sabato 6 settembre 2008

Marcello, Silvio e la mafia (parte 10)

Tutti i fatti e le testimonianze riportati di seguito sono tratti dalla sentenza di primo grado dell'11 dicembre del 2004 da parte della II sezione penale del Tribunale di Palermo, che ha condannato l'imputato Marcello Dell'Utri a nove anni di reclusione.

CAPITOLO 10
I soldi! I soldi! Ho visto i soldi!

Una volta che le società di Filippo Alberto Rapisarda, per cui Dell'Utri aveva lavorato, falliscono definitivamente, Rapisarda decide che è il momento opportuno di levare le tende e di evitare di farsi trovare.

Il 16 febbraio del '79 alle ore 21:00 lascia l'Italia e inizia così il suo periodo di latitanza. Prima fugge in Venezuela, poi torna a in Europa, precisamente a Parigi. Il primo anno è ospite di un'amica bulgara a Pigalle. Poi si trasferisce in affitto in un'abitazione di proprietà di Marcello Dell'Utri al Centre Trois di Avenue Foch, a cento metri dall'Arco di Trionfo, "un palazzo stupendo, modernissimo, con le piscine interne, le saune, le sale da ginnastica, molto chic". Siamo nel 1981/82: ci sta solo per tre mesi. Rapisarda non si fida di Dell'Utri, decide di cambiare di nuovo residenza e va ad abitare al 20 di Avenue Henri Martin, in un appartamento di proprietà del famoso attore egiziano Omar Sharif. Poi si sposta di nuovo, in una serie di altri hotel, sfruttando anche la sua amicizia iraniana con la figlia del generale dello Scià di Persia.

Un appartamento in particolare non sfugge agli inquirenti. Quello sito in Avenue George V, al quinto piano, di proprietà sempre di Marcello Dell'Utri. Al settimo e ottavo piano abitavano Sofia Loren e Carlo Ponti. Rapisarda ci dorme ogni tanto durante la sua latitanza parigina. Di fronte si trova l'Hotel George V. Nei primi mesi del 1980 Marcello Dell'Utri dà appuntamento a Rapisarda proprio nel bar dell'Hotel. Il motivo non è chiaro. I due si incontrano e si salutano con freddezza: i rapporti tra di loro sono deteriorati da tempo. Rapisarda capisce immediatamente che quello non sarà un incontro a due. Quasi contemporaneamente infatti arrivano pure Stefano Bontate e Mimmo Teresi. Guardano Dell'Utri ed esclamano: "Siamo in orario".

I quattro dunque salgono su all'appartamento. La questione è delicata. Dell'Utri chiede di avere dei soldi per l'acquisto dei film di Canale Cinque. La Fininvest versa in brutte acque, non ha soldi, fa perfino fatica a pagare gli stipendi. Bontate e Teresi si consultano e poi confermano: "Va bene, ora vediamo".

In realtà, questa non è la prima volta che i boss siciliani accettano di finanziare la Fininvest. Racconta Rapisarda: "I soldi, i soldi... ho visto i soldi. Nel 1979 mi recai dal notaio Sessa in via Lanza 3, vicino a Piazza Castello. Uscendo incontrai Stefano e Mimmo Teresi, i quali mi dissero: «Pigliamoci un caffè....». Parlando parlando mi dissero che avevano appuntamento con Dell’Utri e che dovevano fare delle operazioni, mi dissero che li aveva chiamati per le televisioni. Dopo un po' di giorni, ricordo che una sera andai nell’ufficio di Dell’Utri e trovai Stefano Bontade e Mimmo Teresi che stavano facendo delle sacche, avevano dei soldi sul tavolo. E Marcello Dell’Utri era al telefono con Silvio Berlusconi".

L'ufficio è quello della società Bresciano che fa capo a Dell'Utri, in via Chiaravalle, secondo piano, lato destro uscendo dall'ascensore. Dell'Utri si lamenta, deve far presto, Berlusconi ha bisogno immediato di quei soldi, e lui li deve portare di corsa, con le sue mani, a Milano.

Sono 10 miliardi di lire tondi tondi.
A cosa servivano?
"A creare le televisioni che non c'erano".

Nell'appartamento di Parigi, un anno dopo, Marcello Dell'Utri è ancora lì, a chiedere soldi alla mafia. Le televisioni, una volta create, bisogna anche alimentarle. Bisogna accaparrarsi i film americani per battere la concorrenza. Questa volta però non useranno i sacchi: troppo pericoloso. Il denaro approderà nelle casse della Fininvest dopo complicati giri bancari tra America, Svizzera e Italia. Quali banche non si sa. Nell'incontro non si discute di questi dettagli. La somma però è ben precisa. Si tratta del doppio rispetto alla precedente richiesta: 20 miliardi di lire.

Poco tempo dopo, in una telefonata tra Rapisarda e Dell'Utri, quest'ultimo conferma che l'operazione è andata a buon fine. O forse no. Rapisarda non ricorda bene. Forse è stato il fratello Alberto a riferirgli del buon esito.

In ogni caso, una cosa è certa, "da quel momento in poi le azioni della Fininvest erano andate alle stelle".

A tal proposito il Collegio osserva che:

"Le conclusioni alle quali è pervenuto il consulente del P.M., il quale ha evidenziato, tra l’altro, la scarsa trasparenza o l’anomalia di molte delle operazioni effettuate dal gruppo Fininvest negli anni 1975-1984, non hanno trovato smentita in quelle alle quali è pervenuto il consulente della difesa di Marcello Dell’Utri; non è stato possibile, da parte di entrambi i consulenti, risalire, in termini di assoluta certezza e chiarezza, all’origine, qualunque essa fosse, lecita od illecita, dei flussi di denaro investiti nella creazione delle holdings del gruppo Fininvest. Si è già rilevato come la consulenza redatta dal prof. Iovenitti non abbia fatto chiarezza sulla vicenda in esame, pur avendo il consulente della difesa la disponibilità di tutta la documentazione esistente presso gli archivi della Fininvest.

In accoglimento di una richiesta del P.M., il Collegio ha disposto, dopo l’escussione del dott. Giuffrida, l’estensione del capitolato di prova, relativo all’audizione dell’on.le Silvio Berlusconi, a fatti ed argomenti, utili ai fini della decisione, desumibili dall’audizione di quel consulente e dal contenuto della sua relazione.

Nel corso dell’udienza del 26 novembre 2002, tenutasi nella sede istituzionale di Palazzo Chigi in Roma, l’on.le Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio dei Ministri in carica, sentito nella qualità di indagato in procedimento collegato per il reato di riciclaggio (lo stesso in ordine al quale era stato indagato Marcello Dell’Utri), si è avvalso della facoltà di non rendere interrogatorio. L’on.le Berlusconi ha esercitato legittimamente un diritto riconosciuto dal codice di rito ma, ad avviso del Tribunale, si è lasciato sfuggire l’imperdibile occasione di fare personalmente, pubblicamente e definitivamente chiarezza sulla delicata tematica in esame, incidente sulla correttezza e trasparenza del suo precedente operato di imprenditore che solo lui, meglio di qualunque consulente o testimone e con ben altra autorevolezza e capacità di convincimento, avrebbe potuto illustrare.
Invece, ha scelto il silenzio".

venerdì 5 settembre 2008

Marcello, Silvio e la mafia (parte 9)

Tutti i fatti e le testimonianze riportati di seguito sono tratti dalla sentenza di primo grado dell'11 dicembre del 2004 da parte della II sezione penale del Tribunale di Palermo, che ha condannato l'imputato Marcello Dell'Utri a nove anni di reclusione.

CAPITOLO 9
Berlusconi è amico mio

Del periodo trascorso da Dell'Utri nelle società di Rapisarda parla in particolare Angelo Siino. Costui, pur non essendo formalmente uomo d’onore, aveva avuto contatti con gli esponenti più rappresentativi di Cosa Nostra ed aveva svolto un costante ed importante ruolo di cerniera tra l’organizzazione malavitosa ed il settore imprenditoriale e politico, venendo a conoscenza dei segreti dell'organizzazione criminale nel settore degli appalti, tanto da essere noto giornalisticamente come “ministro dei lavori pubblici” di Cosa Nostra.

Siino conosce Dell'Utri dai tempi della scuola. Frequentavano lo stesso Istituto Don Bosco di Via San Paolo a Palermo. Angelo Siino era in classe con Giorgio Dell'Utri, il fratello di Marcello il quale, essendo maggiore, frequentava un'altra classe. Poi le loro storie si erano divise, Marcello era salito a far fortuna a Milano, Angelo era rimasto a Palermo, al soldo del capo assoluto Stefano Bontate.

Siino racconta che nella seconda metà degli anni '70, in uno dei tanti viaggi in cui accompagnava Bontate a Milano per degli incontri con gli esponenti della mafia siciliana al nord (fratelli Saccà, fratelli Bono, fratelli Martello), vide negli uffici di Martello proprio Marcello Dell'Utri. Bontate aveva in quel momento bisogno di riciclare dei soldi all'estero e Dell'Utri faceva proprio al caso suo, visto che si occupava di problemi di ordine finanziario all'estero, cioè di collocazione di denaro fuori dall'Italia. Ma che tipo di denaro?

Siino non ha dubbi: "Eh, chiaramente erano capitali di Cosa Nostra perché quelli di Bontade erano suoi e di altri appartenenti a Cosa Nostra, quale Teresi, Albanese e compagnia bella. Diciamo, di Cosa Nostra e familiari, perché anche questi erano parenti del Bontade". In realtà sembra che Bontate utilizzasse Dell'Utri senza averne grossa considerazione. "Da quello che ho visto, in quel momento (Bontate) non aveva una grossa considerazione del Dell'Utri, perché diceva che... insomma... lo chiamava l'imbrugghiunazzu". Apprendiamo dunque che nemmeno il massimo boss di Cosa Nostra si fida completamente di Dell'Utri e lo definisce apertamente un imbroglione.

Durante l'incontro Siino rimane in macchina fuori dagli uffici di Via Larga. Poi a un certo punto vede uscire Dell'Utri con al fianco Bontate e Ugo Martello. E' presente probabilmente anche Mimmo Teresi. Siino non lo ricorda con precisione. Gli viene presentato Dell'Utri: i due con un po' di fatica ricordano i tempi in cui erano stati compagni di scuola. Siino viene a sapere dalla bocca di Bontate che Dell'Utri curava i problemi finanziari di Vito Ciancimino, inerenti ad una società di costruzioni con Alamia. Proprio quell'Alamia citato da Paolo Borsellino nella sua ultima intervista alla stampa francese.

Ma Siino racconta anche altro. In quello stesso periodo dovette accompagnare un'altra volta Bontate a Milano. Usano una BMW di grossa cilindrata. Prima però passano da Roma a prendere Vito Cafari, massone calabrese molto vicino agli ambienti della 'ndrangheta. Siino l'aveva conosciuto nel '79 in occasione del tentato golpe separatista, il golpe Sindona. Cafari appartiene alla loggia massonica denominata Camea a capo della quale si trovava il Maestro Venerabile Aldo Vitale. Più che un massone però è un appartenente all'ndrangheta calabrese: conosce praticamente tutti, Paolo De Stefano, Joe Martino, i Piromalli, i Mammoliti.

Durante il viaggio Bontate e Cafari parlano dell'incontro a cui dovranno partecipare. "Fecero cenno al fatto che dovevano incontrarsi con i Condello. Questi Condello erano dei personaggi che avevano a che fare con gente di Locri e che avevano intenzione di sequestrare o Silvio Berlusconi o un suo familiare..."

Una volta arrivati a Milano, i due si incontrano con tre personaggi della mafia di Locri. La conversazione è decisamente poco cordiale. Cosa Nostra e la 'ndrangheta non sono in buoni rapporti. Bontate si sente decisamente superiore agli altri tre e lancia continuamente battute pesanti. Non gli va assolutamente giù che certi personaggi infastidiscano un uomo a lui vicino come Silvio Berlusconi, vicino in particolare ad Ignazio e Giovanni Pullarà. Bontate intima ai calabresi di lasciar stare Berlusconi, i tre nicchiano e non capiscono il perchè dell'ingerenza della mafia palermitana in questo affare.

Durante il viaggio di ritorno in auto, Bontate è molto contrariato. Spiega Bontate: "I Pullarà generalmente hanno protetto Berlusconi dalle ingerenze calabresi e per questo hanno avuto da Berlusconi notevoli riscontri, rientri in denaro. I Pullarà ci stanno tirando u radicuni!". Cioè lo stanno sradicando, lo stanno spazzolando ben bene, gliela stanno facendo pagare a caro prezzo la protezione.

Un altro episodio molto interessante citato da Siino. In un night di Milano dei tizi calabresi iniziano a dar fastidio proprio a Berlusconi e lo offendono in maniera plateale. I Pullarà interverranno personalmente per difenderlo. Il rapporto era dunque di questo tipo, quasi da guardie del corpo. Un rapporto tra estorsore ed estorso?

"Certamente no, forse al principio fu così, ma in secondo luogo, in secondo tempo, il rapporto tra il Bontate e Berlusconi era un po’ sbandierato, soprattutto non dal Bontate che era un tipo diciamo signorile, ma soprattutto da Mimmo Teresi. Mimmo Teresi ogni tre parole diceva Berlusconi è amico mio...".

Col fratello Paolo si dava addirittura del tu.

mercoledì 3 settembre 2008

Marcello, Silvio e la mafia (parte 8)

Tutti i fatti e le testimonianze riportati di seguito sono tratti dalla sentenza di primo grado dell'11 dicembre del 2004 da parte della II sezione penale del Tribunale di Palermo, che ha condannato l'imputato Marcello Dell'Utri a nove anni di reclusione.

CAPITOLO 8
Alla corte di Rapisarda

Nell'ottobre del 1977 Marcello Dell'Utri termina il rapporto di collaborazione con Silvio Berlusconi, alle prese con una grave crisi economica e conseguenti problemi finanziari. Berlusconi ha a mala pena i soldi per poterlo pagare, Dell'Utri se ne va. Trova immediatamente occupazione nelle società di un certo Filippo Alberto Rapisarda, imprenditore in ascesa, assurto al vertice del terzo gruppo immobiliare italiano, i cui rapporti con vari esponenti della criminalità organizzata non saranno mai chiariti a sufficienza.

Stando alle parole dello stesso Rapisarda, Dell'Utri gli venne presentato da Gaetano Cinà. La proposta è di quelle che non si possono rifiutare. Alla vista di tale compagnia, Rapisarda non può negare il suo interessamento e accetta di assumere Dell'Utri "perché era difficilissimo poter dire di no a Cinà Gaetano dal momento che il Cinà non rappresentava solo se stesso, bensì il gruppo in odore di mafia facente capo a Bontate e Teresi Marchese Filippo".

Nonostante la raccomandazione da parte di Cinà sia stata negata con forza da Dell'Utri che dichiara di aver sempre ritenuto Rapisarda "una persona megalomane e poco affidabile", una conferma dell'episodio viene anche dal teste Giuseppe Montaperto, amico trentennale di Cinà, incontrato proprio in casa di Mimmo Teresi. Montaperto racconta dei colloqui avuti con Cinà, il quale si vantava della sua amicizia con Dell'Utri, del fatto di averlo raccomandato in quell'occasione e di aver evitato che intraprendesse la carriera ecclesiastica. "Se si fosse fatto prete, sarebbe diventato sicuramente Papa!" scheza il Montaperto. Sulla questione, però, Marcello Dell'Utri precisa di aver solamente pensato di concedersi un anno sabbatico per studiare teologia e filosofia teoretica, ma di non aver mai accarezzato l'idea di prendere i voti. In ogni caso, Rapisarda, in seguito alle pressioni e alle minacce di Cinà, assumerà pure il fratello di Marcello, Alberto Dell'Utri.

Marcello Dell'Utri lascia dunque la Edilnord in via Foro Bonaparte e inizia a lavorare presso la società BRESCIANO di proprietà di Rapisarda in via Chiaravalle. Tutto ciò nonostante le perplessità dello stesso Berlusconi che aveva sconsigliato a Dell'Utri di cimentarsi in attività manageriali. In realtà la Bresciano era una società destinata al fallimento. Dell'Utri se ne accorge dopo due mesi di lavoro. Rapisarda l'aveva rilevata credendo che si trattasse di un ottimo affare. In realtà esistevano dei debiti sopravvenienti che la banca non aveva dichiarato al momento della cessione dell'azienda.

Nel breve periodo in cui Dell'Utri è a capo dell'azienda, la Bresciano vince l'appalto presso il governo Siriano per costruire l'autostrada Damasco-Aleppo. Dell'Utri passa alcuni mesi in Siria, presso il cantiere nel deserto. Purtroppo però, per dei ritardi nei lavori, sorgono immediatamente dei problemi con il Tribunale di Damasco, perchè "lì sono severissimi!". Intanto in Italia le cose non vanno meglio. Il varo del ponte sul fiume Trigno ad Isernia è un disastro: quando viene posto il carro di prova, il ponte crolla. Privata dei finanziamenti, la Bresciano è costretta a lasciare in sospeso i cantieri aperti in tutta Italia e fallisce definitivamente.

Molti pentiti hanno riferito dei contatti avuti da Rapisarda con i principali esponenti della malavita siciliana, tra cui il boss Stefano Bontate, Mimmo Teresi e lo stesso Alamia, citato da Paolo Borsellino nella sua ultima intervista come personaggio in affari con Vito Ciancimino. Sul fatto che Rapisarda sia in odore di mafia Dell'Utri invece ha una teoria tutta sua: "Il discorso di Rapisarda mafioso fa ridere, perché se c’è uno che non può essere mafioso è Rapisarda, in quanto proprio è uno che parla in maniera sconsiderata di tutto e di tutti e credo che sia anche una persona che non ha nessun senso dell’amicizia, nessun rispetto dell’amicizia, cioè secondo me è completamente fuori da ogni logica, diciamo così, di carattere, semplicemente, da questo punto di vista, mafioso".

Laconico il commento del Tribunale di Palermo: "Parole che si commentano da sole".

lunedì 1 settembre 2008

Il carrozzone dei simpatici


"Scusi, scende?"
"No, veramente sto partendo..."
"No. Non ha capito. La mia non era una domanda. Era un ordine".

Il presidente della FIGC Abete oggi schiuma rabbia e grida: "Adesso basta!".
Adesso???
Hahaha. Che grasse risate.

Sotto i riflettori è ancora una volta il mondo del calcio. No. A pensarci bene, il calcio non c'entra assolutamente nulla. Sotto i riflettori c'è semplicemente uno spaccato di questa Italia, povera, malata e impotente.

La scorsa mattinata è stata una domenica di ordinaria follia alla stazione dei treni di Napoli. Mille e cinquecento (1500) ragazzotti hanno assaltato un intero convoglio ferroviario in partenza per il nord. Motivo: dovevano assolutamente raggiungere lo stadio Olimpico a Roma, dove di lì a poche ore si sarebbe disputata la sfida tra Roma e Napoli. Come possono 1500 ragazzotti scalmanati stare tutti in un treno sovraffollato di turisti in rientro dalle vacanze? Infatti non ci possono stare. Non ci starebbero nemmeno se il treno fosse vuoto. Figuriamoci in una delle giornate da bollino rosso per la mobilità.

La scena è da terzo mondo. I passeggeri vengono minacciati brutalmente e costretti a scendere immediatamente dai vagoni. Non c'è ragione che tenga. Mamme con bambini. Famiglie con le valigie. Semplici viaggiatori della domenica. Pendolari del weekend. Tutti giù. Tra urla, minacce, cariche, fumogeni, pianti di bambini, bandiere, insulti, spranghe, teste incappucciate, cori deliranti. Tutti giù. Arriva l'armata dei deficienti. Centinaia di persone prese letteralmente in ostaggio. Non c'è ragione che tenga. Loro sono di più, sono più grossi e più incazzati. Nell'impotenza generale, raccolgono in fretta e furia le loro cose, giornali, libri, borse, valigie, carrozzine e saltano letteralmente giù dal convoglio preso d'assalto da una mandria incontrollata e apparentemente incontrollabile.

E la polizia dov'è? "Erano in troppi, non potevamo intervenire". Questa la spiegazione a caldo. Ora, che la tifoseria napoletana sia una delle più intemperanti non lo si scopre certo adesso. Che la trasferta a Roma sia una delle più sentite è arcinoto. Che la partita fosse la prima di campionato e che quindi calamitasse tutte le aspettative di un intero calcio d'agosto passato solo ad aspettare il fischio d'inizio è un dato di fatto, impossibile da sottovalutare. Bene, cosa aveva predisposto la questura in vista di tutto ciò? Nulla. Un beato nulla. Aveva giusto avvertito coloro che erano sprovvisti di biglietto di non avventurarsi in trasferta, perchè tanto, allo stadio, non sarebbero entrati comunque. Poveri cari ingenui tontoloni sprovveduti. Sanno di essere di fronte a una masnada di teppisti delinquenti impasticcati pronti a tutto per seguire la propria squadra (pur essendo ben coscienti che la partita non la vedranno mai) e cosa fanno? Ammoniscono. Danno consigli. Invitano a ragionare.

Non si è provveduto a creare un treno speciale. Non si è provveduto ad avvisare i passeggeri dei possibili disagi. Non si è provveduto a disporre un adeguato cordone di polizia che controllasse e gestisse l'afflusso di tifosi sul treno. Niente. Il nulla più assoluto. Come se tutto fosse normale. Qualche decina di poliziotti (poveretti) in completa balia degli eventi. Inermi e impotenti. Così come la popolazione civile, che a loro chiedeva il rispetto dell'ordine. Il rispetto delle elementari norme del comportamento. Illusi.

Il treno dunque, per ordine del questore, è partito. Con varie ore di ritardo. A bordo solo gli ultrà. Sulla banchina, a cercare un altro modo per tornare a casa, più che altro a cercare una spiegazione a quella follia, tutta la gente normale, allibita e piena di rabbia. Nel breve tragitto di un paio d'ore tra Roma e Napoli, su quel treno è successo di tutto. Il delirio allo stato puro. L'ira funesta degli invasati si è abbattuta sulle carrozze provocando danni da centinaia di migliaia di euro. Senza ricordare che per ben tre volte qualche simpaticone ha tirato il freno di emergenza bloccando pericolosamente il treno sulle rotaie. Il carrozzone dei deficienti.

In un paese civile, alla stazione Termini di Roma, ci sarebbe stato pronto un cordone di polizia imponente. I delinquenti travestiti da tifosi non sarebbero stati fatti nemmeno scendere. Avrebbero portato direttamente tutto il treno in questura. Li avrebbero schedati, denunciati uno per uno a piede libero, processati per direttissima e spediti a farsi una bel periodo in gattabuia.

Cos'è successo in Italia? All'arrivo alla stazione Termini di Roma il cordone di polizia c'era eccome. Ma per scortare gli ultrà allo stadio. La follia di uno stato asservito alla prepotenza di alcuni pazzi criminali.

Resoconto della giornata: scontri tra tifosi napoletani e romanisti, volano pietre, spranghe, fumogeni, coltelli. Ne vengono arrestati cinque. Sono già stati scarcerati. Saranno processati ad ottobre. Nella peggiore delle ipotesi verrà loro proibito di andare in trasferta. Nella migliore saranno scagionati completamente.

Suonano ancora più vergognose le dichiarazioni del questore Antonio Puglisi che oggi tenta di difendere il suo operato: "Quando il treno si è mosso non c'erano segnali di allarme al di là del naturale disagio dei passeggeri costretti a viaggiare in carrozze affollate di tifosi. Tanto che in molti hanno cambiato treno, ma l'hanno fatto in modo autonomo e spontaneo, senza alcuna pressione o violenza".

Capito? In modo spontaneo. E' stata una decisione meditata. Ma alla fine l'hanno voluto loro. Voglio dire: i 1500 ragazzotti non facevano nulla di male, c'era solo un po' di sovraffollamento. Tutto qua. Se a te non ti va di viaggiare sovraffollato, fai il piacere di scendere, o no? Oltre allo schiaffo morale di vedersi usurpati di un posto a sedere sul treno, pure la presa per il culo del proprio questore, che non trova di meglio che difendere quei bravi ragazzi: "Li abbiamo perquisiti, se avessimo trovato anche un solo tifoso armato di oggetti contundenti l'avremmo arrestato". Io non so voi, ma quell'oggetto che il tizio nella foto brandisce dal finestrino non mi sembra un fazzolettino per salutare a mammà. Forse il questore ha un'idea di "oggetto contundente" diversa dalla mia.

Ripeto. Questo con il calcio non c'entra niente.

C'entra invece, e molto, con l'Italia. Un paese impotente di fronte alla criminalità. Assoggettato alle mafie, ai prevaricatori, ai prepotenti impuniti. A tutti i livelli. E' il senso di impotenza che lascia amareggiati. E' quella sensazione di impunità diffusa che sembra impossibile da estirpare, in cui sguazzano tutti i furbetti, dai livelli più infimi (vedi ultrà fumati e ubriachi) ai livelli più alti (vedi il Parlamento).

Diranno: è solo calcio.
No: è uno dei tanti segnali della degenerazione di questo paese ormai fuori controllo.

sabato 30 agosto 2008

Allo schifo non c'è mai fine


E' passata l'estate.

Gli italiani sono andati ad arrostirsi le chiappe al sole. Studio Aperto l'ha fatta da padrona con tutto quel ben di Dio da mostrare in prima serata. Gli assassini più efferati scatenati dal caldo hanno rubato la scena dei telegiornali. La telenovela Ronaldinho ha finalmente trovato una degna conclusione: dopo anni di tira e molla Silvio ha finalmente deciso di sganciare il grano. Le Olimpiadi ci hanno visto soffrire tutti insieme per connazionali impegnati in sport di cui ignoravamo bellamente l'esistenza fino a un minuto prima.

Insomma: belli rilassati è ora di tornare ad occuparsi delle solite cose noiose della politica italiana. E non c'è da perdere un secondo! Che qui, appena ti distrai, ti parte tra capo e collo un'emergenza dietro l'altra, che se non ci stai attento rischi di rimanere tramortito. Ogni giorno, in un frullare impazzito di emergenze, in questo gioco malato e perverso di "priorità" in cui , se non si ha un minimo di senso critico, si rischia di finire dentro fino ai capelli ed annegare, al cittadino italiano viene fatto credere una volta che la priorità è la riforma della giustizia, un'altra volta che invece c'è una priorità più prioritaria che riguarda il federalismo fiscale, un'altra ancora che c'è però un'emergenza che le batte tutte: quella di Alitalia, anzi no: lo sbarco dei clandestini richiede la proclamazione dello stato di emergenza, ma che dici: la vera emergenza è la fiumana di intercettazioni pubblicate che ledono nel profondo la privacy del cittadino stesso.

Non c'è che dire: se non hai gli anticorpi, ne esci a pezzi. Non sai più dove voltarti. E' come essere preso a scazzottate da Tyson. Dovunque giri la faccia ti vedi il suo guantone stampartisi in fronte. E poi, quando la giostra impazzita delle emergenze è conclusa (perchè non è infinita e prima o poi termina il suo giro), come ogni giostra che si rispetti, ricomincia daccapo. E tu lì , che non ti ricordi più nemmeno della prima emergenza, quella che aveva scatenato il putiferio, avevi creduto che da un momento all'altro l'Italia si sarebbe sfasciata se non si fosse risolta e invece ti ritrovi a non rammentarne nemmeno più l'esistenza. Perchè in effetti c'è da dire che ad ogni giro, poi, una delle tante, a turno, viene magicamente risolta. E si fa presto a perdere il conto.

E' capitato con i rifiuti della Campania, che ancora brucia, ma la gente crede che ora nei bidoni crescano i fiori. Sta capitando oggi. La penultima emergenza in ordine di tempo, ovvero il salvataggio di Alitalia, l'ha annunciato lo stesso Presidente del Consiglio, è stata brillantemente affrontata e risolta. La cordata italiana non era un'invenzione. Lui l'aveva sempre detto che ce l'aveva in tasca. E non ce ne è stato uno, dico un solo giornalista, che abbia fatto notare come a fare gli imprenditori così è capace anche mio nonno. I debiti multimilionari se li sobbarca lo stato, ovvero il cittadino (ma questo al cittadino è meglio non dirlo), il gruppetto dei "capitani coraggiosi" proclama di aver agito sotto la spinta di un non ben definito senso del dovere e del sacrificio per la patria, salvo scoprire che la nuova compagnia che risorge dalle ceneri di Alitalia con Alitalia non ha niente a che fare. La vera Alitalia è morta e sepolta dai debiti. Quella che Berlusconi e Colaninno hanno fatto finta di salvare è una nuova compagnia, con lo stesso nome, solo ridimensionata, ma nel complesso sana e potenzialmente con ampi margini di crescita.

Ma non c'è stato nemmeno il tempo di capire cosa fosse successo. E' apparsa da un giorno con l'altro questa fantomatica cordata salvatrice. Berlusconi ha proclamato la fine dell'emergenza. Tremonti ha rassicurato i piccoli risparmiatori su cui sono crollati i dissesti finanziari della compagnia senza specificare in che modo verranno tutelati. Le televisioni e i giornali hanno riportato pari pari. La gente ci ha creduto. L'emergenza è finita. Alitalia è salva. Non parlateci più di Alitalia per favore. C'è qualcosa di ben più importante da fronteggiare ora: il pericolo intercettazioni.

Ma come? E sì. Questa è una di quelle emergenze che ritornano ciclicamente. Purtroppo Berlusconi non è riuscito ha far passare un decreto legge che le fermasse e si sa: un disegno di legge è lungo e laborioso e i tempi si dilatano. Poi c'erano di mezzo le vacanze. Ed ecco qua che è risaltata fuori, puntuale come un cucù. Belpietro, lo zerbino argentato dal sorriso indisponente, il direttore della rivista di famiglia, Panorama, pubblica delle intercettazioni riguardanti dei presunti favori che Prodi avrebbe fatto a suoi famigliari. Roba penalmente rilevante? I giudici lo decideranno. Roba che risale al '93? E chissenefrega. Se c'è del dolo, che venga tirato fuori, e se qualcuno deve pagare, che paghi.

Berlusconi, evidentemente, dopo aver sfogliato la sua propria rivista, rimane scandalizzato. Grida e bercia che così non si può più andare avanti. E' una vergogna che i giornali ormai pubblichino tutto quello che gli passa per le mani. Si dimentica forse che il giornale in questione è di sua proprietà. Poi annuncia che qui ci vuole immediatamente una legge che metta fine allo scempio delle intercettazioni.

Ora: anche un bambino un po' scemotto capirebbe l'infantile giochino orchestrato ad arte. Voglio dire. Non c'è bisogno di un impeccabile D'Avanzo che ce lo spieghi e ce lo sveli per filo e per segno come se stesse facendo lo scoop del secolo. O forse sì? In un paese normale, dopo una figuraccia del genere, la fiducia del premier crollerebbe all'istante. Invece no.

Su quello che ormai è diventato il giornale di regime, Il Corriere della Sera, un ingenuo e fanciullesco Sergio Romano, cavalca l'onda dello scandalo. Sostiene a spada tratta tutte le balle di Berlusconi (a cui lo stesso Berlusconi ormai non crede più), si chiede infervorato come mai dei magistrati passino il tempo ad indagare su vicende "del secolo scorso". Dimenticando che il secolo scorso è terminato da soli 8 anni. Sentenzia che la "pubblicazione di intercettazioni segrete è una patologia tutta italiana": ma se sono segrete come fanno a pubblicarle? Ne deduce che ci vuole immediatamente una legge "che non è difficile immaginare": e infatti è talmente facile immaginarla che c'è già: è vietato pubblicare intercettazioni sottoposte al segreto istruttorio. Si scandalizza della conseguente strumentalizzazione politica atta a "colpire l'avversario". Si congratula con Berlusconi per non essere caduto in un tale vile giochino. Accusa la sinistra di essere troppo sospettosa.

La conclusione è commovente. "Lo stesso Prodi, dicendosi indifferente alla pubblicazione delle intercettazioni, ha dato la sensazione di volere svalutare i sentimenti di solidarietà offerti da Berlusconi".

Ora la mia domanda è questa. Sergio Romano è uno scrittore e un giornalista di chiara fama internazionale. Ha ricevuto onorificenze a tutti i livelli. Ha insegnato nelle più importanti università americane. Ha pubblicato decine e decine di libri.

Cosa lo spinge a leccare, oggi, all'età che si ritrova, col sorriso sulle labbra, il deretano fetido di Berlusconi?