluiscano interessi politico-mafiosi che non avrebbero esitato a deturpare la città con colate di cemento per ottenere il massimo del profitto. Se si pensa poi che il sindaco di Palermo a quel tempo era un certo Vito Ciancimino, considerato l'anello di congiunzione tra gli interessi mafiosi locali e quelli imprenditoriali del Nord, si capisce come le paure di Angelini fossero più che fondate.

Non a caso il pentito Salvatore Cancemi aveva riferito che sul progetto di risanamento del centro storico di Palermo aveva messo gli occhi il gruppo imprenditoriale milanese facente capo a Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri. Che pure la mafia fosse interessata al progetto lo conferma un altro pentito eccellente, Tommaso Buscetta, il quale racconta che Pippo Calò l'aveva invitato a non lasciare la Sicilia poichè c'era la concreta possibilità di fare grossi guadagni col centro storico di Palermo. Ciancimino, racconta Buscetta, era nelle mani dei corleonesi di Totò Riina.

Consigliere comunale a Palermo dal 1985 al 1992, Alberto Mangano riferisce che riguardo agli interessi imprenditoriali del nord sul centro storico "circolavano dei nomi. Il nome del gruppo Gardini era il primo che veniva fatto e anche allora il nome del gruppo che faceva capo a Berlusconi, individuando in questi due gruppi imprenditoriali quelli più più grossi e quindi in grado, probabilmente, di fare operazioni di questo genere. Mentre sul gruppo Gardini già si era
a conoscenza dell’operazione fatta a Pizzo Sella, per capire, viceversa, sul gruppo che faceva capo a Berlusconi non c’erano altre operazioni..."
Un altro consigliere regionale della DC, Vito Riggio, eletto deputato in Parlamento nel 1987, presenta un'interrogazione al Ministro delle Finanze per chiedere ragguagli sui trasferimenti di proprietà nel centro storico di Palermo degli ultimi dieci anni. Il concreto timore era che "qualcuno, informato delle varianti di piano, avesse provveduto ad acquisire, si suppone a scarso prezzo, aree poi valorizzate dal nuovo piano". A tale interrogazione parlamentare non verrà mai data una risposta.
In realtà, poi, tutte le perizie disposte dal Tribunale non sono riuscite ad accertare se effettivamente la Fininvest avesse delle mire sul centro storico di Palermo. In particolare, non si è riusciti a capire se un'annotazione del 12 maggio 1992 rinvenuta negli appunti sequestrati a Dell'Utri che recitava "Maniscalco, appuntamento cinque minuti" fosse da riferirsi ai costruttori Maniscalco, che si sono occupati del risanamento del centro storico di Palermo. Dunque, nulla porta a ritenere credibili le dichiarazioni di Cancemi, Buscetta e Mutolo, che raccontavano come all'interno di Cosa Nostra circolasse la voce di un interessamento di Berlusconi alla Sicilia.
Nulla. Se non fosse per un piccolo particolare, a dire il vero agghiacciante.
Lo stesso Marcello Dell'Utri, nel corso dell'interrogatorio reso al P.M. di Palermo il 1 luglio 1996, dà di queste dicerie una spiegazione alquanto particolare: i rapporti che intercorrevano tra Vittorio Mangano, lui e Berlusconi erano a tal punto "notori" nell'ambiente mafioso palermitano, che in Cosa Nostra erano iniziate a circolare alcune voci...

lunedì 8 settembre 2008

Marcello, Silvio e la mafia (parte 11)

Tutti i fatti e le testimonianze riportati di seguito sono tratti dalla sentenza di primo grado dell'11 dicembre del 2004 da parte della II sezione penale del Tribunale di Palermo, che ha condannato l'imputato Marcello Dell'Utri a nove anni di reclusione.

CAPITOLO 11
Sardegna, terra di conquista

All'inizio degli anni ottanta la Sardegna diventa improvvisamente un richiamo irresistibile per la mafia siciliana che decide di reinvestire il denaro sporco (derivante principalmente dai traffici di droga) in palazzi e terreni. Particolarmente interessati ad esportare i propri interessi economici sull'isola sono Pippo Calò, capo della famiglia mafiosa di Porta Nuova, e un certo Flavio Carboni, oscuro faccendiere che si dibatte tra usurai (i cosiddetti "cravattari") da cui riceve i finanziamenti, esponenti dell'alta finanza e personaggi malavitosi appartenenti alla famosa "banda della Magliana", che a quei tempi fa il bello e il cattivo tempo nelle periferie di Roma.

I due, in realtà, sono grandi amici, come racconta il collaboratore di giustizia Angelo Siino: "Io so benissimo che Pippo Calò era in ottimi rapporti con Flavio Carboni". La circostanza è confermata anche da un altro pentito eccellente, Gaspare Mutolo: "In quel periodo c’era in Sardegna il Pippo Calò con questo Flavio Carboni ed altri personaggi, come Faldetta ecc..., che raccoglievano soldi". Il collaboratore Francesco Di Carlo aggiunge nomi e personaggi alla vicenda: "Calò aveva investito in società per fare residence e costruzioni in una costa della Sardegna ed era in società per quello che so con Flavio Carboni. Anche Di Gesu' e Nino Rotolo erano nella stessa società. Nino Rotolo era uomo d'onore, capofamiglia a Pagliarelli. Poi c'era anche un certo Abbruciati Danilo".

Il 6 luglio 1998 Antonio Mancini, esponente di spicco della banda della Magliana, confermerà l'esistenza di stretti rapporti tra il proprio gruppo criminale (primo fra tutti Danilo Abbruciati) e rappresentanti di Cosa Nostra, in particolare Pippo Calò e Stefano Bontate. Dalle sue dichiarazioni però emergerà pure che un altro gruppo imprenditoriale era molto interessato in quel periodo ad investire nel campo immobiliare in Sardegna. E, manco a dirsi, quel gruppo faceva capo a Silvio Berlusconi.

Gli interessi in gioco sono grandi e si intrecciano in maniera praticamente inestricabile. E' stato accertato, per esempio, che Danilo Abbruciati disponeva di un villino a Punta Lada di Porto Rotondo, di cui era comproprietario Domenico Balducci, altro componente della banda; oppure: lo stesso Abbruciati nel 1981 aveva frequentato la villa abitata dal banchiere Roberto Calvi e dal faccendiere Francesco Pazienza; o ancora: la villa di Flavio Carboni verrà acquistata da Silvio Berlusconi.

Il 9 dicembre 1982 Emilio Pellicani si presenta alla Procura della Repubblica di Trieste e consegna un memoriale scritto di suo pugno (poi denominato "memoriale Pellicani") che verrà inserito tra gli atti della Commissione d'inchiesta sulla P2. Emilio Pellicani conosce benissimo Flavio Carboni per essere stato suo coadiutore nella società Sofint. Cosa scrive Pellicani nel suo memoriale?

Beh, tra le altre cose, si legge che nel 1980 Flavio Carboni aveva contattato Romano Comincioli che sapeva essere amico di Silvio Berlusconi, allora proprietario del gruppo Edilnord, e gli aveva riferito del progetto di costruire a nord e a sud di Olbia. Berlusconi, entusiasta della proposta, incontra Carboni a Roma nel marzo del 1980 e insieme varano il progetto "Olbia2" (poi ribattezzato "Costa Turchese"). L'investimento iniziale è di 7 miliardi di lire. Un miliardo dei sette ce lo mette Berlusconi per l'acquisto di terreni edificabili. I proventi sarebbero stati distribuiti al 45% tra Berlusconi e Carboni, il 10% sarebbe spettato a Comincioli.

L'impegno finanziario diventa però sempre più oneroso nel tempo: i circa 1000 ettari acquistati avevano richiesto un esborso di 21 miliardi di lire. Berlusconi, nel frattempo, è alle prese con gravi problemi finanziari legati ai nuovi impegni nelle televisioni. Il connubio Berlusconi-Carboni dunque soffre di una battuta d'arresto. Carboni decide allora di guardarsi attorno alla ricerca di nuovi finanziatori e ricorrerà anche ai prestiti usurai da parte di Diotallevi e Balducci.

Il 27 agosto 1982 Silvio Berlusconi viene sentito dal dott. Dell'Osso, sostituto procuratore della repubblica di Milano, al quale rilascia le seguenti dichiarazioni.

"Non ho avuto alcun rapporto di lavoro con il defunto Roberto Calvi. Circa la mia conoscenza ed i miei rapporti con il sig. Flavio Carboni, posso dire quanto segue. Il mio gruppo ha una piccolissima attività imprenditoriale in Sardegna, a Porto Rotondo. Se ne occupa il mio amico Romano Comincioli, che opera con la società Poderada, la quale ha edificato due costruzioni e ne ha in fase di edificazione altre due. E’ stato tale mio collaboratore a parlarmi delle varie possibilità imprenditoriali che offriva la zona di Olbia, presentandomi il Sindaco Garzedda ed anche il suo successore. I predetti erano interessati ad attirare degli imprenditori della penisola che volessero operare sul posto. Per conto mio il progetto di un rilevante insediamento urbanistico nella zona, di carattere turistico ed anche residenziale costituiva una valida iniziativa imprenditoriale. Per altro, l’unica possibilità di insediamento era costituita da una zona attigua ad Olbia, indicata dagli stessi amministratori, zona i cui terreni erano in parte in mano al Carboni. Fu così che conobbi il Carboni, che mi venne presentato dal Comincioli in Olbia. Per essere più specifico ed esauriente posso dire che il Signor Comincioli è titolare di una certa società, che ha ricevuto da noi mano a mano i finanziamenti necessari per l’acquisto dei terreni, acquisto effettuato appunto tramite il Carboni. I terreni, una volta acquistati, sono stati intestati a due società fiduciarie del signor Comincioli, società che - una volta che sarà ultimata l’operazione - saranno acquisite dal Gruppo Fininvest”.

L'operazione Olbia2, nonstante la mediazione del prestanome Cominicoli, dunque, non va in porto. Berlusconi, momentaneamente privo di Marcello Dell'Utri (assunto in quel periodo da Rapisarda), si imbatte di nuovo in quell'organizzazione mafiosa che proprio Dell'Utri gli aveva portato in casa qualche anno prima con Mangano. A quel punto Berlusconi, che aveva sempre espresso un parere negativo sulle capacità imprenditoriali di Dell'Utri, a sorpresa richiama Marcello a Milano e incredibilmente gli affida le chiavi della cassaforte del gruppo Fininvest, cioè la società Publitalia. Che cosa gli ha fatto cambiare idea così repentinamente? Sicuramente non il fallimento della società Bresciano gestita da Dell'Utri per conto di Rapisarda.

"Forse che Dell'Utri veniva ritenuto più affidabile nella gestione dei rapporti con i mafiosi?" si chiede allusivamente il PM.

Purtroppo non c'è modo di dare una risposta a questa domanda. Quello che è certo è che Dell'Utri, tornato alle dipendenze di Berlusconi, dà prova di insospettabili doti manageriali creando una struttura come Publitalia che diventerà il polmone finanziario insostituibile della Fininvest.

domenica 7 settembre 2008

Il cuore nero di Milano


L'apologia di fascismo è un reato previsto dalla legge del 20 giugno 1952, n. 645 (contenente "Norme di attuazione della XII Disposizione Transitoria e finale (comma primo) della Costituzione"), anche detta "legge Scelba", che all'art. 4 sancisce il reato commesso da chiunque "fa propaganda per la costituzione di un'associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità di riorganizzazione del disciolto partito fascista, oppure da chiunque "pubblicamente esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche".

La "riorganizzazione del disciolto partito fascista" viene riconosciuta "quando un'associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista."

Da ieri apre ufficialmente a Milano in via San Brunone 17, angolo via Pareto, il circolo neofascista-neonazista denominato Cuore Nero. Se avete voglia e tempo da buttare, andatevi a fare un giro sul sito web. Vi accoglierà il battito di un cuore pulsante, corredato da uno stemma circolare nero dove campeggia un simpatico teschio altrettanto nero sullo sfondo di una coccarda tricolore: ai lati due spighe di grano a velato ricordo del regime fascista. C'è una grande collezione di foto dell'orgoglio neo-fascista: talmente vigliacchi da riprendersi sorridenti sfoggiando il saluto romano, ma con le facce nascoste e censurate.

L'inaugurazione non è stata delle più felici. Ad attendere i ragazzi con le teste rasate e giubbotto nero (una cinquantina circa), un gruppo di cinquecento manifestanti legati ai centri sociali, a Rifondazione Comunista e ai comitati antifascisti (Caf), che hanno tentato di rompere il cordone di polizia predisposto. Qualche carica, qualche fumogeno, qualche manganellata: giusto per immedesimarsi completamente nello spirito neofascista. La scintilla è scattata quando un anziano consigliere di zona della Lega Nord, tale Costante Ranzini, vestito di tutto punto, con camicia nera e fazzolettino verde al collo, si è diretto in modo provocatorio verso la zona dei manifestanti. Dopo aver scatenato il putiferio, se ne è andato sprezzante, commentando sarcastico: "Si vede che è una piazza libera".

Se si considera che il nuovo circolo Cuore Nero sorgerà a pochi metri dal centro sociale Torchiera e a cento metri dal campo rom del Triboniano e di Via Barzaghi, si capisce come la situazione sia di una delicatezza estrema. Il tutto nel silenzio complice delle istituzioni milanesi che permettono ad un centro dichiaratamente ed orgogliosamente neofascista di sorgere nel territorio della città coperto per giunta dalla protezione di un cordone di polizia. Che la tensione sia altissima in quella zona di Milano lo dimostra il fatto che il circolo Cuore Nero sarebbe dovuto nascere già tempo addietro. L'incendio doloso dell'aprile 2007 aveva però devastato i locali di un ex negozio di lapidi mortuarie dove avrebbe dovuto avviarsi l'attività del circolo neofascista, ufficialmente circolo culturale. Lo smacco aveva suscitato allora feroci tentativi di vendetta a stento sopiti grazie anche all'intervento di esponenti di Alleanza Nazionale: "State tranquilli camerati, prima o poi gliela faremo pagare".

L'intento è palese: aprire anche a Milano centri sociali di destra e costituire zone off-limits per la sinistra, sul modello romano. Un salto rispetto alla precedente esperienza della “Skin House”, adibita quasi esclusivamente a concerti e a grandi bevute di birra, in via Cannero, alla Bovisa, in un luogo estremamente isolato, a ridosso della massicciata della ferrovia.

Questo di Cuore Nero è qualcosa di più: è un primo insediamento ufficialmente riconosciuto che faccia da polo attrattore per tutti quei gruppi neofascisti che popolano Milano e provincia. Ma non solo. Una gran parte di questi aspiranti neo-camerati fa parti di gruppi della tifoseria organizzata che ogni domenica riempiono le curve di San Siro, sponda Inter. Non è un segreto che la tifoseria interista inglobi al suo interno frange di estrema destra spiccatamente razziste. L'esaltazione malata per il calcio mischiata all'esaltazione malata per un nefasto ideale politico: un cocktail potenzialmente micidiale.

Se volete capire il tenore del livello culturale di tale associazione, leggete alcuni commenti lasciati sul guest book del sito web. Ne riporto solo alcuni, i più "significativi."

ANIMANERA: "Andate, azzannate e mostrateci i denti sporchi di sangue... Noi prenderemo a calci i brandelli del nemico!"

PEPPE: "Ciao a tutti i camerati d'Italia. Ho appena visto al TG le cazzate ke hanno combinato i rossi durante l'inaugurazione della nuova sede. Esprimo la mia solidarietà alle loro madri per aver messo al modo dei coglioni simili!!! W il duce e W tutti i camerati!!!"

ZWILLINGER: "Un saluto romano a tutti voi. Ragazzi spero di vedervi domenica allo stadio, da Catania saliremo in tanti felici di rivedervi!!! Spero che oggi sia andato tutto bene. Ho sentito in TV di un po' di cazzi per colpa delle zecche! A sostegno di una fede".

GUEST: "Cosa hanno combinato oggi i bastardi compagni? Spero che la polizia li abbia fatti viola di manganellate! Sieg Heil!"

TERA: "Presto spero che ancora una volta tutte le piazze d'Italia gridino un solo coro: W il Duce!"

ALE.BRIXIA: "Saluti dalla Comunità Militante Bresciana! H.H. (Heil Hitler n.d.r.)"

Da oggi, Milano ha un cuore nerissimo.