domenica 19 luglio 2009

venerdì 10 luglio 2009

Il trappolone


Doveva essere la passerella finale. L'ultimo show prima del crollo. Il capolinea di una parabola discendente iniziata ormai da mesi. Tutto lo lasciava presagire. I giornali italiani lo sostenevano con convinzione: non passerà lo scoglio del G8. Quelli esteri facevano a gara per rilanciare gli scandali del nostro presidente del consiglio, per ribadire la sua inadeguatezza a governare il nostro paese e tanto più quindi ad organizzare l'incontro tra i potenti della terra. Vignette dissacranti, editoriali al vetriolo, prime pagine con il faccione di Silvio attorniato da donnine nude, fuoco e fulmini neanche fosse un tiro al piccione, una sparatoria gratuita sulla Croce Rossa dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Po.

Dicevano: vedrete, arriveranno i nostri, arriveranno i giornali della stampa straniera, quelli sì che non si fanno sottomettere, quelli sì che non hanno il guinzaglio e, vedrete, lo ribalteranno come un calzino, lo tempesteranno di domande scomode, lo distruggeranno e allora anche la stampa italiana non potrà più tirarsi indietro ed avrà finalmente il coraggio di far sentire la propria voce. Il G8, dicevano, sarà il grande trappolone. Silvio non ci dorme la notte, tanto è preoccupato per le domande che potrebbero fargli. E' agitato, è angosciato, non pensa ad altro.

L'Aquila. Ore 13:58. Conferenza stampa finale al termine del G8. Una sala strapiena di giornalisti di tutto il mondo è in trepidante attesa. Nei giorni precedenti poche sono state le occasioni di porre delle domande direttamente al presidente del consiglio, organizzatore in pectore dell'evento. Ora c'è una lunga fila, sembra quasi una processione, di giornalisti assetati di sapere, di chiedere, di conoscere. Fanno a gara per essere i primi a porre la loro domanda, quella domanda che hanno preparato da mesi, che hanno ripetuto a memoria per giorni e giorni mica di fare poi brutta figura, la domanda che finalmente metterà in crisi il presidente del consiglio, che li accrediterà agli occhi del mondo come esempio fulgido di giornalismo libero e indipendente. Il trappolone è lì, pronto e ben congegnato. Silvio ha tentato invano in questi giorni di sfuggire ai microfoni. Ma ora non può. Lo vuole il protocollo. Deve sottoporsi al fuoco incrociato della stampa di tutto il mondo. Ma soprattutto italiana.

Tutti in platea hanno già l'acquolina in bocca. Pare già di sentirli. Si partirà con il caso-Noemi. Un paio di domande ben assortite sulla frequentazione di minorenni e sui trascorsi poco chiari del padre di Noemi. Poi si passerà alle foto di Villa Certosa, quelle foto che il Times aveva minacciato pubblicare. Baci saffici di fronte a Silvio, sul cui grembo sono sedute due ninfe seminude. E poi magari anche un accenno a Topolanek e alla sua esibizione integrale, se così si può dire. E poi via con un'altra raffica di domande sul giro di prostitute a Palazzo Grazioli. Qui ce n'è da sbizzarrirsi. Gli appalti truccati, le inchieste di bari, le amicizie con Tarantini indagato per spaccio di droga, le dichiarazioni imbarazzanti della D'Addario, gli assegni da migliaia di euro a botta distribuiti nel suo harem. E poi ancora, un'altra domandina, giusto per il gusto di infierire, sulla cena segreta con due magistrati della Corte Costituzionale che dovranno esprimersi sul Lodo Alfano. Magari anche un accenno alle bordate arrivate dalla Chiesa, sia sul rispetto del rigore morale che sulla bocciature del ddl sicurezza. E poi, per finire in bellezza e dargli il colpo grazia, la fatidica domanda che tutti stanno attendendo. Buttata lì, quasi con nonchalance: "Signor presidente, ha poi risposto alla lettera di Bernardo Provenzano che le prometteva aiuti politici in cambio di una rete televisiva favorevole a Cosa Nostra? Sa, così per sapere..."

L'Aquila. Ore 14:00. Inizia la conferenza stampa finale al termine del G8.

Berlusconi è lì, pronto a soccombere sotto il tiro incrociato. Lo sa e si prepara all'ultima battaglia. Ha il volto tirato. E' conscio che questa sarà la sua ultima conferenza stampa e con l'ironia che da sempre lo caratterizza, chiosa: "Vi ringrazio e mi consegno alle vostre domande". Mi consegno. Le parole non sono casuali. E' un esplicito segnale di resa. Come il condannato a morte che saluta il plotone di esecuzione che gli darà la morte.

Parte l'affondo del primo cronista. Si chiama Gianpaolo Pioli del Quotidiano Nazionale. A lui (e chissà perchè proprio a lui) è spettato l'onore di infliggere la prima stoccata. Attacca veemente: "Lei e Obama siete stati di fatto i due presidenti di questo G8 di grosso successo organizzativo. Vi siete conosciuti appena tre settimane fa a Washington direttamente. Lei pensa di poter dire di essere già amico di Obama?"

Berlusconi non riesce a reggere l'urto dell'impatto. Si aspettava qualcosa di forte, ma questo va ben oltre le sue aspettative. Suda, non sa cosa rispondere. Si vede che è in evidente imbarazzo. Poi abbozza: "Ho avuto un rapporto molto cordiale. Ieri sera siamo stati seduti vicini lungo tutta la cena offerta dal presidente della Repubblica e ci siamo parlati in maniera molto simpatica. Lui mi ha raccontato cose della sua vita privata. Io gli ho raccontato cose della mia vita privata".

Eccola là. Prima frase, prima gaffe tremenda. Ghedini gliel'aveva detto di non pronunciare mai il binomio "vita privata". E lui invece, preso di sprovvista dalla cattiveria della domanda si è lasciato andare. Chissà adesso cosa succederà. Il prossimo giornalista prenderà la palla al balzo e si accanirà sicuramente a chiedere sarcastico di quali "cose della sua vita" privata abbia parlato al presidente Obama. Nell'ilarità generale. Silvio si morde le labbra. Vorrebbe non aver mai pronunciato quella frase. Prega dentro di sè. Ecco che arriva la seconda bordata.

E' Antonio Preziosi del giornale RadioRai, che non si fa pregare e va subito al dunque: "Volevo chiederle che emozioni le ha dato quello che ieri sera è stato già definito da molti osservatori un momento storico, la stretta di mano tra Obama e Gheddafi, e quali imput sono arrivati per la pace nel mondo". Berlusconi barcolla. Questo è veramente troppo anche per un uomo consumato come lui. Balbetta: "Mah, veramente, non ho provato nessuna emozione...". Poi si guarda in giro, spaesato. Sa di averla detta grossa. Ma c'è tempo di pensarci. Già un nuovo squalo è pronto ad azzannarlo.

Si chiama Andrea Fabbozzi del Manifesto. Quando Silvio sente che è un giornalista del Manifesto gli prende un coccolone. Si appoggia con le mani al banchetto perchè lo regga. Fa un sorrisino di circostanza e attende la scure. Figurarsi, questo è un comunista dichiarato. Chissà cosa si inventa. E infatti arriva il missile terra-aria: "In questi giorni lei ha goduto della tregua chiesta dal presidente Napolitano che è stata rispettata dall'opposizione e anche dalla grande stampa nazionale. Finito il G8, lei può impegnarsi a ricambiare ed evitare attacchi alla stampa?". Berlusconi è letteralmente al tappeto. Tenta di replicare, più per istinto di sopravvivenza che altro: "Io non ho goduto di nulla. Semplicemente la situazione è rientrata nella normalità. Io non ho fatto nessun attacco alla stampa. E' la stampa che ha attaccato me. Normalmente non ho risposto. Qualche volta qualche risposta l'ho data".

In sala tutti stanno sghignazzando. E' chiaro che è una menzogna plateale. Nessuno avrebbe potuto bersela. Silvio lo sa bene. Ma sa anche che sono le sue ultime cartucce. Perdere sì, ma almeno in modo decoroso. Ha subìto tanti attacchi nella sua vita, ma questo veramente li supera tutti. Almeno darà l'idea di aver combattuto con onore. Non c'è tregua. Al microfono si è già presentato Alessandro Barbera della Stampa. Parte con un gancio in pieno volto: "Oggi i giornali scrivono che nella cena di ieri sera c'è stato un piccolo cambiamento nella disposizione dei posti a tavola. Volevo chiedere se è stata una scelta sua quella di avvicinare Obama a Gheddafi". Berlusconi tira un sospiro di sollievo. Questa se l'era preparata. Ha già la risposta pronta: "I posti a tavola sono stati assegnati dal cerimoniale della presidenza della Repubblica. Era una cena offerta dal Presidente della Repubblica". Si risolleva, Silvio. Ha messo a segno il primo punto. E' così che si difende un vero lottatore. Ora sfida con lo sguardo persino il prossimo giornalista, che già smania per riuscire in ciò in cui il suo collega precedente ha fallito.

E' una donna. Si chiama Simonetta Guidotti, di RaiNews24. E' un fiume in piena. Inarrestabile: "Presidente, quando dopo il terremoto lei decise di trasferire dalla Maddalena a L'Aquila il G8 si definì un pazzo lucido. Ecco: la scommessa è stata vinta. E' andato tutto bene, l'organizzazione è stata perfetta. Nessuno si è lamentato per quanto riguarda le decisioni politiche prese. Quale di queste cose più le dà soddisfazione?". Berlusconi arretra. Si vede che questo è stato un colpo basso. Da una donna, poi. Non c'è più rispetto. Tenta di difendersi, dice che questo è stato il migliore G8 di sempre. Ovviamente sa che è una bestialità, ma non può far altro che mentire. Ringrazia Bertolaso e la Guardia di Finanza. Cerca di convincere i presenti che i cantieri per la ricostruzione incominceranno con tre giorni d'anticipo. Una balla così grossa non la raccontava dai tempi dello stalliere di Arcore. Si guarda attorno per cercare sguardi amici. Non ne trova.

Anzi. E' pronto l'ennesimo giornalista assetato del suo sangue. Ma quanti sono? E' Andrea Pesciarelli, del TG5. Silvio si ravviva per un momento. Non riesce a crederci. E' un suo giornalista, di quelli che lui ha creato. Questo dovrebbe essere dalla sua parte. Ma non c'è nulla da fare. Persino l'inviato del TG5 non riesce trattenersi dalla foga forcaiola che sembra aver preso tutti i presenti. Usa parole di una durezza spietata: "Facendo un bilancio di questo vertice, ci troviamo di fronte ad un album fotografico pieno di istantanee importanti. Alcune con i grandi della terra che lei ha accompagnato tra le rovine del terremoto o la stretta di mano tra Omaba e Saddam...eeeeh..il presidente libico Gheddafi. Ma anche quelle legate ai rintocchi di campane che oggi hanno chiuso questo vertice. Se lei dovesse sceglierne una in particolare, quale sceglierebbe e perchè?". Da lui proprio non se l'aspettava. No. Lui che la preso dal nulla e l'ha fatto lavorare. Che gli ha dato uno stipendio e una casa. Silvio più che adirato è profondamente deluso. Preso dallo sconforto, come il generale abbandonato anche dai suoi più fedeli servitori, risponde secco: "Io sceglierei i rintocchi di campana".

Il prossimo è un giornalista aquilano. Si chiama Franco Gizzi. Le sue parole trasudano dignità. Tutto il dolore del popolo d'Abruzzo condensato in poche accorate frasi, che mettono il presidente del consiglio di fronte alla vergogna delle promesse che mai verranno mantenute: "Signor Presidente, io volevo semplicemente ringraziarla a nome de L'Aquila che non si è fatta strumentalizzare politicamente per questa sua favolosa intuizione che ci ha fatto veramente sognare in questo periodo. Le chiedo di mantenere alta l'attenzione. Ho già sentito che lei sarà qui a L'Aquila nel prossimo mese di agosto per trascorrere parte delle sue preziose ferie. La nostra speranza è che si continui a lavorare per ricostruire questa nostra città distrutta dal sisma". Silvio è spiazzato. Questa volta è rimasto anche lui senza parole. E' sconcertato. Non si raccapezza. Tenta una battuta: "Posso farle io due domande? Prima domanda. Lei è sicuro di essere un giornalista? Seconda domanda: è sicuro di sentirsi bene?".

Un'ironia spicciola che non viene gradita dal pubblico. Si sentono mugugni in platea. Silvio è alle corde. Ma ha ancora la forza di rispondere all'ultima devastante domanda. Gli viene posta da Luigi Ambrosino dell'Agenzia Ansa: "Dopo mesi di polemiche intense sulla stampa straniera pensa che si possano gettare le basi per riannodare i fili del dialogo con l'opposizione?". Silvio fa come per andarsene. Questo è veramente un insulto alla sua persona. Ha per un attimo l'istinto di buttare all'aria tutto, lanciare via il microfono contro quel giornalista spudorato e gridare al mondo la sua rabbia per un evidente complotto planetario ordito contro di lui. Ma si trattiene. Pensa a Napoleone sull'Isola di Sant'Elena. Pensa a se stesso a Villa Certosa. Ha un ultimo scatto d'orgoglio. L'ultimo, prima di scomparire definitivamente dalla scena politica. "Dialogo con quest'opposizione? Mai!".

La platea scoppia in un boato e bordate di fischi lo assalgono. La security a stento riesce a sottrarlo alla furia dei giornalisti che vorrebbero fargli altre domande. Finisce così miseramente l'era gloriosa di Silvio Berlusconi IV da Arcore. Grazie ad un sussulto di dignità della stampa cosiddetta libera.

Che, checchè se ne dica, è ancora brillantemente in vita e salvaguarda ogni giorno la stabilità democratica del nostro paese.

Grazie ragazzi.

martedì 7 luglio 2009

Chi ha paura delle badanti?


Qualche giorno fa il disegno di legge in materia di sicurezza è divenuto ufficialmente legge dello stato.

A seguire, sono scoppiate immediatamente polemiche furiose tra maggioranza e opposizione, tra chi annunciava l'arrivo di nuove leggi razziali e chi difendeva strenuamente delle disposizioni che avrebbero riportato l'ordine e la legalità in Italia e avrebbero debellato una volta per tutte la piaga dell'immigrazione clandestina. Una schizofrenica ridda di dichiarazioni, la maggior parte delle quali basate su una conoscenza assolutamente approssimativa del testo approvato. Perfino il Vaticano ci è caduto. Prima la reazione a caldo dell'Arcivescovo Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio per la pastorale dei migranti, che bollava la legge come foriera di "molti dolori e difficoltà". Poi la smentita secca della Santa Sede che sostanzialmente scaricava Marchetto sostenendo che le sue erano solo considerazioni personali. Salvo poi ritrattare la ritrattazione con il cardinale Tettamanzi che parlava apertamente di "leggi discutibili che portano sofferenza", prendendosi del comunista da Calderoli.

Ma perfino la maggioranza, che questo testo ha ideato ed approvato, sembra avere le idee alquanto confuse in materia. Mentre Maroni saltellava giulivo, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alla famiglia, Carlo Giovanardi, chiedeva una sanatoria immediata per tutte le colf e le badanti irregolari. Ancora non era entrata in vigore la legge e già qualcuno chiedeva che venisse aggirata. Rispondeva allora per le rime il felino Calderoli, ministro per la semplificazione, che rimandava al mittente la proposta: "Non se ne parla nemmeno. E' ora di finirla con il paese del "fatta la legge-trovato l'inganno"!". A dargli man forte, il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, che invitava a non avere approcci "superficiali o semplificatori". A metterci una pietra sopra ci pensava Bonaiuti che, tirando in ballo addirittura un Patto Europeo, spiegava che "le nuove norme sulla sicurezza non incidono sulle persone che già sono in Italia perchè le norme penali riguardano solo il futuro e non sono retroattive. Non si può procedere ad alcun tipo di sanatoria generalizzata perchè ciò è vietato dal Patto Europeo per l'immigrazione e l'asilo, firmato dai Capi di Stato e di Governo al Vertice europeo dell'ottobre scorso".

A fugare infine ogni dubbio arrivavano le sempre rassicuranti dichiarazioni di Capezzone che spiegava come il problema posto da Giovanardi non esistesse nemmeno visto che, "come sanno tutti, un reato penale non è mai retroattivo. E quindi anche il reato penale di immigrazione clandestina non potrà certo applicarsi a chi oggi è in Italia e lavora come colf o badante, anche se il suo ingresso fu irregolare. Il Governo non si sogna di mettere in difficoltà colf e badanti".

Ma allora, chi ha ragione? Se il problema non sussiste, perchè Giovanardi l'ha sollevato? E soprattutto, se non sussiste, perchè Calderoli si è inalberato tanto? Domande che non troveranno mai una risposta.

Anche perchè, a rendere la situazione ancora più confusa, ci si sono messi pure gli house organ di partito. Il Giornale, che in questa vicenda è ovviamente l'unica voce attendibile visto che esprime esattamente la voce del governo, ieri diramava una nota della Redazione in cui, sulla falsariga del discorso di Capezzone, si specificava come il problema delle badanti fosse inesistente: il reato penale non è retroattivo e quindi non se parla nemmeno. Le badanti sono in una botte di ferro. Questa mattina però il Giornale era già più possibilista e ammetteva che, effettivamente, a leggere bene il testo della legge, le badanti un pizzico di preoccupazione potrebbero anche avercela, visto che il ddl punisce il solo fatto di essere presente illegalmente sul suolo italiano, indipendentemente da quando si è fatto ingresso. Come la mettiamo allora? Le circa cinquecentomila badanti irregolari in Italia potranno ancora portare a passeggio i nonni senza paura di essere denunciate o no? Nessuno sembra in grado di dirlo con certezza.

Ad alimentare le preoccupazioni ci ha pensato il ministro Ignazio La Russa che ha proposto una distinzione epistemologica tra "badanti" e "colf". Le prime sono indispensabili, le seconde un po' meno. Quindi il governo prima penserà a regolarizzare le badanti (quelle che cambiano i pannolini ai nonni, per intenderci) e poi, con calma, penserà alle colf (le domestiche, per intenderci). Frattini da par suo, continuando col distinguo e creando più di qualche brivido tra le colf, assicura che "nessuna badante andrà in galera". Recita il ministro: "Non è necessaria alcuna sanatoria perchè la legge penale non è retroattiva". Di che regolarizzazione stava parlando allora La Russa? Boh.

Sacconi, quello di prima, dopo aver chiacchierato con Gianni Letta, sembra aver cambiato versione ed è arrivato alla conclusione che è necessario "regolarizzare sì, ma con rigore". Qualcuno dovrebbe farlo incontrare con Frattini e Capezzone, così magari si mettono d'accordo. A tirare le somme interviene il sempre astuto Maurizio Gasparri che, senza andare troppo per il sottile tra colf e badanti, paventa uno stratagemma scaltrissimo: utilizzare il decreto sui flussi migratori per regolarizzare il loro status. Se non avete idea di cosa voglia dire, non preoccupatevi. Probabilmente non lo sa nemmeno lui.

Posto dunque il fatto che nessuno, nemmeno tra coloro che hanno scritto la legge, è in grado di spiegare cosa ne sarà di quelle cinquecentomila badanti, andiamo a far chiarezza entrando nel merito del testo. Il ddl è lungo la bellezza di 128 pagine, rigorosamente divise in due, per evidenziare le correzioni apportate di volta in volta, da Senato prima e Camera poi. Me le sono lette tutte. Fidatevi.

Il nodo della questione è il seguente: cosa significa che è entrato in vigore il reato di clandestinità?

La prima domanda che viene da porsi è: ma allora, l'altro ieri, prima che entrasse in vigore il ddl, era legale essere clandestino? Ovviamente no. Secondo la legge Turco-Napolitano prima e Bossi-Fini poi, se venivi beccato privo di documenti e del regolare permesso di soggiorno venivi prelevato e posto nei centri di permanenza, in cui l'autorità giudiziaria tentava di identificarti e capire da dove venivi. Se non ci riusciva, ti "intimava" (secondo la dizione della legge) di andartene. Ti dava cioè il famoso foglio-di-via. Chiaramente nessun clandestino era così scemo da prendere la cosa sul serio, stracciava il foglio e rimaneva illegalmente in Italia fino a successivo, inutile, controllo.

Cosa cambia ora con la nuova legge che debellerà la piaga della clandestinità? Praticamente niente. L'unica variazione è che il tempo massimo di permanenza all'interno dei centri di identificazione è dilatato a sei mesi. Cosa succederà se in quell'arco di tempo non si riuscirà ad identificare il soggetto? Nulla. Gli si intimerà di andarsene "entro cinque giorni". Quello non se ne andrà e rimarrà clandestino in Italia fino al successivo controllo. Come è sempre stato. E se invece il soggetto viene identificato e poi trovato recidivo? Rischia un pena detentiva fino a quattro anni. Il problema però è che la legge specifica che il clandestino recidivo può finire in carcere solo se si trova a risiedere illegalmente in Italia "senza un buon motivo". Cosa vuol dire? Non avere i soldi per prendere l'aereo e andarsene è un buon motivo? Evidentemente sì e quindi nessun clandestino si farà un solo giorno di carcere. Senza contare che, già di per sè, con tutte le attenuanti più i tre anni scontanti per condono, sarebbe praticamente impossibile per un clandestino recidivo metter piede in galera.

Ma allora: in cosa consiste questo reato di clandestinità? Innanzitutto bisogna distinguere tra due tipi differenti di reato. L'ingresso illegale in territorio italiano e la permanenza illegale. E' chiaro infatti che una persona può entrare regolarmente in Italia (con visto turistico) e poi permanere illegalmente oltre il tempo consentito. Anzi è proprio così che la maggior parte dei clandestini arriva in Italia. Non lo sono al momento dell'ingresso, ma lo diventano poi. Cosa stabilisce la legge in questi due casi? Beh, la legge, incredibilmente, non sembra fare distinzione. Infatti per entrambi i casi recita: "lo straniero che fa ingresso ovvero si intrattiene in territorio dello Stato" irregolarmente "è punito con l'ammenda da 5.000 a 10.000 euro".

Ora, capite bene che la distinzione tra "fare ingresso irregolarmente" e "intrattenersi irregolarmente" è teoricamente chiara, ma praticamente impossibile da determinare. Anzi, se il reato di immigrazione clandestina si risolvesse solo nell'ingresso irregolare, sarebbe qualcosa di assolutamente virtuale. O si sorprende il clandestino nel momento esatto in cui sta varcando il confine, con un piede di qua e uno di là, e allora non lo si mette di certo in galera, ma lo si risbatte semplicemente indietro o lo si sorprende appena un minuto dopo il suo ingresso e allora quello potrà sempre dire di essere entrato l'anno prima quando la legge non era ancora in vigore.

Ecco che a quel punto interverrà la seconda parte della legge: la permanenza irregolare sul territorio italiano. Il clandestino verrà processato per direttissima davanti al giudice di pace e, se è così furbo da presentarsi al processo, rischierà di prendere una multa fino a 10.000 euro. Che ovviamente non pagherà, non avendo di norma nemmeno i soldi per prendere l'aereo di ritorno in patria. Se invece non si presenterà al processo e farà perdere le sue tracce, la legge prevede che il processo si celebrerà lo stesso in contumacia. Con relativo spreco di tempo e denaro pubblico.

Dunque dove sono tutte queste misure repressive nei confronti dell'immigrazione clandestina? Non esistono. Anzi, ci sono, ma assomigliano tanto alle grida manzoniane: altisonanti, ma in pratica assolutamente inutili. A cosa si riduce il tanto famigerato reato di clandestinità? Allo spauracchio di una multa che non verrà mai pagata e, nei casi più gravi di recidività, di una possibile detenzione che mai verrà messa in atto. Le badanti allora hanno da stare tranquille? Possono dormire sonni più che tranquilli, visto che nemmeno i clandestini "pericolosi" avranno molto da temere. Che senso ha avuto allora sollevare un così grosso polverone? Bastava dirlo prima che era tutta una buffonata.

L'unico tangibile effetto di queste norme sarà quello di ingolfare ancora di più i meccanismi già pachidermici della giustizia italiana. I giudici di pace si vedranno le scrivanie piene di carte relative a processi a carico di ignoti clandestini che si concluderanno in un niente di fatto a discapito della già lentissima giustizia civile che registrerà una brusca frenata d'arresto.

Nel frattempo tiriamoci su di morale guardando il video di un commosso Berlusconi di fronte ai "respingimenti inumani" decisi dall'allora governo Prodi contro gli Albanesi.

Il video si intitola "Quando Silvio piangeva per gli immigrati". Sono sempre scenette esilaranti.

mercoledì 1 luglio 2009

Tra impotenza ed impudenza


Non so se avete notato, ma da quando si è votato per le Europee il Partito Democratico si è ammutolito del tutto. In campagna elettorale Franceschini ci aveva tentato a risollevare gli animi di una truppa disillusa, depressa, disorientata. Aveva alzato un po' la voce, aveva buttato lì qualche bella stoccata, aveva preso qualche cantonata (l'invito a Berlusconi per il 25 Aprile), ma almeno aveva suscitato qualche reazione scomposta dall'altra parte, che non fa mai male. Si era dimostrato apparentemente vivo. Piccoli segnali, per la verità. Giganteschi passi avanti, se confrontati con l'incomprensibile prudenza del predecessore, nonchè maestro, Walter Veltroni.

Come si sospettava, era tutto un bluff. Terminato lo spoglio, la cosiddetta opposizione è tornata al silenzio da oltretomba di veltroniana memoria, per cui il dissenso all'operato della maggioranza deve essere espresso in modo molto pacato, sereno, da galantuomini, in sordina, senza destare troppo rumore, senza che l'opinione pubblica se ne accorga. Come piace alla maggioranza, insomma. Nonostante lo sbraitare delirante del nostro capo del governo che vedeva dappertutto comunisti eversori, in combutta a livello mondiale per farlo cadere, a ben guardare pochissime sono state le dichiarazioni in tal senso della cosiddetta opposizione.

L'inchiesta di Bari è stata seguita con particolare attenzione dalla stampa, Corriere e Repubblica in primis, ma mai vi è stata una presa di posizione netta da parte del Partito Democratico. E sì che la portata dello scandalo era sotto gli occhi di tutti. Vi ricordate gli attacchi anche un po' arditi di Franceschini che, sulla scia delle foto di Berlusconi a Villa Certosa circondato da ninfe più o meno nude, chiedeva agli Italiani se avrebbero affidato l'educazione dei propri figli ad un tizio così? Erano solo delle foto, e nemmeno troppo spinte. Alla luce invece di un'indagine ufficiale avviata dall'autorità giudiziaria che indaga su un giro di prostituzione, appalti truccati, festini e cocaina, l'opposizione non ha fiatato. E continua a non proferire parola. Come mai?

La risposta si è avuta in questi giorni. Il Pd, come volevasi dimostrare, assomiglia sempre di meno ad un partito e sempre di più ad un carrozzone impotente. Un accozzaglia di "mal tra' insèm", come diremmo dalle nostre parti, un circo senza capo nè coda, schizofrenicamente dilaniato da incomprensibili personalismi, capricci, invidie, sgambetti reciproci. La verità è che Franceschini è stato messo lì dai Dalemiani perchè nessun altro voleva bruciarsi. E' stato speso perchè non aveva nulla da perdere. E proprio perchè non aveva, e non ha, nulla da perdere, ci ha preso gusto e adesso si vuole candidare per la guida del Pd a lungo termine. Non era questo il piano di D'Alema, Bersani e compagnia, che non aspettavano altro che la disfatta di Franceschini alle Europee per riprendersi in mano il partito. La disfatta non è arrivata, almeno non come se l'aspettavano. E ora hanno già dimenticato le possibili "scosse" e si sono messi d'impegno a farsi una guerra fratricida spietata.

Il paese è allo sbando, in mano a Berlusconi. E loro sono lì che passano il tempo ad azzuffarsi e rispolverarsi il trucco in vista delle prossime primarie. Sembrano tanti bambini deficienti che litigano per un giocattolo inutile. Assomigliano un po' ai capponi nelle mani di Renzo. Ieri la Serracchiani, il volto nuovo del PD e diventata famosa per il solo fatto di aver sparato a zero contro la dirigenza, ha rilasciato un'intervista a Repubblica in cui attaccava Bersani e D'Alema definendoli "vecchi" e "uomini dell'apparato" e sostenendo la candidatura di Franceschini, "molto più simpatico", a suo dire. In men che non si dica, le è piovuta addosso una sassaiola di attacchi più o meno livorosi, più o meno risentiti e indignati da parte di gente che si credeva dispersa da tempo, che non ha mai osato fiatare per denunciare le sconcerie berlusconiane, ma che si è dimostrata prontissima a scendere in campo in difesa dei propri leader storici. Si è messo in moto l'apparato. Una serie di invettive del tutto gratuite e spropositate. Non hanno mancato di dire la loro, nell'ordine, Gianni Pittella, Nicola Zingaretti, Piero Marrazzo, Marco Follini, Barbara Pollastrini, Enzo Carra, Roberto Giachetti. Un fuoco incrociato che non si vedeva da tempi immemori. Obiettivamente ridicolo, se si pensa al peso praticamente nullo che può avere la Serracchiani all'interno del partito.

Ma basta per avere il polso della situazione. Quale è stata la colpa della ragazzina dal faccino pulito? Quella di aver parlato di "innovazione", "ricambio", "aria fresca", "questione morale" e "conflitto di interessi". Addirittura. All'interno del Pd sono assolutamente terrorizzati da certe parole. E' come parlare di corda in casa dell'impiccato. Non le si tollera. La verità è che fino a quando questo partito rimarrà nelle mani del trio D'Alema-Fassino-Rutelli che sponsorizzano il "nuovo" Bersani, non andrà da nessuna parte. Non riescono a capirlo. Non vogliono farsene una ragione. Sono cadaveri che camminano e si ostinano a rimanere in sella. Non si accorgono che ormai l'elettorato non li segue più. L'elettorato vero, dinamico. Quello che ha voglia di cambiamento. E che ora si appoggia all'Idv, ora dà il voto alle sinistre più estreme o non vota del tutto. Stanno perdendo i pezzi e miopi come talpe perseverano in questo gioco al massacro. Alle primarie, se ci saranno, vincerà Bersani a mani basse. E il declino del Pd sarà inarrestabile.

Perchè Bersani, ha ragione la Serracchiani, rappresenta ancora una volta il vecchio. Bersani è nient'altro che un prodotto di D'Alema. E D'Alema rappresenta il conflitto di interessi. Rappresenta la degenerazione della questione morale. D'Alema rappresenta l'impotenza dell'opposizione. Un'opposizione che, anche volendo, non si può opporre a Berlusconi, perchè ha scheletri nell'armadio grandi uguali o persino peggiori. Come è pensabile ricostruire un'opposizione a Berlusconi partendo da D'Alema? Colui che ha aiutato fisicamente il cavaliere a rialzarsi nei momenti più disperati, che si è inventato la bicamerale, che ha tifato per i "furbetti del quartierino"? Come può un'opposizione così permettersi di puntare il dito contro Berlusconi per l'inchiesta di Bari, quando per un'inchiesta parallela sono indagati tutti i vertici del Pd della regione Puglia per lo scandalo degli appalti truccati nella sanità e Vendola ne ha già chiesto le dimissioni? Non è possibile. Più che un partito, una banda di impotenti. Se il nuovo è rappresentato da Bersani e Franceschini, auguri.

Dall'altra parte invece spadroneggia sempre più la banda degli impudenti. Se ne è avuta ulteriore dimostrazione oggi in Parlamento. Al Question Time, Antonio Di Pietro ha rivolto un'interrogazione al ministro della giustizia Angelino Alfano in merito alla cena segreta tra due giudici della corte Costituzionale e una delegazione del governo, alla luce dei fatti riportati dall'Espresso. A rispondere in aula non c'era ovviamente il diretto interessato, Alfano, che per altro aveva partecipato ai gozzovigli, ma uno dei tanti portavoce del governo, Elio Vito, che, attorniato da Bondi e dalla Gelmini, ha cercato di arrampicarsi sui vetri per cercare di minimizzare l'enormità della vicenda.

Tutto ciò che il governo, per bocca di Vito, è stato in grado di dire è che quella cena si è effettivamente svolta, ma 1) è avvenuta solamente nella prima metà di maggio, molto prima di quando la Consulta ha annunciato la data per la discussione della legittimità del Lodo Alfano e 2) l'argomento di conversazione non è stato assolutamente il Lodo Alfano, perchè trattavasi di cena conviviale tra amici di vecchia data. Meno male: se lo dice Vito, c'è da credergli.

Ora, che di fronte ad uno scandalo di proporzioni inaudite che vede due giudici costituzionali invitare a cena a casa loro i rappresentanti del governo per discutere verosimilmente di riforme costituzionali in materia di giustizia in modo privato e all'oscuro degli altri membri della Corte, il governo sappia proporre come giustificazioni solamente quelle due ridicole argomentazioni, rappresenta il livello di impudenza e di degenerazione raggiunto da questo esecutivo. Ci trattano come deficienti. E hanno ragione loro, visto che tanta impudenza non produce alcuna reazione. Avrebbero fatto meglio a tacere. Avrebbero fatto decisamente più bella figura. Di Pietro ha giustamente definito quella cena "carbonara e piduista". Non ci sono altri termini.

E di fronte allo scandalo di un governo eversivo che tenta di minare alle basi i pilastri della democrazia gozzovigliando con coloro che dovrebbero essere deputati al suo controllo (un po' come i maiali di Orwell), l'opposizione tace. La voce di esimi costituzionalisti che si dicono sconcertati dalla notizia della cena segreta cade nel vuoto. Di Pietro è l'unico che parla, che chiede chiaramente le dimissioni di quei giudici e anche del ministro della giustizia Alfano e che si prende insulti dal Bondi di turno che, durante l'interrogazione, gli urla "Vergogna! Vergogna!" e se ne va dall'aula tutto paonazzo in faccia. Hanno perso anche il senso del pudore. Sbracano. Non sanno che cos'è la vergogna e pretendono di insegnarla.

Come il giudice Mazzella, che non contento della figuraccia, non si dice per nulla pentito del suo operato, ma anzi rilancia e, da novello Leopardi, scrive di suo pugno una lettera "A Silvio". Più che una lettera, una confessione di colpevolezza. Ma nella foga, nemmeno si accorge di aggravare la sua posizione. Una lettera sconcertante. Lui che dovrebbe rappresentare l'autorità giudiziaria massima, garante della Carta Costituzionale, svincolata da ogni minimo sospetto. Chiama Berlusconi "caro Silvio", rivendica la liceità di quella cena, rivendica un'amicizia di lunga data con il premier senza accorgersi del mostruoso conflitto di interessi in cui sprofonda.

Una lettera che si scoprirà essere stata dettata dallo stesso premier Silvio Berlusconi. Pensate un po'.

Dice Mazzella: "Vederti in compagnia di persone a me altrettanto care e conversare tutti assieme in tranquilla amicizia non mi era sembrato un misfatto". E la musica del Mulino Bianco, magari, in sottofondo. Mazzella rivela incredibilmente che quella non è stata l'unica cena e che ce ne saranno altre a cui il caro Silvio è invitato fin da ora, "fino al momento in cui un nuovo totalitarismo malauguratamente dovesse privarci delle nostre libertà personali".

Ecco esemplificato il concetto di libertà per questa gente: fare esattamente ciò che gli pare al di là di ogni remora etica, morale o legale. E sono così convinti di essere nel giusto, così maledettamente convinti che libertà significhi quella roba lì, che non riescono proprio ad accettare che esitano dei limiti, se non legali, almeno etici alle loro azioni. Sono così abituati, così assuefatti a quello che Paolo Borsellino chiamava con disprezzo "il puzzo del compromesso morale", che non riescono a percepirne più nemmeno il fetido odore. E urlano al comunismo e al totalitarismo nel momento in cui qualcuno chiede di mettere un freno al loro agire incosciente. Delle due una: o sono personaggi assolutamente irresponsabili che non hanno la minima idea della delicatezza della propria posizione negli equilibri preziosi di una democrazia e dovrebbero quindi essere rimossi al più presto prima che facciano altri danni o agiscono in modo cosciente e spudoratamente eversivo e quindi, a maggior ragione, dovrebbero essere immediatamente rimossi. Non c'è via d'uscita.

L'impudente Mazzella e il taciturno Napolitano (che ancora non si è espresso sulla questione) devono essere costretti a dimettersi. Con la loro condotta scriteriata hanno compromesso l'imparzialità del massimo organo giuridico italiano e, proprio perchè non sembrano assolutamente esserne pentiti e non comprendere la gravità delle loro azioni, devono essere costretti a fare un passo indietro.

Perchè Mazzella nemmeno se ne rende conto, ma, tentando di discolparsi, getta fango su tutta la Consulta. Dice che il fatto che membri della Corte Costituzionale invitino a cena importanti uomini delle Istituzioni è prassi ormai consolidata e sarebbe in grado anche di fare centinaia di nomi in proposito. Nella sua finta ingenuità lancia delle bombe che gettano discredito sul massimo organo della magistratura italiana.

I giudici della Corte Costituzionale sono in tutto quindici. Dove sono gli altri tredici? Non si sentono offesi da certe parole? Perchè non parlano? Perchè non reagiscono? Devo dedurne che ciò che Mazzella rivela sia vero? Il Presidente Francesco Amirante non ha nulla da dire? Non si sente in dovere di difendere l'onorabilità dell'organismo che egli presiede? Perchè non parla? Perchè non reagisce? Devo dedurne che egli ritenga assolutamente normale quello che è successo?

E il nostro caro capo dello stato, Giorgo Napolitano, sempre pronto a spendere qualche parolina di troppo se c'è da bacchettare i giudici "troppo protagonisti" (riferendosi esplicitamente a De Magistris e alla procura di Salerno, senza però farne i nomi) è proprio sicuro che non abbia nemmeno un commento da fare? Nemmeno un monito pacato? Di quelli che tanto piacciono a lui?

Parli, signor Napolitano! Parli! Abbia un sussulto vitale! E inviti i due giudici a fare un passo indietro. Non è certo lei che può chiederne le dimissioni, ma un segnale, una battuta, una frase potrebbe dire molto. Potrebbe rovesciare gli equilibri. O devo dedurne che le sta bene questo clima di sospetti? E' stato così solerte a chiedere "una tregua alle polemiche" in occasione del G8. Quali polemiche, signor presidente? Ancora una volta, mai una parola chiara. Le polemiche dei giornali che fanno solo gossip, come direbbe Minzolini? E' questo che intendeva dire? Perchè lancia moniti generici? Perchè non ha il coraggio di fare nomi e cognomi? E perchè, quando ci sono in ballo faccende molto più preoccupanti di escort e veline, tace? Devo dedurne che anche lei è sotto ricatto da parte del cavaliere di Arcore?

In uno dei suoi ultimi moniti insipidi, che vogliono dire tutto e niente, che ognuno interpreta come meglio crede proprio perchè privi di chiarezza e di coraggio, lei diceva che "la crisi della politica non significa crisi della democrazia". Cosa voleva dire? Quale sottile sofismo si nascondeva sotto un cotanto giro di parole? Perchè, se non se ne è accorto, questo ultimo scandalo l'ha smentita spudoratamente. La crisi della politica si manifesta in forme più o meno degenerate che vanno ad intaccare nel profondo i gangli vitali della democrazia. La cena "carbonara e piduista" tra pezzi dello stato e pezzi della Consulta è lì a dimostrarlo. E lei continua a tacere. Spero sia solo per l'imbarazzo che prova.

E infine. Perchè l'opposizione tace? Perchè?

Ah già. Sono troppo impegnati a fare il tiro al piccione con la Serracchiani. Aiuto.

domenica 28 giugno 2009

Ho un legittimo sospetto

Luigi Mazzella, giudice della Corte Costituzionale

Il 5 novembre 2002 entrava in vigore la legge n.248, detta legge Cirami, dal nome del suo ideatore, il senatore Melchiorre Cirami. Divenne immediatamente il fiore all'occhiello delle famosi leggi-vergogna, approvate in serie e a tappe forzate dal governo Berlusconi II per tentare in tutti modi di fermare i due procedimenti giudiziari più pericolosi a carico dello stesso presidente del consiglio, il processo Imi-Sir e il lodo-Mondadori, in cui Silvio Berlusconi era indagato per aver comprato delle sentenze a lui favorevoli corrompendo tre magistrati romani, il capo dei gip Renato Squillante, i giudici Vittorio Metta e Filippo Verde, grazie alla mediazione di due avvocati-faccendieri, Attilio Pacifico e Cesare Previti.

La legge Cirami andava a modificare l'articolo 45 del codice di procedura penale rendendo possibile il trasferimento di un processo ad altra sede "quando gravi situazioni locali, tali da turbare lo svolgimento del processo e non altrimenti eliminabili, pregiudicano la libera determinazione delle persone che partecipano al processo...o determinano motivi di legittimo sospetto". Tradotto: se esiste il ragionevole sospetto che la corte giudicante possa non essere del tutto imparziale, la Corte di Cassazione, su richiesta o del pm o degli avvocati della difesa, può decidere di "rimettere il processo ad altro giudice". Per questo fu battezzata anche col nome di "legge sul legittimo sospetto".

Per la cronaca, quella legge, in relazione ai processi a carico di Silvio Berlusconi, fu completamente inutile visto che fu poi superata dal Lodo Schifani, che regalava l'immunità alle cinque più alte cariche dello stato. I procedimenti non venivano semplicemente rallentati: venivano bloccati del tutto. Ma si sa: quando c'è il fondato pericolo di finire in galera, melius abundare. Fa niente se poi il Lodo Schifani venne polverizzato dalla Corte Costituzionale: la posizione di Silvio Berlusconi era ormai stata stralciata. In compenso la legge Cirami continuò a far danni e da allora venne usata e abusata in altri ambiti per mettere i bastoni tra le ruote alla già lentissima macchina della giustizia italiana.

Sei anni dopo, il cavaliere si insediava per la quarta volta a Palazzo Chigi e, nonostante i peana della stampa che prefiguravano l'avvento di un nuovo messia, di uno statista illuminato che aveva finalmente risolto (?) i suoi problemi con la giustizia e che quindi si sarebbe dedicato anima e corpo ai problemi del paese, la prima mossa fu quella di ripresentare una versione (non troppo) riveduta e corretta del Lodo Schifani, il cosiddetto Lodo Alfano, che aveva sempre un unico scopo: bloccare l'ennesimo processo per corruzione a carico di Silvio Berlusconi. Sappiamo tutti come andò a finire. Giorgio Napolitano appose la propria firma dalla sera alla mattina senza fiatare e come per incanto il premier si trovò d'un balzo al di sopra della legge, al riparo dalle odiate toghe rosse. Fu così che la posizione di Silvio Berlusconi nel processo Mills fu stralciata, in attesa della decisione della Consulta che stabilirà se il Lodo Alfano violi o meno la Carta Costituzionale. Nel frattempo, l'avvocato londinese David Mills, a cui, sfortunatamente per lui, il Lodo Alfano non è applicabile, è stato giudicato colpevole: ricevette da Berlusconi 600 mila dollari in nero per aver testimoniato il falso in un paio di processi a carico dello stesso Berlusconi, riuscendo così a tenerlo fuori dai guai.

La notizia della condanna di David Mills, che dimostrava, di riflesso, la colpevolezza del nostro presidente del consiglio, fu più o meno oscurata dalla stampa, che riuscì nell'impresa titanica di parlare del corrotto (Mills) senza mai nominare il corruttore (Berlusconi), fino ad arrivare a punte di comicità assoluta quando un inviato di Studio Aperto annunciò estasiato la notizia della piena assoluzione del presidente del consiglio. Il poveraccio ignorava probabilmente che il processo a Berlusconi non era nemmeno stato portato a termine, perchè congelato appunto dal Lodo Alfano. Il risultato fu che milioni di Italiani si domandarono disorientati perchè mai i telegiornali italiani si occupassero della condanna di uno sconosciuto avvocato inglese. E quei pochi che capirono la taciuta connessione con il nostro presidente del consiglio ebbero l'idea di trovarsi di fronte all'ennesimo attacco ad orologeria di una magistratura politicizzata. L'immagine radiosa del premier, riconoscito ufficilmente corruttore in atti giudiziari, non venne scalfita di un millimetro.

Il 6 ottobre 2009 la Consulta si riunirà per stabilire se il Lodo Alfano, che protegge il nostro presidente del consiglio da ogni tipo di processo penale, sia incostituzionale o meno. Nell'attesa, l'Italia dei Valori, con l'aiuto di qualche simpatizzante e senza l'appoggio del PD, è riuscita a raccogliere un milione di firme per indire un referendum che spazzi via l'ultima legge-vergogna. Un referendum che non si terrà prima del 2010 e che potrebbe comunque essere inutile nel caso in cui la Consulta cancellasse il Lodo Alfano così come aveva fatto con quello Schifani. O forse no.

Fino a poco tempo fa era dato quasi per certo tra esimi costituzionalisti che il Lodo Alfano non potesse superare lo scoglio della Consulta, intriso com'è di norme che calpestano allegramente i più disparati articoli della Carta Costituzionale. A partire dall'articolo 3, che stabilisce l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Uno scoop dell'Espresso, a firma di quel grande giornalista d'inchiesta che è Peter Gomez, ha ribaltato però gli scenari futuri. Uno scoop esplosivo che avrebbe dovuto suscitare un moto di indignazione popolare, almeno tra coloro che ancora hanno a cuore il principio illuministico della divisione dei poteri, che sta alla base di ogni compiuta democrazia. Che avrebbe dovuto avere risonanza almeno sui quei giornali che in questi tempi si stanno facendo paladini della libertà di informazione e della moralità della politica. E invece nulla. Il silenzio tombale. Uno scoop giornalistico destinato a rimanere rigorosamente entro i confini dei lettori dell'Espresso e che i tv-dipendenti e i lettori dei vari quotidiani non conosceranno mai. A testimonianza del fatto che le campagne portate avanti da Repubblica e il Corriere sull'inchiesta di Bari non sono tanto fatte in nome della libertà di stampa, quanto per una mera questione economica: più dettagli pruriginosi, più lettori assicurati. Quando si tratta di impegnarsi su faccende delicate che vanno a toccare problemi più alti, legati a palesi conflitti di interessi, tutti tacciono.

Ciò che Peter Gomez ha scoperto e che nessuno fino ad ora ha osato smentire è che, circa un mesetto fa, "in una tiepida sera di maggio", a casa del giudice Luigi Mazzella in via Cortina d'Ampezzo a Roma si sono presentati in gran segreto il premier Silvio Berlusconi, il ministro della Giustizia Angelino Alfano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato Carlo Vizzini e un altro giudice, collega di Mazzella, Paolo Maria Napolitano.

Il caso vuole che sia Luigi Mazzella che Paolo Maria Napolitano sono due membri della Consulta e che tra tre mesi esatti si dovranno esprimere sulla costituzionalità del Lodo Alfano. La ricostruzione di Peter Gomez parla di una cena in cui si è discusso delle prossime riforme costituzionali in materia di giustizia che il governo vuole attuare. Una bozza di riforma costituzionale in nove punti che andrebbe a stravolgere il sistema giustizia secondo i dettami ormai noti dai tempi di Licio Gelli e del suo Piano di Rinascita Democratica: separazione delle carriere, riforma del Consiglio Superiore della Magistratura, addio all'obbligatorietà dell'azione penale e abolizione della figura degli odiati pubblici ministeri, ridotti a semplici avvocati dell'accusa e costretti a lavorare solo sui reati che il Ministero dell'Interno riterrà di volta in volta rilevanti, garantendo così di fatto l'assoluta impunità dei colletti bianchi.

Ora, che questo fosse il pallino di Silvio Berlusconi, degno erede del suo maestro venerabile Licio Gelli, non era certo un mistero. La cosa che dovrebbe lasciare un tantino perplessi è che queste proposte di riforma costituzionale (che furono considerate eversive ai tempi dello scandalo della P2: altri tempi) sono state avanzate durante la cena proprio da parte dei due giudici costituzionali, con l'avallo del ministro della Giustizia in carica.

Ora io mi chiedo: è normale che due toghe appartenenti alla Consulta, il più alto organo della magistratura italiana, garante della Carta Costituzionale, al di sopra persino del Capo dello Stato, tramino in gran segreto, all'oscuro degli altri membri della Consulta e in via del tutto privata, con dei pezzi dello stato per coordinare un piano che metta mano alla riforma della Costituzione? E' normale che due magistrati, assolutamente indipendenti, sia chiaro, invitino a cena il presidente del Consiglio e il suo entourage per parlare del Lodo Alfano che scherma il presidente del Consiglio stesso e su cui gli stessi dovranno esprimersi di qui ad Ottobre? Esiste forse una leggerissima questione di opportunità che è stata sottovalutata? Esiste forse un leggerissimo conflitto di interessi che è stato bellamente calpestato?

Una notizia, come detto, mai smentita dagli stessi interessati, anzi confermata. La linea di difesa adottata questa volta non è stata quella di negare, negare e negare ancora, anche di fronte all'evidenza (come per esempio ha fatto Berlusconi con l'inchiesta di Bari sul giro di prostitute, appalti truccati, favori, candidature, ricatti e cocaina), ma quella di minimizzare: "Sì, è vero, la cena c'è stata. E allora?". Si è passati dal comportamento fanciullesco di chi viene beccato con le mani nella marmellata e dice di non essere stato lui, al comportamento impudente di chi, beccato con le mani nella marmellata, vuol far passare la cosa come assolutamente normale.

Così si è difeso il diretto interessato, il padrone di casa, Luigi Mazzella, che ha dichiarato: "A cena invito chi voglio e parlo di quello che voglio. A casa mia vengono tutti, dall'estrema sinistra all'estrema destra". Sembra di sentire tali e quali le parole patetiche di Pairetto quando tentava di giustificare le sue telefonate imbarazzanti con Luciano Moggi per decidere quale arbitro avrebbe dovuto dirigere quale partita: "Che male c'è? Mi telefonavano tutti". Solo che qui la partita è ben più importante. Non c'è di mezzo il pallone, ma la stabilità democratica della nostra repubblica. Forse certi personaggi non se ne rendono nemmeno conto e continuano a confondere (o far finta di confondere) il pubblico con il privato. Sentenzia Mazzella: "Non credo che io, da individuo privato, debba dar conto delle cene che faccio". Se però da quelle cene derivano accordi più o meno segreti che andranno a stravolgere la Carta Costituzionale, a rivoluzionare la giustizia in Italia e a decidere le sorti di un governo o di un'intera legislatura (crollando il Lodo Alfano, Berlusconi sarebbe nudo di fronte alle proprie vergogne), questo mi sembra un fatto con una leggerissima valenza pubblica. Che ne dice, Mazzella?

Calpestato il conflitto di interessi, svanisce d'incanto anche la vergogna. Così l'avvocato parlamentare Niccolò Ghedini, difensore d'ufficio del premier e di tutti coloro che gli girano attorno, emblema fulgido e monumento vivente al conflitto di interessi (non si capisce mai se parla come avvocato personale di Silvio Berlusconi per difendere gli interessi del proprio assistito o come parlamentare della repubblica italiana per difendere gli interessi del popolo), non prova il minimo imbarazzo ad affermare: "Non vedo nulla di strano, perchè i giudici non vivono sul monte Athos ed è normale che frequentino le alte cariche".

Forse gli sfugge il fatto che quello svoltosi a casa del giudice Mazzella non è stato un ritrovo tra buontemponi o amici di vecchia data che volevano passare la serata giocando a briscola, ma un incontro segreto tra due fra le più alte personalità della magistratura italiana e una vera e propria delegazione del governo, rappresentato degnamente in tutte le sue forme: presidente del consiglio, sottosegretario, ministro della Giustizia e presidente della commissione affari costituzionali (quest'ultimo, per inciso, è indagato per mafia). Un incontro dal sapore "carbonaro", come l'ha definito l'Espresso.

Sia bene inteso. Nessuno vieta ad un giudice di coltivare tutte le amicizie che vuole, fossero anche con le più alte cariche dello stato. Il problema sorge nel momento in cui quei giudici sono chiamati a giudicare fatti che riguardano quelle alte cariche a loro amiche. Il problema si acuisce se quei giudici sono sorpresi a cospirare in gran segreto con quelle alte cariche a loro amiche. La decenza, prima ancora che la serietà professionale, imporrebbero come minimo l'astensione. Cosa a cui nè Luigi Mazzella, nè Paolo Maria Napolitano pensano minimamente. Il 6 ottobre, come se niente fosse, si pronunceranno in merito alla costituzionalità del Lodo Alfano. Dopo la cenetta segreta con l'ideatore della legge (Alfano) e il beneficiario della legge (Berlusconi), avete voi dei dubbi su che tipo di parere forniranno? A meno di non pensare che essi fossero lì veramente per un torneo di briscola chiamata o, visto l'andazzo, di scopone scientifico.

Perchè poi, se uno va a scavare nel passato delle due toghe, il quadro d'un tratto si chiarisce.

Il giudice Paolo Maria Napolitano venne eletto alla Consulta nel 2006 dopo essere stato capo dell'ufficio del personale del Senato, capo gabinetto di Gianfranco Fini nel secondo governo Berlusconi e consigliere di Stato. Non propriamente un tecnico, quindi. Il giudice Luigi Mazzella, invece, antico militante del Psi di Craxi, fu scelto espressamente da Berlusconi, prima come avvocato generale dello Stato e poi, nel 2003, come ministro della Funzione pubblica del governo Berlusconi II, in sostituzione di Franco Frattini, volato a Bruxelles come commissario europeo. Tutto questo senza che Mazzella desse le dimissioni dal primo incarico. Unico caso dal dopoguerra in poi di un avvocato dello Stato facente anche funzioni di ministro. Precursore ante litteram del conflitto di interessi. Un uomo che avrebbe dovuto difendere gli interessi dello Stato anche quando non coincidevano con quelli del governo. E viceversa. Tutt'altro che imbarazzato, Mazzella svolse le sue due funzioni con solerzia e per questo fu ripagato, sempre da Berlusconi, nel 2005, con una poltrona alla Consulta.

La sua elezione è un pezzo di storia repubblicana da ricordare. Fu un compromesso, un inciucio diremmo oggi, tra maggioranza e opposizione, le quali si misero d'accordo sui nomi da votare per i due posti rimasti vacanti alla Consulta. Forza Italia propose Luigi Mazzella, spacciato per "tecnico", ma cresciuto, come abbiamo visto, sotto l'ala protettrice di Berlusconi. I Ds e Margherita proposero un certo Gaetano Silvestri. Prima si votò per Mazzella che ottenne voti bipartisan e ottenne la poltrona. Il giorno dopo si votò per Silvestri e, incredibilmente, nonostante l'accordo, il candidato del centrosinistra non ottenne abbastanza voti. Incidente di percorso, dissero. Il giorno successivo si sarebbe sistemato tutto. Infatti: la seconda votazione fu ancora più disastrosa, con la maggioranza e anche parti dell'opposizione che tradirono e remarono contro. Piccolo quadretto da incorniciare per chi, a intervalli più o meno regolari, auspica un dialogo sereno con il cavaliere.

Sullo scandalo della cena segreta l'opposizione tace. I giornali tacciono. Le televisioni tacciono. Di Pietro sul suo piccolo blog, unico nel panorama politico, ha chiesto le dimissioni delle due toghe, evidentemente rosse e antropologicamente diverse, ma che non disdegnano la compagnia privata del premier. Forse perchè Di Pietro è stato da sempre l'unico a battersi per l'abolizione del Lodo Alfano. Fatto sta che non è certo per un post sul suo blog che Mazzella e Napolitano faranno un passo indietro. Cosa può fare un blog contro il silenzio di tutta la stampa? Niente, appunto.

E' possibile avere il legittimo sospetto che questi due giudici saranno tutt'altro che sereni nel giudicare il Lodo Alfano? E' possibile avere il legittimo sospetto che, quando si tratterà di giudicare le prossime leggi di riforma costituzionale che il governo ha già annunciato di proporre, i due non saranno del tutto imparziali?

So bene che la legge Cirami sul legittimo sospetto si applica solo ai procedimenti penali e non tocca i membri della Corte Costituzionale. Ma non dovrebbe essere automatico, secondo i più basilari dettami della deontologia professionale, che dei giudici si astengano dal dare giudizi su leggi fatte da e per coloro con cui si intrattengono in modo conviviale allo stesso tavolo? E non dovrebbe essere auspicabile che il governo rispetti, se non le leggi da lui stesso votate (sarebbe chiedere troppo), almeno i dettami che le hanno ispirate?

E Napolitano non ha niente da dire in proposito? Napolitano Giorgio, intendo. Non Paolo Maria.