martedì 7 luglio 2009

Chi ha paura delle badanti?


Qualche giorno fa il disegno di legge in materia di sicurezza è divenuto ufficialmente legge dello stato.

A seguire, sono scoppiate immediatamente polemiche furiose tra maggioranza e opposizione, tra chi annunciava l'arrivo di nuove leggi razziali e chi difendeva strenuamente delle disposizioni che avrebbero riportato l'ordine e la legalità in Italia e avrebbero debellato una volta per tutte la piaga dell'immigrazione clandestina. Una schizofrenica ridda di dichiarazioni, la maggior parte delle quali basate su una conoscenza assolutamente approssimativa del testo approvato. Perfino il Vaticano ci è caduto. Prima la reazione a caldo dell'Arcivescovo Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio per la pastorale dei migranti, che bollava la legge come foriera di "molti dolori e difficoltà". Poi la smentita secca della Santa Sede che sostanzialmente scaricava Marchetto sostenendo che le sue erano solo considerazioni personali. Salvo poi ritrattare la ritrattazione con il cardinale Tettamanzi che parlava apertamente di "leggi discutibili che portano sofferenza", prendendosi del comunista da Calderoli.

Ma perfino la maggioranza, che questo testo ha ideato ed approvato, sembra avere le idee alquanto confuse in materia. Mentre Maroni saltellava giulivo, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alla famiglia, Carlo Giovanardi, chiedeva una sanatoria immediata per tutte le colf e le badanti irregolari. Ancora non era entrata in vigore la legge e già qualcuno chiedeva che venisse aggirata. Rispondeva allora per le rime il felino Calderoli, ministro per la semplificazione, che rimandava al mittente la proposta: "Non se ne parla nemmeno. E' ora di finirla con il paese del "fatta la legge-trovato l'inganno"!". A dargli man forte, il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, che invitava a non avere approcci "superficiali o semplificatori". A metterci una pietra sopra ci pensava Bonaiuti che, tirando in ballo addirittura un Patto Europeo, spiegava che "le nuove norme sulla sicurezza non incidono sulle persone che già sono in Italia perchè le norme penali riguardano solo il futuro e non sono retroattive. Non si può procedere ad alcun tipo di sanatoria generalizzata perchè ciò è vietato dal Patto Europeo per l'immigrazione e l'asilo, firmato dai Capi di Stato e di Governo al Vertice europeo dell'ottobre scorso".

A fugare infine ogni dubbio arrivavano le sempre rassicuranti dichiarazioni di Capezzone che spiegava come il problema posto da Giovanardi non esistesse nemmeno visto che, "come sanno tutti, un reato penale non è mai retroattivo. E quindi anche il reato penale di immigrazione clandestina non potrà certo applicarsi a chi oggi è in Italia e lavora come colf o badante, anche se il suo ingresso fu irregolare. Il Governo non si sogna di mettere in difficoltà colf e badanti".

Ma allora, chi ha ragione? Se il problema non sussiste, perchè Giovanardi l'ha sollevato? E soprattutto, se non sussiste, perchè Calderoli si è inalberato tanto? Domande che non troveranno mai una risposta.

Anche perchè, a rendere la situazione ancora più confusa, ci si sono messi pure gli house organ di partito. Il Giornale, che in questa vicenda è ovviamente l'unica voce attendibile visto che esprime esattamente la voce del governo, ieri diramava una nota della Redazione in cui, sulla falsariga del discorso di Capezzone, si specificava come il problema delle badanti fosse inesistente: il reato penale non è retroattivo e quindi non se parla nemmeno. Le badanti sono in una botte di ferro. Questa mattina però il Giornale era già più possibilista e ammetteva che, effettivamente, a leggere bene il testo della legge, le badanti un pizzico di preoccupazione potrebbero anche avercela, visto che il ddl punisce il solo fatto di essere presente illegalmente sul suolo italiano, indipendentemente da quando si è fatto ingresso. Come la mettiamo allora? Le circa cinquecentomila badanti irregolari in Italia potranno ancora portare a passeggio i nonni senza paura di essere denunciate o no? Nessuno sembra in grado di dirlo con certezza.

Ad alimentare le preoccupazioni ci ha pensato il ministro Ignazio La Russa che ha proposto una distinzione epistemologica tra "badanti" e "colf". Le prime sono indispensabili, le seconde un po' meno. Quindi il governo prima penserà a regolarizzare le badanti (quelle che cambiano i pannolini ai nonni, per intenderci) e poi, con calma, penserà alle colf (le domestiche, per intenderci). Frattini da par suo, continuando col distinguo e creando più di qualche brivido tra le colf, assicura che "nessuna badante andrà in galera". Recita il ministro: "Non è necessaria alcuna sanatoria perchè la legge penale non è retroattiva". Di che regolarizzazione stava parlando allora La Russa? Boh.

Sacconi, quello di prima, dopo aver chiacchierato con Gianni Letta, sembra aver cambiato versione ed è arrivato alla conclusione che è necessario "regolarizzare sì, ma con rigore". Qualcuno dovrebbe farlo incontrare con Frattini e Capezzone, così magari si mettono d'accordo. A tirare le somme interviene il sempre astuto Maurizio Gasparri che, senza andare troppo per il sottile tra colf e badanti, paventa uno stratagemma scaltrissimo: utilizzare il decreto sui flussi migratori per regolarizzare il loro status. Se non avete idea di cosa voglia dire, non preoccupatevi. Probabilmente non lo sa nemmeno lui.

Posto dunque il fatto che nessuno, nemmeno tra coloro che hanno scritto la legge, è in grado di spiegare cosa ne sarà di quelle cinquecentomila badanti, andiamo a far chiarezza entrando nel merito del testo. Il ddl è lungo la bellezza di 128 pagine, rigorosamente divise in due, per evidenziare le correzioni apportate di volta in volta, da Senato prima e Camera poi. Me le sono lette tutte. Fidatevi.

Il nodo della questione è il seguente: cosa significa che è entrato in vigore il reato di clandestinità?

La prima domanda che viene da porsi è: ma allora, l'altro ieri, prima che entrasse in vigore il ddl, era legale essere clandestino? Ovviamente no. Secondo la legge Turco-Napolitano prima e Bossi-Fini poi, se venivi beccato privo di documenti e del regolare permesso di soggiorno venivi prelevato e posto nei centri di permanenza, in cui l'autorità giudiziaria tentava di identificarti e capire da dove venivi. Se non ci riusciva, ti "intimava" (secondo la dizione della legge) di andartene. Ti dava cioè il famoso foglio-di-via. Chiaramente nessun clandestino era così scemo da prendere la cosa sul serio, stracciava il foglio e rimaneva illegalmente in Italia fino a successivo, inutile, controllo.

Cosa cambia ora con la nuova legge che debellerà la piaga della clandestinità? Praticamente niente. L'unica variazione è che il tempo massimo di permanenza all'interno dei centri di identificazione è dilatato a sei mesi. Cosa succederà se in quell'arco di tempo non si riuscirà ad identificare il soggetto? Nulla. Gli si intimerà di andarsene "entro cinque giorni". Quello non se ne andrà e rimarrà clandestino in Italia fino al successivo controllo. Come è sempre stato. E se invece il soggetto viene identificato e poi trovato recidivo? Rischia un pena detentiva fino a quattro anni. Il problema però è che la legge specifica che il clandestino recidivo può finire in carcere solo se si trova a risiedere illegalmente in Italia "senza un buon motivo". Cosa vuol dire? Non avere i soldi per prendere l'aereo e andarsene è un buon motivo? Evidentemente sì e quindi nessun clandestino si farà un solo giorno di carcere. Senza contare che, già di per sè, con tutte le attenuanti più i tre anni scontanti per condono, sarebbe praticamente impossibile per un clandestino recidivo metter piede in galera.

Ma allora: in cosa consiste questo reato di clandestinità? Innanzitutto bisogna distinguere tra due tipi differenti di reato. L'ingresso illegale in territorio italiano e la permanenza illegale. E' chiaro infatti che una persona può entrare regolarmente in Italia (con visto turistico) e poi permanere illegalmente oltre il tempo consentito. Anzi è proprio così che la maggior parte dei clandestini arriva in Italia. Non lo sono al momento dell'ingresso, ma lo diventano poi. Cosa stabilisce la legge in questi due casi? Beh, la legge, incredibilmente, non sembra fare distinzione. Infatti per entrambi i casi recita: "lo straniero che fa ingresso ovvero si intrattiene in territorio dello Stato" irregolarmente "è punito con l'ammenda da 5.000 a 10.000 euro".

Ora, capite bene che la distinzione tra "fare ingresso irregolarmente" e "intrattenersi irregolarmente" è teoricamente chiara, ma praticamente impossibile da determinare. Anzi, se il reato di immigrazione clandestina si risolvesse solo nell'ingresso irregolare, sarebbe qualcosa di assolutamente virtuale. O si sorprende il clandestino nel momento esatto in cui sta varcando il confine, con un piede di qua e uno di là, e allora non lo si mette di certo in galera, ma lo si risbatte semplicemente indietro o lo si sorprende appena un minuto dopo il suo ingresso e allora quello potrà sempre dire di essere entrato l'anno prima quando la legge non era ancora in vigore.

Ecco che a quel punto interverrà la seconda parte della legge: la permanenza irregolare sul territorio italiano. Il clandestino verrà processato per direttissima davanti al giudice di pace e, se è così furbo da presentarsi al processo, rischierà di prendere una multa fino a 10.000 euro. Che ovviamente non pagherà, non avendo di norma nemmeno i soldi per prendere l'aereo di ritorno in patria. Se invece non si presenterà al processo e farà perdere le sue tracce, la legge prevede che il processo si celebrerà lo stesso in contumacia. Con relativo spreco di tempo e denaro pubblico.

Dunque dove sono tutte queste misure repressive nei confronti dell'immigrazione clandestina? Non esistono. Anzi, ci sono, ma assomigliano tanto alle grida manzoniane: altisonanti, ma in pratica assolutamente inutili. A cosa si riduce il tanto famigerato reato di clandestinità? Allo spauracchio di una multa che non verrà mai pagata e, nei casi più gravi di recidività, di una possibile detenzione che mai verrà messa in atto. Le badanti allora hanno da stare tranquille? Possono dormire sonni più che tranquilli, visto che nemmeno i clandestini "pericolosi" avranno molto da temere. Che senso ha avuto allora sollevare un così grosso polverone? Bastava dirlo prima che era tutta una buffonata.

L'unico tangibile effetto di queste norme sarà quello di ingolfare ancora di più i meccanismi già pachidermici della giustizia italiana. I giudici di pace si vedranno le scrivanie piene di carte relative a processi a carico di ignoti clandestini che si concluderanno in un niente di fatto a discapito della già lentissima giustizia civile che registrerà una brusca frenata d'arresto.

Nel frattempo tiriamoci su di morale guardando il video di un commosso Berlusconi di fronte ai "respingimenti inumani" decisi dall'allora governo Prodi contro gli Albanesi.

Il video si intitola "Quando Silvio piangeva per gli immigrati". Sono sempre scenette esilaranti.

mercoledì 1 luglio 2009

Tra impotenza ed impudenza


Non so se avete notato, ma da quando si è votato per le Europee il Partito Democratico si è ammutolito del tutto. In campagna elettorale Franceschini ci aveva tentato a risollevare gli animi di una truppa disillusa, depressa, disorientata. Aveva alzato un po' la voce, aveva buttato lì qualche bella stoccata, aveva preso qualche cantonata (l'invito a Berlusconi per il 25 Aprile), ma almeno aveva suscitato qualche reazione scomposta dall'altra parte, che non fa mai male. Si era dimostrato apparentemente vivo. Piccoli segnali, per la verità. Giganteschi passi avanti, se confrontati con l'incomprensibile prudenza del predecessore, nonchè maestro, Walter Veltroni.

Come si sospettava, era tutto un bluff. Terminato lo spoglio, la cosiddetta opposizione è tornata al silenzio da oltretomba di veltroniana memoria, per cui il dissenso all'operato della maggioranza deve essere espresso in modo molto pacato, sereno, da galantuomini, in sordina, senza destare troppo rumore, senza che l'opinione pubblica se ne accorga. Come piace alla maggioranza, insomma. Nonostante lo sbraitare delirante del nostro capo del governo che vedeva dappertutto comunisti eversori, in combutta a livello mondiale per farlo cadere, a ben guardare pochissime sono state le dichiarazioni in tal senso della cosiddetta opposizione.

L'inchiesta di Bari è stata seguita con particolare attenzione dalla stampa, Corriere e Repubblica in primis, ma mai vi è stata una presa di posizione netta da parte del Partito Democratico. E sì che la portata dello scandalo era sotto gli occhi di tutti. Vi ricordate gli attacchi anche un po' arditi di Franceschini che, sulla scia delle foto di Berlusconi a Villa Certosa circondato da ninfe più o meno nude, chiedeva agli Italiani se avrebbero affidato l'educazione dei propri figli ad un tizio così? Erano solo delle foto, e nemmeno troppo spinte. Alla luce invece di un'indagine ufficiale avviata dall'autorità giudiziaria che indaga su un giro di prostituzione, appalti truccati, festini e cocaina, l'opposizione non ha fiatato. E continua a non proferire parola. Come mai?

La risposta si è avuta in questi giorni. Il Pd, come volevasi dimostrare, assomiglia sempre di meno ad un partito e sempre di più ad un carrozzone impotente. Un accozzaglia di "mal tra' insèm", come diremmo dalle nostre parti, un circo senza capo nè coda, schizofrenicamente dilaniato da incomprensibili personalismi, capricci, invidie, sgambetti reciproci. La verità è che Franceschini è stato messo lì dai Dalemiani perchè nessun altro voleva bruciarsi. E' stato speso perchè non aveva nulla da perdere. E proprio perchè non aveva, e non ha, nulla da perdere, ci ha preso gusto e adesso si vuole candidare per la guida del Pd a lungo termine. Non era questo il piano di D'Alema, Bersani e compagnia, che non aspettavano altro che la disfatta di Franceschini alle Europee per riprendersi in mano il partito. La disfatta non è arrivata, almeno non come se l'aspettavano. E ora hanno già dimenticato le possibili "scosse" e si sono messi d'impegno a farsi una guerra fratricida spietata.

Il paese è allo sbando, in mano a Berlusconi. E loro sono lì che passano il tempo ad azzuffarsi e rispolverarsi il trucco in vista delle prossime primarie. Sembrano tanti bambini deficienti che litigano per un giocattolo inutile. Assomigliano un po' ai capponi nelle mani di Renzo. Ieri la Serracchiani, il volto nuovo del PD e diventata famosa per il solo fatto di aver sparato a zero contro la dirigenza, ha rilasciato un'intervista a Repubblica in cui attaccava Bersani e D'Alema definendoli "vecchi" e "uomini dell'apparato" e sostenendo la candidatura di Franceschini, "molto più simpatico", a suo dire. In men che non si dica, le è piovuta addosso una sassaiola di attacchi più o meno livorosi, più o meno risentiti e indignati da parte di gente che si credeva dispersa da tempo, che non ha mai osato fiatare per denunciare le sconcerie berlusconiane, ma che si è dimostrata prontissima a scendere in campo in difesa dei propri leader storici. Si è messo in moto l'apparato. Una serie di invettive del tutto gratuite e spropositate. Non hanno mancato di dire la loro, nell'ordine, Gianni Pittella, Nicola Zingaretti, Piero Marrazzo, Marco Follini, Barbara Pollastrini, Enzo Carra, Roberto Giachetti. Un fuoco incrociato che non si vedeva da tempi immemori. Obiettivamente ridicolo, se si pensa al peso praticamente nullo che può avere la Serracchiani all'interno del partito.

Ma basta per avere il polso della situazione. Quale è stata la colpa della ragazzina dal faccino pulito? Quella di aver parlato di "innovazione", "ricambio", "aria fresca", "questione morale" e "conflitto di interessi". Addirittura. All'interno del Pd sono assolutamente terrorizzati da certe parole. E' come parlare di corda in casa dell'impiccato. Non le si tollera. La verità è che fino a quando questo partito rimarrà nelle mani del trio D'Alema-Fassino-Rutelli che sponsorizzano il "nuovo" Bersani, non andrà da nessuna parte. Non riescono a capirlo. Non vogliono farsene una ragione. Sono cadaveri che camminano e si ostinano a rimanere in sella. Non si accorgono che ormai l'elettorato non li segue più. L'elettorato vero, dinamico. Quello che ha voglia di cambiamento. E che ora si appoggia all'Idv, ora dà il voto alle sinistre più estreme o non vota del tutto. Stanno perdendo i pezzi e miopi come talpe perseverano in questo gioco al massacro. Alle primarie, se ci saranno, vincerà Bersani a mani basse. E il declino del Pd sarà inarrestabile.

Perchè Bersani, ha ragione la Serracchiani, rappresenta ancora una volta il vecchio. Bersani è nient'altro che un prodotto di D'Alema. E D'Alema rappresenta il conflitto di interessi. Rappresenta la degenerazione della questione morale. D'Alema rappresenta l'impotenza dell'opposizione. Un'opposizione che, anche volendo, non si può opporre a Berlusconi, perchè ha scheletri nell'armadio grandi uguali o persino peggiori. Come è pensabile ricostruire un'opposizione a Berlusconi partendo da D'Alema? Colui che ha aiutato fisicamente il cavaliere a rialzarsi nei momenti più disperati, che si è inventato la bicamerale, che ha tifato per i "furbetti del quartierino"? Come può un'opposizione così permettersi di puntare il dito contro Berlusconi per l'inchiesta di Bari, quando per un'inchiesta parallela sono indagati tutti i vertici del Pd della regione Puglia per lo scandalo degli appalti truccati nella sanità e Vendola ne ha già chiesto le dimissioni? Non è possibile. Più che un partito, una banda di impotenti. Se il nuovo è rappresentato da Bersani e Franceschini, auguri.

Dall'altra parte invece spadroneggia sempre più la banda degli impudenti. Se ne è avuta ulteriore dimostrazione oggi in Parlamento. Al Question Time, Antonio Di Pietro ha rivolto un'interrogazione al ministro della giustizia Angelino Alfano in merito alla cena segreta tra due giudici della corte Costituzionale e una delegazione del governo, alla luce dei fatti riportati dall'Espresso. A rispondere in aula non c'era ovviamente il diretto interessato, Alfano, che per altro aveva partecipato ai gozzovigli, ma uno dei tanti portavoce del governo, Elio Vito, che, attorniato da Bondi e dalla Gelmini, ha cercato di arrampicarsi sui vetri per cercare di minimizzare l'enormità della vicenda.

Tutto ciò che il governo, per bocca di Vito, è stato in grado di dire è che quella cena si è effettivamente svolta, ma 1) è avvenuta solamente nella prima metà di maggio, molto prima di quando la Consulta ha annunciato la data per la discussione della legittimità del Lodo Alfano e 2) l'argomento di conversazione non è stato assolutamente il Lodo Alfano, perchè trattavasi di cena conviviale tra amici di vecchia data. Meno male: se lo dice Vito, c'è da credergli.

Ora, che di fronte ad uno scandalo di proporzioni inaudite che vede due giudici costituzionali invitare a cena a casa loro i rappresentanti del governo per discutere verosimilmente di riforme costituzionali in materia di giustizia in modo privato e all'oscuro degli altri membri della Corte, il governo sappia proporre come giustificazioni solamente quelle due ridicole argomentazioni, rappresenta il livello di impudenza e di degenerazione raggiunto da questo esecutivo. Ci trattano come deficienti. E hanno ragione loro, visto che tanta impudenza non produce alcuna reazione. Avrebbero fatto meglio a tacere. Avrebbero fatto decisamente più bella figura. Di Pietro ha giustamente definito quella cena "carbonara e piduista". Non ci sono altri termini.

E di fronte allo scandalo di un governo eversivo che tenta di minare alle basi i pilastri della democrazia gozzovigliando con coloro che dovrebbero essere deputati al suo controllo (un po' come i maiali di Orwell), l'opposizione tace. La voce di esimi costituzionalisti che si dicono sconcertati dalla notizia della cena segreta cade nel vuoto. Di Pietro è l'unico che parla, che chiede chiaramente le dimissioni di quei giudici e anche del ministro della giustizia Alfano e che si prende insulti dal Bondi di turno che, durante l'interrogazione, gli urla "Vergogna! Vergogna!" e se ne va dall'aula tutto paonazzo in faccia. Hanno perso anche il senso del pudore. Sbracano. Non sanno che cos'è la vergogna e pretendono di insegnarla.

Come il giudice Mazzella, che non contento della figuraccia, non si dice per nulla pentito del suo operato, ma anzi rilancia e, da novello Leopardi, scrive di suo pugno una lettera "A Silvio". Più che una lettera, una confessione di colpevolezza. Ma nella foga, nemmeno si accorge di aggravare la sua posizione. Una lettera sconcertante. Lui che dovrebbe rappresentare l'autorità giudiziaria massima, garante della Carta Costituzionale, svincolata da ogni minimo sospetto. Chiama Berlusconi "caro Silvio", rivendica la liceità di quella cena, rivendica un'amicizia di lunga data con il premier senza accorgersi del mostruoso conflitto di interessi in cui sprofonda.

Una lettera che si scoprirà essere stata dettata dallo stesso premier Silvio Berlusconi. Pensate un po'.

Dice Mazzella: "Vederti in compagnia di persone a me altrettanto care e conversare tutti assieme in tranquilla amicizia non mi era sembrato un misfatto". E la musica del Mulino Bianco, magari, in sottofondo. Mazzella rivela incredibilmente che quella non è stata l'unica cena e che ce ne saranno altre a cui il caro Silvio è invitato fin da ora, "fino al momento in cui un nuovo totalitarismo malauguratamente dovesse privarci delle nostre libertà personali".

Ecco esemplificato il concetto di libertà per questa gente: fare esattamente ciò che gli pare al di là di ogni remora etica, morale o legale. E sono così convinti di essere nel giusto, così maledettamente convinti che libertà significhi quella roba lì, che non riescono proprio ad accettare che esitano dei limiti, se non legali, almeno etici alle loro azioni. Sono così abituati, così assuefatti a quello che Paolo Borsellino chiamava con disprezzo "il puzzo del compromesso morale", che non riescono a percepirne più nemmeno il fetido odore. E urlano al comunismo e al totalitarismo nel momento in cui qualcuno chiede di mettere un freno al loro agire incosciente. Delle due una: o sono personaggi assolutamente irresponsabili che non hanno la minima idea della delicatezza della propria posizione negli equilibri preziosi di una democrazia e dovrebbero quindi essere rimossi al più presto prima che facciano altri danni o agiscono in modo cosciente e spudoratamente eversivo e quindi, a maggior ragione, dovrebbero essere immediatamente rimossi. Non c'è via d'uscita.

L'impudente Mazzella e il taciturno Napolitano (che ancora non si è espresso sulla questione) devono essere costretti a dimettersi. Con la loro condotta scriteriata hanno compromesso l'imparzialità del massimo organo giuridico italiano e, proprio perchè non sembrano assolutamente esserne pentiti e non comprendere la gravità delle loro azioni, devono essere costretti a fare un passo indietro.

Perchè Mazzella nemmeno se ne rende conto, ma, tentando di discolparsi, getta fango su tutta la Consulta. Dice che il fatto che membri della Corte Costituzionale invitino a cena importanti uomini delle Istituzioni è prassi ormai consolidata e sarebbe in grado anche di fare centinaia di nomi in proposito. Nella sua finta ingenuità lancia delle bombe che gettano discredito sul massimo organo della magistratura italiana.

I giudici della Corte Costituzionale sono in tutto quindici. Dove sono gli altri tredici? Non si sentono offesi da certe parole? Perchè non parlano? Perchè non reagiscono? Devo dedurne che ciò che Mazzella rivela sia vero? Il Presidente Francesco Amirante non ha nulla da dire? Non si sente in dovere di difendere l'onorabilità dell'organismo che egli presiede? Perchè non parla? Perchè non reagisce? Devo dedurne che egli ritenga assolutamente normale quello che è successo?

E il nostro caro capo dello stato, Giorgo Napolitano, sempre pronto a spendere qualche parolina di troppo se c'è da bacchettare i giudici "troppo protagonisti" (riferendosi esplicitamente a De Magistris e alla procura di Salerno, senza però farne i nomi) è proprio sicuro che non abbia nemmeno un commento da fare? Nemmeno un monito pacato? Di quelli che tanto piacciono a lui?

Parli, signor Napolitano! Parli! Abbia un sussulto vitale! E inviti i due giudici a fare un passo indietro. Non è certo lei che può chiederne le dimissioni, ma un segnale, una battuta, una frase potrebbe dire molto. Potrebbe rovesciare gli equilibri. O devo dedurne che le sta bene questo clima di sospetti? E' stato così solerte a chiedere "una tregua alle polemiche" in occasione del G8. Quali polemiche, signor presidente? Ancora una volta, mai una parola chiara. Le polemiche dei giornali che fanno solo gossip, come direbbe Minzolini? E' questo che intendeva dire? Perchè lancia moniti generici? Perchè non ha il coraggio di fare nomi e cognomi? E perchè, quando ci sono in ballo faccende molto più preoccupanti di escort e veline, tace? Devo dedurne che anche lei è sotto ricatto da parte del cavaliere di Arcore?

In uno dei suoi ultimi moniti insipidi, che vogliono dire tutto e niente, che ognuno interpreta come meglio crede proprio perchè privi di chiarezza e di coraggio, lei diceva che "la crisi della politica non significa crisi della democrazia". Cosa voleva dire? Quale sottile sofismo si nascondeva sotto un cotanto giro di parole? Perchè, se non se ne è accorto, questo ultimo scandalo l'ha smentita spudoratamente. La crisi della politica si manifesta in forme più o meno degenerate che vanno ad intaccare nel profondo i gangli vitali della democrazia. La cena "carbonara e piduista" tra pezzi dello stato e pezzi della Consulta è lì a dimostrarlo. E lei continua a tacere. Spero sia solo per l'imbarazzo che prova.

E infine. Perchè l'opposizione tace? Perchè?

Ah già. Sono troppo impegnati a fare il tiro al piccione con la Serracchiani. Aiuto.

domenica 28 giugno 2009

Ho un legittimo sospetto

Luigi Mazzella, giudice della Corte Costituzionale

Il 5 novembre 2002 entrava in vigore la legge n.248, detta legge Cirami, dal nome del suo ideatore, il senatore Melchiorre Cirami. Divenne immediatamente il fiore all'occhiello delle famosi leggi-vergogna, approvate in serie e a tappe forzate dal governo Berlusconi II per tentare in tutti modi di fermare i due procedimenti giudiziari più pericolosi a carico dello stesso presidente del consiglio, il processo Imi-Sir e il lodo-Mondadori, in cui Silvio Berlusconi era indagato per aver comprato delle sentenze a lui favorevoli corrompendo tre magistrati romani, il capo dei gip Renato Squillante, i giudici Vittorio Metta e Filippo Verde, grazie alla mediazione di due avvocati-faccendieri, Attilio Pacifico e Cesare Previti.

La legge Cirami andava a modificare l'articolo 45 del codice di procedura penale rendendo possibile il trasferimento di un processo ad altra sede "quando gravi situazioni locali, tali da turbare lo svolgimento del processo e non altrimenti eliminabili, pregiudicano la libera determinazione delle persone che partecipano al processo...o determinano motivi di legittimo sospetto". Tradotto: se esiste il ragionevole sospetto che la corte giudicante possa non essere del tutto imparziale, la Corte di Cassazione, su richiesta o del pm o degli avvocati della difesa, può decidere di "rimettere il processo ad altro giudice". Per questo fu battezzata anche col nome di "legge sul legittimo sospetto".

Per la cronaca, quella legge, in relazione ai processi a carico di Silvio Berlusconi, fu completamente inutile visto che fu poi superata dal Lodo Schifani, che regalava l'immunità alle cinque più alte cariche dello stato. I procedimenti non venivano semplicemente rallentati: venivano bloccati del tutto. Ma si sa: quando c'è il fondato pericolo di finire in galera, melius abundare. Fa niente se poi il Lodo Schifani venne polverizzato dalla Corte Costituzionale: la posizione di Silvio Berlusconi era ormai stata stralciata. In compenso la legge Cirami continuò a far danni e da allora venne usata e abusata in altri ambiti per mettere i bastoni tra le ruote alla già lentissima macchina della giustizia italiana.

Sei anni dopo, il cavaliere si insediava per la quarta volta a Palazzo Chigi e, nonostante i peana della stampa che prefiguravano l'avvento di un nuovo messia, di uno statista illuminato che aveva finalmente risolto (?) i suoi problemi con la giustizia e che quindi si sarebbe dedicato anima e corpo ai problemi del paese, la prima mossa fu quella di ripresentare una versione (non troppo) riveduta e corretta del Lodo Schifani, il cosiddetto Lodo Alfano, che aveva sempre un unico scopo: bloccare l'ennesimo processo per corruzione a carico di Silvio Berlusconi. Sappiamo tutti come andò a finire. Giorgio Napolitano appose la propria firma dalla sera alla mattina senza fiatare e come per incanto il premier si trovò d'un balzo al di sopra della legge, al riparo dalle odiate toghe rosse. Fu così che la posizione di Silvio Berlusconi nel processo Mills fu stralciata, in attesa della decisione della Consulta che stabilirà se il Lodo Alfano violi o meno la Carta Costituzionale. Nel frattempo, l'avvocato londinese David Mills, a cui, sfortunatamente per lui, il Lodo Alfano non è applicabile, è stato giudicato colpevole: ricevette da Berlusconi 600 mila dollari in nero per aver testimoniato il falso in un paio di processi a carico dello stesso Berlusconi, riuscendo così a tenerlo fuori dai guai.

La notizia della condanna di David Mills, che dimostrava, di riflesso, la colpevolezza del nostro presidente del consiglio, fu più o meno oscurata dalla stampa, che riuscì nell'impresa titanica di parlare del corrotto (Mills) senza mai nominare il corruttore (Berlusconi), fino ad arrivare a punte di comicità assoluta quando un inviato di Studio Aperto annunciò estasiato la notizia della piena assoluzione del presidente del consiglio. Il poveraccio ignorava probabilmente che il processo a Berlusconi non era nemmeno stato portato a termine, perchè congelato appunto dal Lodo Alfano. Il risultato fu che milioni di Italiani si domandarono disorientati perchè mai i telegiornali italiani si occupassero della condanna di uno sconosciuto avvocato inglese. E quei pochi che capirono la taciuta connessione con il nostro presidente del consiglio ebbero l'idea di trovarsi di fronte all'ennesimo attacco ad orologeria di una magistratura politicizzata. L'immagine radiosa del premier, riconoscito ufficilmente corruttore in atti giudiziari, non venne scalfita di un millimetro.

Il 6 ottobre 2009 la Consulta si riunirà per stabilire se il Lodo Alfano, che protegge il nostro presidente del consiglio da ogni tipo di processo penale, sia incostituzionale o meno. Nell'attesa, l'Italia dei Valori, con l'aiuto di qualche simpatizzante e senza l'appoggio del PD, è riuscita a raccogliere un milione di firme per indire un referendum che spazzi via l'ultima legge-vergogna. Un referendum che non si terrà prima del 2010 e che potrebbe comunque essere inutile nel caso in cui la Consulta cancellasse il Lodo Alfano così come aveva fatto con quello Schifani. O forse no.

Fino a poco tempo fa era dato quasi per certo tra esimi costituzionalisti che il Lodo Alfano non potesse superare lo scoglio della Consulta, intriso com'è di norme che calpestano allegramente i più disparati articoli della Carta Costituzionale. A partire dall'articolo 3, che stabilisce l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Uno scoop dell'Espresso, a firma di quel grande giornalista d'inchiesta che è Peter Gomez, ha ribaltato però gli scenari futuri. Uno scoop esplosivo che avrebbe dovuto suscitare un moto di indignazione popolare, almeno tra coloro che ancora hanno a cuore il principio illuministico della divisione dei poteri, che sta alla base di ogni compiuta democrazia. Che avrebbe dovuto avere risonanza almeno sui quei giornali che in questi tempi si stanno facendo paladini della libertà di informazione e della moralità della politica. E invece nulla. Il silenzio tombale. Uno scoop giornalistico destinato a rimanere rigorosamente entro i confini dei lettori dell'Espresso e che i tv-dipendenti e i lettori dei vari quotidiani non conosceranno mai. A testimonianza del fatto che le campagne portate avanti da Repubblica e il Corriere sull'inchiesta di Bari non sono tanto fatte in nome della libertà di stampa, quanto per una mera questione economica: più dettagli pruriginosi, più lettori assicurati. Quando si tratta di impegnarsi su faccende delicate che vanno a toccare problemi più alti, legati a palesi conflitti di interessi, tutti tacciono.

Ciò che Peter Gomez ha scoperto e che nessuno fino ad ora ha osato smentire è che, circa un mesetto fa, "in una tiepida sera di maggio", a casa del giudice Luigi Mazzella in via Cortina d'Ampezzo a Roma si sono presentati in gran segreto il premier Silvio Berlusconi, il ministro della Giustizia Angelino Alfano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato Carlo Vizzini e un altro giudice, collega di Mazzella, Paolo Maria Napolitano.

Il caso vuole che sia Luigi Mazzella che Paolo Maria Napolitano sono due membri della Consulta e che tra tre mesi esatti si dovranno esprimere sulla costituzionalità del Lodo Alfano. La ricostruzione di Peter Gomez parla di una cena in cui si è discusso delle prossime riforme costituzionali in materia di giustizia che il governo vuole attuare. Una bozza di riforma costituzionale in nove punti che andrebbe a stravolgere il sistema giustizia secondo i dettami ormai noti dai tempi di Licio Gelli e del suo Piano di Rinascita Democratica: separazione delle carriere, riforma del Consiglio Superiore della Magistratura, addio all'obbligatorietà dell'azione penale e abolizione della figura degli odiati pubblici ministeri, ridotti a semplici avvocati dell'accusa e costretti a lavorare solo sui reati che il Ministero dell'Interno riterrà di volta in volta rilevanti, garantendo così di fatto l'assoluta impunità dei colletti bianchi.

Ora, che questo fosse il pallino di Silvio Berlusconi, degno erede del suo maestro venerabile Licio Gelli, non era certo un mistero. La cosa che dovrebbe lasciare un tantino perplessi è che queste proposte di riforma costituzionale (che furono considerate eversive ai tempi dello scandalo della P2: altri tempi) sono state avanzate durante la cena proprio da parte dei due giudici costituzionali, con l'avallo del ministro della Giustizia in carica.

Ora io mi chiedo: è normale che due toghe appartenenti alla Consulta, il più alto organo della magistratura italiana, garante della Carta Costituzionale, al di sopra persino del Capo dello Stato, tramino in gran segreto, all'oscuro degli altri membri della Consulta e in via del tutto privata, con dei pezzi dello stato per coordinare un piano che metta mano alla riforma della Costituzione? E' normale che due magistrati, assolutamente indipendenti, sia chiaro, invitino a cena il presidente del Consiglio e il suo entourage per parlare del Lodo Alfano che scherma il presidente del Consiglio stesso e su cui gli stessi dovranno esprimersi di qui ad Ottobre? Esiste forse una leggerissima questione di opportunità che è stata sottovalutata? Esiste forse un leggerissimo conflitto di interessi che è stato bellamente calpestato?

Una notizia, come detto, mai smentita dagli stessi interessati, anzi confermata. La linea di difesa adottata questa volta non è stata quella di negare, negare e negare ancora, anche di fronte all'evidenza (come per esempio ha fatto Berlusconi con l'inchiesta di Bari sul giro di prostitute, appalti truccati, favori, candidature, ricatti e cocaina), ma quella di minimizzare: "Sì, è vero, la cena c'è stata. E allora?". Si è passati dal comportamento fanciullesco di chi viene beccato con le mani nella marmellata e dice di non essere stato lui, al comportamento impudente di chi, beccato con le mani nella marmellata, vuol far passare la cosa come assolutamente normale.

Così si è difeso il diretto interessato, il padrone di casa, Luigi Mazzella, che ha dichiarato: "A cena invito chi voglio e parlo di quello che voglio. A casa mia vengono tutti, dall'estrema sinistra all'estrema destra". Sembra di sentire tali e quali le parole patetiche di Pairetto quando tentava di giustificare le sue telefonate imbarazzanti con Luciano Moggi per decidere quale arbitro avrebbe dovuto dirigere quale partita: "Che male c'è? Mi telefonavano tutti". Solo che qui la partita è ben più importante. Non c'è di mezzo il pallone, ma la stabilità democratica della nostra repubblica. Forse certi personaggi non se ne rendono nemmeno conto e continuano a confondere (o far finta di confondere) il pubblico con il privato. Sentenzia Mazzella: "Non credo che io, da individuo privato, debba dar conto delle cene che faccio". Se però da quelle cene derivano accordi più o meno segreti che andranno a stravolgere la Carta Costituzionale, a rivoluzionare la giustizia in Italia e a decidere le sorti di un governo o di un'intera legislatura (crollando il Lodo Alfano, Berlusconi sarebbe nudo di fronte alle proprie vergogne), questo mi sembra un fatto con una leggerissima valenza pubblica. Che ne dice, Mazzella?

Calpestato il conflitto di interessi, svanisce d'incanto anche la vergogna. Così l'avvocato parlamentare Niccolò Ghedini, difensore d'ufficio del premier e di tutti coloro che gli girano attorno, emblema fulgido e monumento vivente al conflitto di interessi (non si capisce mai se parla come avvocato personale di Silvio Berlusconi per difendere gli interessi del proprio assistito o come parlamentare della repubblica italiana per difendere gli interessi del popolo), non prova il minimo imbarazzo ad affermare: "Non vedo nulla di strano, perchè i giudici non vivono sul monte Athos ed è normale che frequentino le alte cariche".

Forse gli sfugge il fatto che quello svoltosi a casa del giudice Mazzella non è stato un ritrovo tra buontemponi o amici di vecchia data che volevano passare la serata giocando a briscola, ma un incontro segreto tra due fra le più alte personalità della magistratura italiana e una vera e propria delegazione del governo, rappresentato degnamente in tutte le sue forme: presidente del consiglio, sottosegretario, ministro della Giustizia e presidente della commissione affari costituzionali (quest'ultimo, per inciso, è indagato per mafia). Un incontro dal sapore "carbonaro", come l'ha definito l'Espresso.

Sia bene inteso. Nessuno vieta ad un giudice di coltivare tutte le amicizie che vuole, fossero anche con le più alte cariche dello stato. Il problema sorge nel momento in cui quei giudici sono chiamati a giudicare fatti che riguardano quelle alte cariche a loro amiche. Il problema si acuisce se quei giudici sono sorpresi a cospirare in gran segreto con quelle alte cariche a loro amiche. La decenza, prima ancora che la serietà professionale, imporrebbero come minimo l'astensione. Cosa a cui nè Luigi Mazzella, nè Paolo Maria Napolitano pensano minimamente. Il 6 ottobre, come se niente fosse, si pronunceranno in merito alla costituzionalità del Lodo Alfano. Dopo la cenetta segreta con l'ideatore della legge (Alfano) e il beneficiario della legge (Berlusconi), avete voi dei dubbi su che tipo di parere forniranno? A meno di non pensare che essi fossero lì veramente per un torneo di briscola chiamata o, visto l'andazzo, di scopone scientifico.

Perchè poi, se uno va a scavare nel passato delle due toghe, il quadro d'un tratto si chiarisce.

Il giudice Paolo Maria Napolitano venne eletto alla Consulta nel 2006 dopo essere stato capo dell'ufficio del personale del Senato, capo gabinetto di Gianfranco Fini nel secondo governo Berlusconi e consigliere di Stato. Non propriamente un tecnico, quindi. Il giudice Luigi Mazzella, invece, antico militante del Psi di Craxi, fu scelto espressamente da Berlusconi, prima come avvocato generale dello Stato e poi, nel 2003, come ministro della Funzione pubblica del governo Berlusconi II, in sostituzione di Franco Frattini, volato a Bruxelles come commissario europeo. Tutto questo senza che Mazzella desse le dimissioni dal primo incarico. Unico caso dal dopoguerra in poi di un avvocato dello Stato facente anche funzioni di ministro. Precursore ante litteram del conflitto di interessi. Un uomo che avrebbe dovuto difendere gli interessi dello Stato anche quando non coincidevano con quelli del governo. E viceversa. Tutt'altro che imbarazzato, Mazzella svolse le sue due funzioni con solerzia e per questo fu ripagato, sempre da Berlusconi, nel 2005, con una poltrona alla Consulta.

La sua elezione è un pezzo di storia repubblicana da ricordare. Fu un compromesso, un inciucio diremmo oggi, tra maggioranza e opposizione, le quali si misero d'accordo sui nomi da votare per i due posti rimasti vacanti alla Consulta. Forza Italia propose Luigi Mazzella, spacciato per "tecnico", ma cresciuto, come abbiamo visto, sotto l'ala protettrice di Berlusconi. I Ds e Margherita proposero un certo Gaetano Silvestri. Prima si votò per Mazzella che ottenne voti bipartisan e ottenne la poltrona. Il giorno dopo si votò per Silvestri e, incredibilmente, nonostante l'accordo, il candidato del centrosinistra non ottenne abbastanza voti. Incidente di percorso, dissero. Il giorno successivo si sarebbe sistemato tutto. Infatti: la seconda votazione fu ancora più disastrosa, con la maggioranza e anche parti dell'opposizione che tradirono e remarono contro. Piccolo quadretto da incorniciare per chi, a intervalli più o meno regolari, auspica un dialogo sereno con il cavaliere.

Sullo scandalo della cena segreta l'opposizione tace. I giornali tacciono. Le televisioni tacciono. Di Pietro sul suo piccolo blog, unico nel panorama politico, ha chiesto le dimissioni delle due toghe, evidentemente rosse e antropologicamente diverse, ma che non disdegnano la compagnia privata del premier. Forse perchè Di Pietro è stato da sempre l'unico a battersi per l'abolizione del Lodo Alfano. Fatto sta che non è certo per un post sul suo blog che Mazzella e Napolitano faranno un passo indietro. Cosa può fare un blog contro il silenzio di tutta la stampa? Niente, appunto.

E' possibile avere il legittimo sospetto che questi due giudici saranno tutt'altro che sereni nel giudicare il Lodo Alfano? E' possibile avere il legittimo sospetto che, quando si tratterà di giudicare le prossime leggi di riforma costituzionale che il governo ha già annunciato di proporre, i due non saranno del tutto imparziali?

So bene che la legge Cirami sul legittimo sospetto si applica solo ai procedimenti penali e non tocca i membri della Corte Costituzionale. Ma non dovrebbe essere automatico, secondo i più basilari dettami della deontologia professionale, che dei giudici si astengano dal dare giudizi su leggi fatte da e per coloro con cui si intrattengono in modo conviviale allo stesso tavolo? E non dovrebbe essere auspicabile che il governo rispetti, se non le leggi da lui stesso votate (sarebbe chiedere troppo), almeno i dettami che le hanno ispirate?

E Napolitano non ha niente da dire in proposito? Napolitano Giorgio, intendo. Non Paolo Maria.

martedì 23 giugno 2009

Quei paurosi silenzi


Alzi la mano chi pensava che il Tg1 potesse peggiorare dopo la dipartita di Gianni Riotta, l'ammericano de noartri, quello che si era laureato in giornalismo alla Columbia University, aveva insegnato a Princeton ed era infine approdato in Italia alla più modesta direzione del telegiornale della rete ammiraglia RAI per dispensare a noi pubblico italiano tutto il suo sapere e illuminarci con tutta l'esperienza acquisita in materia.

Riotta poi passò alla storia come colui che ritoccò la platea vuota di fronte a cui parlava Silvio Berlusconi facendola sembrare piena di persone entusiastiche e plaudenti. Passò alla storia come colui che riuscì a dire che il New York Times, in un editoriale di fuoco contro la politica italiana piena di personaggi corrotti e condannati, "criticava anche lo stesso Beppe Grillo", organizzatore del primo Vday, quando in realtà Grillo veniva citato come unica voce libera e fuori dal coro. Passò alla storia come colui che permise a Silvio Berlusconi, seduto in diretta nello studio del Tg1 accanto a lui, di insultare e calunniare la figura di Enzo Biagi, che Riotta mai si è stancato di definire "suo maestro". Biagi all'epoca, per sfortuna di Riotta, era già morto e non potè replicare al vile attacco. Il suo fantomatico "allievo", invece, non corse in suo aiuto, ma tacque, lasciando che lo scempio delle menzogne volassero attraverso l'etere. Senza fiatare.

Ma questa ormai è storia. Ripeto: alzi la mano chi pensava che il Tg1 potesse peggiorare dopo cotanto schifo. Obiettivamente non credevo che si potesse fare peggio in termini di servilismo e asservimento al potere. Mi sbagliavo. Augusto Minzolini, neodirettore fresco di nomina, proveniente dalla direzione della Stampa, con cui ha collaborato per quasi vent'anni, è riuscito nell'immane impresa di far impallidire perfino il suo predecessore.

Mentre sui principali giornali infuriava la polemica sull'ultimo scandalo che coinvolgeva il presidente del consiglio, mentre sulla rete rimbalzavano le interviste delle mignotte che raccontavano nel dettaglio i particolari più intimi dei loro incontri con Silvio Berlusconi nella residenza di Stato di Palazzo Grazioli, mentre un'inchiesta ufficiale veniva aperta e confermata dai magistrati di Bari sull'ipotesi di vari tipi di reato che vanno dall'induzione alla prostituzione, alla corruzione, al traffico di droga, l'80% della televisione italiana decideva di oscurare completamente la notizia. Qualche accenno trapelava solo grazie al Tg3.

Un silenzio pauroso, irreale, grottesco. E a capitanare lo stuolo dei telegiornali omertosi troviamo il Tg1 di Augusto Minzolini. Perchè non è che la notizia è stata spostata in decima posizione e relegata ad un trafiletto, come si usa fare quando si vuole nascondere qualcosa di troppo compromettente (vedi condanna dell'avvocato David Mills). No. Questa volta la notizia proprio è scomparsa dai media. Volatilizzata. Cancellata. Ridotta a realtà virtuale. Perciò inesistente. Non un accenno, non una parola. Nemmeno di sfuggita. Buio totale. Per giorni e giorni. Roba da far apparire le veline del Min.Cul.Pop. giochini per dilettanti.

Non ricordo, pur nello scempio di un'informazione totalmente manipolata e deformata, che si sia mai osato tanto. Che si sia addirittura arrivati a cancellare dall'etere una notizia intera. Minzolini (e i suoi compari, direttori di Tg2, Tg4, Tg5 e Studio Aperto) l'ha fatto. Con spavalderia. Senza provare un minimo di vergogna. Con il risultato che milioni di Italiani si sono recati alle urne in questo ultimo weekend completamente ignari delle scandalose rivelazioni che arrivavano da Bari e che inguaiavano pesantemente il presidente del consiglio. Una tornata elettorale, dunque, palesemente falsata da un'informazione reticente e mutilata. Se consideriamo che uno studio recente ha mostrato come circa il 75% degli Italiani utilizzino esclusivamente la televisione come fonte di informazione e se consideriamo che l'80% della televisione è in mano a Silvio Berlusconi, si può a buon diritto parlare in questo caso di "circonvenzione di incapaci". Una massa di elettori italiani gaudenti che credono di andare ad esprimere il proprio voto libero e non si accorgono invece di vivere in un grande Truman Show in cui gli vengono fatte sapere e credere solo certe determinate cose.

Poi, dopo aver taciuto per giorni, Minzolini, ieri sera, ha deciso di parlare. Per raccontare la sua verità. Probabilmente gli saranno arrivate all'orecchio le lamentele di migliaia di internauti scandalizzati dal comportamento omertoso e francamente inconcepibile che il Tg1, telegiornale di punta del servizio pubblico, ha mantenuto su questo argomento. Con una coda di paglia discretamente voluminosa e una faccia tosta mica da ridere, è apparso sui teleschermi della Rai e ha rubato ai telespettatori la bellezza di 1 minuto e 35 secondi per spiegare il perchè della sua scelta editoriale. Il perchè del suo silenzio.

Ascoltiamo la sua lezione di giornalismo. Che nemmeno Riotta si sarebbe sognato.

Non fa tempo ad aprire bocca che si sbugiarda da solo. Apre infatti dicendo: "Ad urne chiuse, ...". Come a dire: il Tg1 non ha voluto influenzare il voto degli Italiani. Ora che le urne sono chiuse, si può parlare dello scandalo. Basterebbero queste tre parole ("Ad urne chiuse") per capire cosa intenda il neodirettore del Tg1 per libertà di informazione: la libertà di non scalfire il consenso del padrone. Da quando in qua un giornalista libero deve preoccuparsi dell'effetto che una certa notizia farà sull'elettorato? Da quando in qua un direttore di telegiornale libero mostra degli interessi sui risultati politici delle elezioni? Da quando in qua la concomitanza di elezioni costituisce un discrimine per la pubblicazione di una notizia? Non dovrebbe l'unico metro di giudizio essere l'interesse che quella determinata notizia suscita nell'opinione pubblica? E' una notizia interessante per l'opinione pubblica? Sì? Bene: la notizia si pubblica. No? Bene: la notizia è scartata. Evidentemente Minzolini ha ritenuto che gli Italiani non fossero interessati a sapere che esistono delle indagini in corso per accertare se il presidente del consiglio è implicato nella compravendita di ragazzine, in un giro di corruzione e appalti truccati. Evidentemente Minzolini ha ritenuto che gli Italiani non fossero interessati a sapere che il loro presidente del consiglio è sotto ricatto da parte di una mignotta, che Berlusconi ha invitato a Palazzo Grazioli sotto lauto compenso, che ha portato a letto e a cui aveva promesso aiuti per le sue imprese e perfino una candidatura alle Europee.

Minzolini continua spiegando che il "Tg1 ha assunto una posizione prudente sull'ultimo gossip, sull'ultimo pettegolezzo del momento, le famose cene, feste o chiamatele come vi pare, nelle dimore private di Silvio Berlusconi". Notate la finezza del linguaggio che, con poche parole, riesce a stravolgere completamente la realtà dei fatti. Il silenzio più totale è definito atteggiamento "prudente", l'inchiesta della procura di Bari è definita "gossip, pettegolezzo", il giro di mignotte pagate a botte di 2000 euro alla volta vengono trasformate in innocenti "cene o feste, o chiamatele come vi pare". Ecco Minzolini, io infatti le chiamo come mi pare. Con il loro nome: bordelli di Stato.

Minzolini continua la sua lezione con una cantilena che sa di stantio. Sembra quasi una voce robotizzata. Recita. E molto male, per giunta. Non fa le pause giuste, spezza le frasi a metà. Dà l'impressione di stare leggendo un comunicato non scritto da lui e di cui non capisce neanche bene il senso. E forse è così. Mi piace pensare che sia così. Farebbe di certo più bella figura.

Dice che il motivo del silenzio del Tg1 è "semplice" da capire. Questa è infatti una storia "piena di allusioni, testimoni più o meno attendibili e rancori personali: non esiste ancora una notizia certa, nè un'ipotesi di reato che coinvolga il presidente del consiglio o i suoi collaboratori". Da quando in qua i giornalisti sono tenuti a decidere sull'attendibilità dei testimoni che compaiono in un inchiesta? Non dovrebbe essere quello un compito che spetta ai magistrati? Non dovrebbe bastare ad un giornalista sapere semplicemente che l'autorità giudiziaria ha aperto un'inchiesta sulla base di quelle testimonianze ritenendole evidentemente credibili? Non capisce Minzolini che il fatto che esistano dei "rancori personali" dietro quelle testimonianze non significhi necessariamente che quelle testimonianze siano fasulle, ma anzi dimostrano verosimilmente la posizione indecente di un premier ricattabile e ricattato? Cosa intende Minzolini per "notizia certa"? Forse che sono degne di pubblicazione solo notizie certificate dalla Cassazione? E ancora. Cosa intende Minzolini per "collaboratori" del presidente del consiglio? Quelli che gli gestivano il giro di mignotte? Perchè se è così, Minzolini, forse tu non te ne sei accorto, ma quelli, sì, sono sotto indagine.

Appunto: le indagini. Che ne pensa Minzolini? Per lui sono solo "semplici ipotesi", puri "chiacchiericci". Da quando in qua un giornalista libero ha il diritto di nascondere l'apertura di un indagine che coinvolge pesantemente il primo ministro italiano semplicemente perchè, a sua personale discrezione, trattasi di "chiacchiericcio"? Aggiunge che molto spesso questi chiacchiericci vengono poi usati per "strumentalizzazioni politiche o interessi economici". Verissimo. Ma cosa c'entra? Perchè mai un giornalista libero dovrebbe preoccuparsi delle possibili strumentalizzazioni che la politica farà della notizia? Perchè, ancora una volta, Minzolini è così preoccupato degli effetti politici che la notizia può suscitare? E' compito del giornalista libero autocensurarsi per paura che le notizie da lui fornite vengano strumentalizzate?

Con aria da maestrino Minzolini esemplifica il problema proponendoci il paragone con il "tentativo di colpire il presidente del consiglio di allora Romano Prodi con una foto che ritraeva un suo collaboratore in una situazione definita scabrosa". Si riferisce alla foto di Silvio Sircana, seduto nella sua macchina intento ad abbordare un travone sul marciapiede. Bene. Dunque, secondo il ragionamento di Minzolini, quelle foto non si sarebbero dovute pubblicare, perchè si prestavano a strumentalizzazioni politiche. Da quando in qua un giornalista libero censura del materiale che potrebbe ledere l'immagine di un uomo politico? E' questo allora ciò che intendeva Minzolini quando parlava di atteggiamento "prudente"? Essere prudenti significa evitare di far passare informazioni che in qualche modo possano far perdere consensi al potente di turno?

Parla di "un improvviso moralismo che ha messo sotto i riflettori la vita privata del premier". Da quando in qua un giornalista libero basa la decisione di pubblicare o meno una notizia sulle implicazioni di carattere morale che ne derivano? Da quando in qua compete al giornalista decidere se un comportamento di un uomo pubblico sia morale o meno, e in base a ciò tacere o meno il caso? Non dovrebbe semplicemente limitarsi ad offrire un'informazione all'opinione pubblica, che poi autonomamente deciderà se tale comportamento è morale o no e ne trarrà le dovute conseguenze?

Con un strano sorrisino beffardo Minzolini prosegue la sua lezioncina di giornalismo spiegandoci che "queste strumentalizzazioni, questi processi mediatici non hanno nulla a che vedere con l'informazione del servizio pubblico". Conosce Minzolini la differenza tra il portare avanti un "processo mediatico" (espressione di cui Bettino Craxi ha il copyright) e il cancellare completamente una notizia? Non crede il beffardo Minzolini che possa esistere un giornalismo serio che sappia stare nel mezzo e fare informazione onesta, senza censure nè accanimento? Evidentemente no. Alla scuola di giornalismo deve aver saltato quella lezione.

Sempre con quel sorrisino strafottente stampato sulla faccia, conclude parlando degli eventi a cui invece giustamente il suo Tg1 ha preferito dar risalto. Sono: il piano economico di Obama, il "caso-Iran" (sic) e la vigilia del G8. Con cotanto materiale "sarebbe stato incomprensibile privilegiare polemiche sul gossip nazionale". Ricordo solamente allo strafottente Minzolini di cosa il Tg1 è riuscito a trovar tempo di parlare. Nell'ordine: la tromba d'aria abbattutasi sul litorale a nord di Roma, il pericolo dei pirati nel porto di Napoli, la visita del Papa a Porto Rotondo, la terribile afa che attanaglia il centro Italia, il megaconcerto per l'Abruzzo, i problemi interni della Somalia, gli arresti per pedofilia, la tremenda piaga della creduloneria e della superstizione, il costo delle vacanze in Sardegna, la rinata moda dei viaggi in pullman, l'aumento della coscienza culinaria degli Italiani, la ripresa della caccia alle balene in Islanda, il cartone animato di Obama, le prove di Formula1, la conferenza stampa di Lippi prima della partita con il Brasile. Effettivamente, con questo po' po' di argomenti, sarebbe stato proprio "incomprensibile" parlare dell'indagine di Bari.

Propongo a Minzolini di rileggersi le parole di un grande giornalista del passato che così parlava nell'ottobre del '94: "Abbiamo una classe politica nuova che non ha ancora assimilato il fatto che un politico è un uomo pubblico in ogni momento della sua giornata e che deve comportarsi e parlare come tale. Il rinnovamento del Parlamento italiano è un fenomeno anche sociologico di cui la stampa deve dare conto: io non dimentico mai che il mio referente è il lettore e non il politico e che il mio compito è quello di rappresentarlo come è senza mediazioni. Rappresentarlo anche nei suoi aspetti privati? E' giusto frugare nella vita intima di chi ci governa, è utile? Quattro anni fa, e cioè in tempi non sospetti, scrissi che la nomina di Giampaolo Sodano alla Rai nasceva dai salotti di Gbr, la televisione di Anja Pieroni. Oggi penso che se noi avessimo raccontato di più la vita privata dei leader politici forse non saremmo arrivati a Tangentopoli, forse li avremmo costretti a cambiare oppure ad andarsene. Non è stato un buon servizio per il paese il nostro fair play: abbiamo semplicemente peccato di ipocrisia. Di Anja Pieroni sapevamo tutto da sempre e non era solo un personaggio della vita intima di Craxi. La distinzione fra pubblico e privato è manichea: ripeto, un politico deve sapere che ogni aspetto della sua vita è pubblico. Se non accetta questa regola rinunci a fare il politico".

Volete sapere chi era questo grande giornalista del passato che osò ai tempi pronunciare queste illuminanti parole? Biagi? Montanelli? Manco per sogno.

Tenetevi forti: si chiamava Augusto Minzolini.

sabato 20 giugno 2009

Nel lettone di papi


Ho pena per lui. Una pena mista a schifo.

Un vecchietto che ha avuto tutto e di più dalla vita, che in mano "tiene un premio ch'era follia sperar" e che ora vede liquefarsi di fronte a la sua immagine, costruita con tanta accuratezza e minuziosa attenzione nel corso di tutti questi anni. Vuoi con spalmate di fard, vuoi con trapianti piliferi, vuoi con bombardamenti mediatici ventiquattr'ore su ventiquattro. Proprio come ne Il ritratto di Dorian Gray, l'aver venduto l'anima al diavolo non lo dispenserà da una fine rovinosa. Il trucco si disfa, i capelli cadono, le rughe riaffiorano, la grancassa della propaganda nulla può di fronte al diavolo che torna a reclamare il suo tributo. Quasi fosse un novello Faust.

Ma di letterario c'è ben poco in questo personaggio da operetta, o meglio, da commedia scollacciata. Tutto il marcio che ha tentato di coprire e sotterrare sta riaffiorando e lo sommergerà in un fiume di melma. C'è da giurarci. E' stato così con chiunque. E' stato così con tutti i più grandi despoti della storia. Osannati e incensati fin che la barca va. Ripudiati e costretti ad una fine infame quando la barca affonda. Fosse solo perchè, come diceva quel tale, "si può pensare di ingannare qualcuno per sempre, si può pensare di ingannare tutti per un po', ma non si può pensare di ingannare tutti per sempre". Prima o poi arriva il diavolo che ti chiede indietro il conto. E per te è la fine.

E' quel che sta succedendo in questi ultimi tempi al nostro presidente del consiglio. E non credo ci sia bisogno di tirare in ballo complotti internazionali, intrighi di palazzo, intelligence americana, per giustificarne la rovinosa disfatta che si prospetta all'orizzonte. Molto spesso la soluzione più semplice è anche quella che si avvicina maggiormente alla realtà. Abbiamo di fronte a noi l'immagine del fallimento di un'illusione. L'illusione di poter comandare in eterno comprando, se non il consenso, almeno il complice silenzio.

Succede sempre così. A un certo punto arriva la botta che non ti aspetti, magari proprio da chi ti è sempre stato più vicino. La botta inizia a delineare una crepa nel castello che ti sei costruito attorno. Poi quella crepa inizia a crescere, ad allungarsi, a zigzagare paurosamente, creando fondati timori tra i cortigiani all'interno del castello. Qualcuno comincia a domandarsi se non è il caso di levare le tende, qualcuno se ne è già andato a servire qualche altro padrone in qualche altro castello più grande e più solido. La fiducia nel sovrano vacilla, e con lui le mura del castello. Finchè, quando gli scricchiolii si fanno intensi e sempre più frequenti, tutti si danno alla fuga.

Ci sarà un fuggi fuggi generale al grido "Si salvi chi può!". Ci sarà una mandria impaurita di servi, nani, menestrelli, ballerine, cuochi e dame di corte che, per paura di rimanere schiacciati dal crollo del castello, si precipiterà verso il ponte levatoio cercando una via di fuga, ma in realtà contribuendo con le loro urla e la loro corsa a rendere la struttura ancora più instabile. Poi un'ala del castello crollerà per davvero. E farà morti e feriti tra i sudditi più fedeli, quelli che non hanno abbandonato il sovrano, ma gli si sono stretti attorno nella sala del trono. Una volta crollato tutto il castello, torneranno i fuggiaschi a reclamare il loro debito. Se troveranno il sovrano ancora in vita, assiso su di un trono circondato da macerie, con in testa una corona impolverata, in mano uno scettro spezzato, lo sguardo perso nel vuoto, lo incolperanno del loro misero destino e procederanno ad un linciaggio cruento. Se lo troveranno morto, getteranno il suo cadavere in un fosso in modo che nessun ricordo rimanga di lui.

La botta, o, se preferite, chiamatela scossa, è arrivata con le esternazioni di Veronica Lario poco prima delle elezioni europee. E' stata lei a tracciare la rotta. E' stata lei a creare la prima crepa. Non tanto per le accuse infamanti rivolte a suo marito (ne ha ricevute molte di più e di gran lunga più infamanti nel corso degli anni), quanto perchè quelle accuse arrivavano da un'insospettabile, addirittura dalla propria moglie, colei con cui ha diviso vent'anni di vita e tre figli. E a poco sono serviti gli sgangherati tentativi di farla passare come una donna incapace di intendere e di volere, manipolata dalla sinistra. Il dubbio si è insinuato. Se lo dice perfino sua moglie forse qualcosa di vero ci sarà. Quella moglie che il premier aveva sempre ostentato in tanti quadretti idilliaci, per dimostrare quanto la sua famiglia fosse unita, sana: il prototipo della perfetta famiglia italiana, da sbattere in faccia all'elettorato cattolico.

Da quel giorno la crepa si è allungata, si è intensificata, ha aperto squarci paurosi. Veronica ha minato per la prima volta il mito dell'inattaccabilità del premier. E da quel giorno è cominciato il declino. E' come fosse stata una sorta di legittimazione. Tutti coloro, o tutte coloro, che fino ad allora non avevano osato aprire bocca per un giusto timore di ritorsione si sono sentiti incoraggiati ad uscire allo scoperto. Il merito, se così vogliamo chiamarlo, di Veronica è stato quello di offrire, per la prima volta, l'immagine di un presidente del consiglio debole, attaccabile e anche ricattabile. La Repubblica e perfino il Corriere, che finora aveva perdonato tutto al cavaliere, si sono lanciati in una campagna di stampa feroce, senza sconti. Come se Veroncia avesse dato il segnale, il via libera.

E da quel giorno gli scandali non hanno smesso di susseguirsi sui giornali, quelli che il presidente del consiglio definisce "spazzatura". Non solo italiani, ma anche e soprattutto esteri. Un'opera di accerchiamento che mai si era vista prima. Una congiuntura internazionale che il premier si è affrettato a definire come "complotto eversivo ai miei danni". La realtà è molto più semplice: la sua immagine è stata ridotta in frantumi dall'emergere incalzante di verità inconfessabili. E, come lui stesso sa perfettamente, quando un uomo perde la sua immagine, quell'uomo è finito, è morto.

Papi che va con le minorenni, papi che "non sta bene", papi che si circonda di "ciarpame senza pudore", papi che riempie le liste elettorali di veline, papi che trasporta su aerei di stato cantanti, ballerine e donnine di bell'aspetto, papi che alla faccia degli italiani che vanno in cassaintegrazione organizza mega feste a Villa Certosa circondato da sirenette ignude, papi che invita capi di governo esteri alla sue mega feste libertine a Villa Certosa. Ora perfino papi che si fa arrivare direttamente a palazzo Grazioli "escort di alto bordo", tradotto in italiano: mignottoni che passano le notti con lui. Alla faccia del difensore dei valori della famiglia, sbandierati in faccia all'elettorato cattolico.

Gli outing recentissimi di due di queste ragazze, Patriza D'Addario, in arte Patrizia Brummel, e Barbara Montereale stanno dando le picconate finali. Storie torbide di sesso a pagamento (si parla di 2000 euro per trascorrere una notte nel "letto grande" di Silvio Berlusconi), compravendita di ragazzine poco più che maggiorenni, induzione alla prostituzione in cambio di favori, giri di squillo che si intrecciano a giri di affari e di appalti truccati, con il tocco chic del consumo abbondante di cocaina.

Lo ripeto. Ho pena per lui. Una pena mista a schifo.

Il proprio legale di fiducia, l'avvocato nonchè parlamentare Niccolò Ghedini, ha un gran da fare nel cercare di coprire questa ondata di melma che ha rotto gli argini e che rischia di travolgere non solo il suo cliente, ma lui stesso. Nei giorni scorsi ha rilasciato dichiarazioni sconcertanti. Probabilmente in preda a attacchi di delirio dovuti all'eccessivo stress psicofisico, ha affermato che Silvio Berlusconi, anche se fossero vere le storie delle due ragazze, non sarebbe legalmente perseguibile perchè sarebbe comunque solo "l'utilizzatore finale".

L'utilizzatore finale. Un'espressione che rimarrà nella storia, c'è da giurarci. Probabilmente gliela incideranno sulla lapide nella villa di Arcore. Qui giace l'utilizzatore finale. Come ha fatto notare qualcuno, a questo punto bisognerebbe capire chi è l'utilizzatore iniziale. Un linguaggio, quello di Ghedini, da lasciare esterrefatti. Da lasciare esterrefatto persino lui, che si è affrettato a scusarsi. E nello scusarsi ha precisato che il premier non ha certo bisogno di pagare per andare con delle donne, visto che può averne "ingenti quantitativi gratis". Un'altra bella espressione, molto fine e delicata, che probabilmente ha disorientato un tantino l'elettorato cattolico, come scrivono sull'Avvenire, il quotidiano dei vescovi. Ma solo un tantino: Silvio saprà ancora una volta spiegare tutto. Meglio di come abbia fatto il suo avvocato, vien da sperare.

Cosa rimane di tutto ciò? Cosa ne sarà nel futuro?

Probabilmente verrà costretto a dimettersi. Probabilmente verrà deposto come Napoleone e costretto all'esilio a Villa Certosa. Probabilmente verrà prelevato da Palazzo Grazioli e portato via con una camicia di forza. Probabilmente lo vedremo con uno scolapasta in testa e un mestolo di legno in mano gridare al proprio avvocato: "Sei uno sporco......(pausa teatrale).....comunistaaaaa!!!". Le avvisaglie ci sono tutte. Guardate il video in alto per conferma.

Qualunque cosa ne sarà di lui, rimane l'interrogativo irrisolto. E' mai possibile che in questi lunghissimi quindici anni l'Italia non abbia saputo produrre nulla di meglio di Silvio Berlusconi? E' mai possibile che in questi lunghissimi quindici anni gli Italiani non abbiano trovato di meglio che affidarsi, per sperare di risolvere i propri problemi, ad un personaggio squallido e dalla mediocre moralità come Silvio Berlusconi, con la patente ufficiale di pluri-corruttore impunito, puttaniere impasticcato di viagra, evasore fiscale incallito, di matrice piduista, amico e protettore di mafiosi? E' mai possibile che l'Italia non riesca a farsi rappresentare da qualcuno con un curriculum solo leggermente migliore? Eppure non dovrebbe essere molto difficile trovarne uno.

Questo è un quesito che va al di là della figura, obiettivamente indecente e impresentabile di Silvio Berlusconi. E' un quesito che va a toccare l'anima di un popolo intero, che non sembra essere in grado di svegliarsi da questo terribile incubo.

Ma succederà. Prima o poi succederà.

E saremo qui a domandarci come è stato possibile tutto questo.