sabato 31 gennaio 2009

La sai l'ultima?


Vi racconto due barzellette.

La prima.
Avete presente Romeo? Non il gatto del Colosseo. E nemmeno il corteggiatore di Giulietta. Alfredo. Alfredo Romeo. E' un avvocato e imprenditore campano, vicepresidente dell'Assoimmobiliare. Attraverso il suo Gruppo Romeo è affidatario del Patrimonio Immobiliare del Comune di Napoli, della gestione degli immobili del Comune di Roma, ma anche di altre città come Milano e Venezia, nonché del Vaticano. Insomma è più o meno il proprietario degli immobili di mezza Italia.

Attualmente si trova in custodia cautelare nell'ambito di un'inchiesta della procura di Napoli che ha scoperto l'esistenza di una gara d'appalto, approvata e mai bandita, in relazione alla manutenzione delle strade del comune di Napoli. E' imputato per associazione a delinquere, corruzione e turbativa d'asta. La cosa gustosa è che questo tizio, che praticamente gestisce strade, case, immobili, intere città, è una vecchia conoscenza dei giudici: durante lo scandalo di Tangentopoli nel '93 fu condannato a 4 anni di reclusione. La pena fu poi dimezzata e cadde in prescrizione. Quattro anni, comunque, è curriculum di tutto rispetto: il suo successo come imprenditore è tutto meritato.

Bene. La barzelletta non è finita. Non è ancora iniziata, a dir la verità. Questo Romeo, in realtà, risulta essere un po' la controfigura di Saladino in Calabria: quell'imprenditore faccendiere che non si fa problemi a trattare con tutte le forze politiche da destra a sinistra pur di ottenere e offrire favori, in cambio di laute ricompense in denaro si intende. Un corruttore trasversale, si potrebbe definire. E così, quando i magistrati che indagavano sulla vicenda hanno cominciato a mettere sotto intercettazione i suoi telefoni cellulari, hanno scoperto che da quei telefoni e a quei telefoni arrivavano frequenti chiamate da importanti esponenti della politica italiana: su tutti spiccano Rutelli e Lusetti del PD e Bocchino del PDL. Una par condicio perfettamente rispettata.

Scrivono i magistrati: "Alfredo Romeo è al vertice di un sodalizio criminale capace di penetrare in modo trasversale tra le forze politiche con l'obiettivo di ottenere il più ampio reticolo di collusioni per poter piegare l'interesse pubblico a quello delle sue imprese: il profitto in luogo del bene di tutti. In questo modo è riuscito ad aggiudicarsi affari non soltanto in Campania, ma anche in Puglia, a Roma e in altre zone d'Italia".

E ancora: "La capacità di penetrazione di Romeo negli ambienti politici, nonostante i suoi gravi trascorsi giudiziari che non gli hanno impedito di aggiudicarsi lavori presso istituzioni apicali della Repubblica senza che, evidentemente, i più si rendessero conto dell'opacità del personaggio, non può essere limitata alla città di Napoli ed alla Regione Campania, ma si estende in altre parti del territorio nazionale: in particolare nella città di Roma, ove è stato aggiudicatario di appalti di valore assai elevato sotto il profilo economico, luogo in cui intrattiene rapporti con politici di livello nazionale, in particolare del Partito democratico".

Rutelli sembra quello più ammanicato. Romeo risulta essere addirittura una sorta di finanziatore privato del PD anche grazie ai suoi interessi nel quotidiano del PD Europa. Ma non solo. Questo Romeo è riuscito a penetrare perfino all'interno della magistratura, delle forze dell'ordine, avrebbe avuto rapporti poco chiari con un colonnello della guardia di finanza, Vincenzo Mazzucco, e con un componente del Consiglio di Stato, Paolo Troiano. Una sorta di ragnatela corruttiva che permeava tutte le istituzioni su su fino ai ranghi più alti del ministero (Rutelli all'epoca dei fatti era ministro).

Cicchitto (PDL) non è certo da meno. Con Romeo condivide praticamente affari su affari. Dice lo stesso Bocchino: "Romeo è intervenuto, credo, in numerose attività editoriali. Io mi sono sempre occupato di editoria. Lui è stato socio de L'Indipendente. Creammo una cordata che sostanzialmente rilevò un piccolo giornale esistente. Lui ha avuto una piccolissima partecipazione nel Roma che gli fu chiesta direttamente dal fondatore del giornale, Tatarella, nel 1996-1997. Nel Roma sono socie la moglie di Romeo e mia moglie. Romeo avrà lo 0,3, 0,4, 0,7 % Mia moglie ha il 30% circa". Una cosa tutta in famiglia, insomma.

Ora che questo losco figuro è stato smascherato (per la seconda volta), la politica, invece che prenderne le distanze, si stringe attorno ai poveri ingenuotti caduti nella rete di Romeo. E' tutto un elogiare l'assoluta integrità morale di Rutelli. In primis il nostro Walter Veltroni, che ha espresso "solidarietà e vicinanza" per il compagno di partito proprio in questo momento delicato in cui Rutelli, presidente del Copasir, il Comitato Parlamentare per la Sicurezza, deve decidere cosa fare del famoso "archivio-Genchi", quella sorta di calderone in cui sarebbero contenuti centinaia di migliaia di dati illegalmente acquisiti dal superconsulente Gioacchino Genchi su ordine di De Magistris. Rutelli infatti si appresta in queste ore ad ascoltare ciò che hanno da dire sia Genchi che De Magistris sulla spinosa vicenda.

Ed è a questo punto che viene il bello. Sapete chi c'è adesso a Napoli al Tribunale del Riesame? Colui che ha firmato l'atto d'accusa che ha impedito a Romeo di tornare in libertà e che ha svelato tutti i suoi rapporti compromettenti con Rutelli? Tenetevi pronti a ridere: Luigi De Magistris. Che è stato trasferito proprio a Napoli per evitare che facesse troppi danni a Catanzaro. La cosa mi fa morire dal ridere. Più i politici tentano di toglierselo di mezzo, più ci cascano addosso a peso morto.

De Magistris a Napoli, in realtà, è solo giudice estensore del tribunale del Riesame e quindi si limita a riportare per iscritto una decisione presa da un altro organo giudicante. Ma tanto è bastato per far sì che tutti i politici, sia quelli chiamati in causa dall'ordinananza che non, ricominciassero a picchiare duro sul povero De Magistris, che ormai deve avere le spalle larghe per riuscire ancora a svolgere con lucidità il suo lavoro, esposto com'è ad una perenne gogna mediatica.

Abbiamo dunque la situazione paradossale di un magistrato, De Magistris, che si trova a firmare un'ordinanza gravissima ai danni di uno degli imprenditori più importanti d'Italia, che tira in ballo pesantemente il presidente del Copasir Rutelli, proprio qualche ora prima che lo stesso Rutelli chiami a rapporto lo stesso De Magistris per la vicenda Genchi. Un intreccio goldoniano che sarebbe comico se non fosse tragico.

La sinistra, capitanata da Veltroni, è sicura a priori della completa estraneità di Rutelli da tutta la vicenda e non vuole sentire ragioni: "Quella di De Magistris è una vera e propria provocazione". Il vicepresidente dei senatori del PD Luigi Zanda afferma che quello di De Magistris è certamente "un linguaggio allusivo e indeterminato, capace di gettare fango ma non in grado di dimostrare assolutamente nulla. Accade troppo spesso di leggere sui giornali estratti di atti giudiziari scritti e diffusi con la stessa disinvoltura con cui si costruiscono i gossip. Questo stile fa male ai cittadini e ancor più male alla giustizia che, oltre a perseguire i colpevoli, dovrebbe sempre preoccuparsi di proteggere le persone per bene". Persino Fassino è resuscitato da un secolare letargo per giudicare le parole di De Magistris come "una forzatura, perché dalle indagini non è emerso nulla nel rapporto tra Romeo e Rutelli".

Ma non solo la sinistra si sente in dovere di gettare un bel po' di fango su un magistrato che fa il suo dovere. Anche i componenti del PDL del Copasir, il vicepresidente Giuseppe Esposito e i componenti Fabrizio Cicchitto e Gaetano Quagliariello, non hanno dubbi sulla condotta cristallina di Rutelli e denunciano "quello che ha tutte le sembianze di un tentativo di intimidazione" ed esprimono al presidente Rutelli tutta la loro "solidarietà personale e istituzionale". Quando si dice la casta.

Questa era la prima barzelletta.
La seconda. Molto più breve.

Come tutti sanno, il senatore Nicola Di Girolamo, eletto all'estero nelle file del PDL, è un abusivo. Riceve un lauto stipendio da senatore senza averne il diritto. Ha falsificato un certificato di cittadinanza per far risultare di vivere in Belgio, cosa non vera. Il gip del Tribunale di Roma aveva chiesto per Di Girolamo gli arresti domiciliari per "aver attentato ai diritti politici dei cittadini, falsa attestazione o dichiarazione a un pubblico ufficiale sulla sua identità, concorso in abuso di ufficio, falsità in atti destinati alle operazioni elettorali, false dichiarazioni sulle sue generalità". A settembre il Senato però, compatto, con l'esclusione dell'IDV, non concede l'autorizzazione a procedere. Di Girolamo è salvo, non si fa nemmeno un giorno di carcere e per di più continua a sedere come niente fosse tra i banchi del Senato.

La Giunta delle Elezioni e delle Immunità, però, in base alle prove portate dal gip, stabilisce che Di Girolamo è abusivo e deve quindi decadere dalle proprie funzioni. Bene. Due giorni fa il Senato si riunisce per decidere la sorte di Di Girolamo. Maurizio Gasparri salta su e chiede che si sospenda il dibattito sull'annullamento dell'elezione del senatore abusivo. Il motivo? Secondo Gasparri, la decisione "necessita di un ulteriore approfondimento". Cosa ci sia da approfondire non si capisce, visto che la Giunta ha già espresso chiaro il suo verdetto. La proposta di Gasparri viene messa ai voti e bocciata.

Cosa si sono inventati allora per salvare Di Girolamo? E' sceso in campo il "senatore di riserva", Sergio De Gregorio, che ha proposto, come ordine del giorno, di rinviare gli atti alla Giunta affinchè si sospenda l'attività di verifica in attesa che termini il procedimento penale. La proposta è passata. Di Girolamo potrà impunemente continuare a rubare lo stipendio in attesa che il processo arrivi a termine, il che, considerando la lentezza dei procedimenti penali, si perderà nella notte dei tempi. Tutto ciò, nonostante sia stato dimostrato che Di Gerolamo ha falsificato dei documenti ed è dunque stato eletto illegalmente. Tutto ciò, nonostante la presa di posizione chiara della Giunta che ha detto che Di Girolamo deve decadere dalle proprie funzioni.

Fa ridere no?

venerdì 30 gennaio 2009

Lettera aperta a Massimo Giannini

Massimo Giannini, vicedirettore di Repubblica


Egregio vicedirettore,

ho letto con molta attenzione il suo editoriale, apparso ieri su Repubblica, dal titolo "Il bersaglio sbagliato del tribuno populista" e non ho potuto fare a meno di notare che l'articolo era sorprendentemente inficiato da una serie di informazioni fuorvianti, imprecise se non palesemente errate.

Innanzitutto lei afferma che la manifestazione di piazza Farnese è stata un evento "organizzato dall'Italia dei Valori contro la riforma della giustizia". Non capisco proprio come si possa scrivere un'inesattezza di questo genere, visto che, se uno si fosse degnato di dare anche solo un'occhiata al palco, si sarebbe accorto che la manifestazione era stata indetta dall'Associazione famigliari vittime della mafia (come recitavano dei pannelli a caratteri cubitali) e che l'obiettivo primario non era protestare contro la riforma della giustizia (anche se se ne è parlato), ma contro la decisione del CSM di sospendere dall'incarico il procuratore generale di Salerno Luigi Apicella e i suoi due sostituti Gabriella Nuzzi e Dionigio Versani.

Entrando nel merito dell'articolo, lei afferma che lo striscione rimosso dalle forze dell'ordine fosse "bugiardo", perchè "non è vero che l'Italia insorge e meno che mai è vero che Napolitano dorme". Queste sono sue considerazioni personali decisamente opinabili. Quelle poche migliaia di cittadini che erano in piazza Farnese e quelle tante migliaia che, non potendo assistervi di persona, hanno seguito la diretta in streaming, rappresentano la parte più sana ed informata del paese, che veramente "insorge" e si indigna quando vede palesemente sfregiata la Costituzione e lo stato di diritto. Si è già dimenticato del milione di firme raccolte per il referendum riguardante l'abolizione del Lodo Alfano? Sono sempre le stesse persone. Sono sempre loro: quella è l'Italia che insorge, signor Giannini.

Lei dice che Napolitano "ha esternato più volte nei limiti che il ruolo gli consente". Mi può per favore riportare le parole precise del Capo dello Stato? Visto che "ha esternato più volte", non le sarà difficile ritrovare una sua dichiarazione in merito. Io non ricordo di avergli mai sentito dire una sola parola contro quella che lei chiama giustamente "una legge-vergogna". Davvero, pur sforzandomi, non ricordo.

Sono d'accordo, invece, con lei quando dice che "parlare di sonno è una palese sciocchezza". Napolitano infatti si è dimostrato incredibilmente "sveglio" ed attivo quando c'è stato bisogno di bloccare immediatamente una procura, quella di Salerno, che stava indagando legittimamente e in modo assolutamente corretto (come ha stabilito il Tribunale del Riesame), su un'altra procura di sua competenza, quella di Catanzaro. Ecco, in quell'occasione Napolitano ha abbandonato senza troppi problemi "i limiti che il ruolo gli consente", ha chiesto immediatamente di visionare gli incartamenti e, prima ancora di averli letti, già parlava di atti "abnormi e inauditi". Napolitano, con il suo operato oggettivamente precipitoso, ha dato il via e, in un certo senso, legittimato, lo scempio che il CSM ha poi portato a termine, su imbeccata del ministro Alfano, con l'annientamento di un'intera procura, rea solamente di aver rispettato la legge.

Più avanti, lei giustifica il "silenzio" di Napolitano sul Lodo Alfano affermando che tale provvedimento "non appare manifestamente incostituzionale" e che dunque "il presidente è chiamato alla promulga". Purtroppo, mi giova ricordarle che l'articolo 3 della nostra Costituzione prevede che tutti i cittadini siano uguali di fronte alla legge. Se un Lodo permette a quattro cittadini di delinquere impunemente senza che essi siano chiamati a rispondere delle loro azioni davanti ad un giudice, questo francamente mi sembra "manifestamente incostituzionale". Per non parlare dei vari altri articoli della Costituzione che vengono palesemente violati dal Lodo Alfano.

Siccome lei fa proprio il paragone con Ciampi e il vecchio Lodo Schifani, come è possibile che lei non ricordi che Ciampi non lo fece passare così a cuor leggero, ma rinviò alle camere il testo? Un atto ovviamente solo formale, ma che lanciò un messaggio chiaro e forte di dissenso. Era troppo pretendere da Napolitano che seguisse l'esempio di un suo predecessore? Era troppo pretendere che facesse finta almeno di pensarci su qualche giorno invece di firmarlo in fretta e furia solo perchè il processo Mills doveva essere bloccato immediatamente?

Qualche parola anche sull'attacco che lei sferra a Di Pietro. Lei scrive: "E' grave che (...) Di Pietro si spinga a dire che il silenzio è mafioso". Primo: se lei avesse ascoltato il discorso di Di Pietro (cosa che spero lei non abbia fatto, altrimenti vorrebbe dire che è in mala fede), si sarebbe accorto che quella frase era banalmente riferita a se stesso. Di Pietro dice: molti non osano criticare il Capo dello Stato, io invece, sempre con il massimo rispetto, mi sento di farlo, perchè, se stessi in silenzio, mi sentirei un mafioso. Secondo: la frase di Di Pietro, anche estrapolata dal contesto, è quanto di più vero possa esistere e mi meraviglio che lei la definisca "grave". Soprattutto in un contesto in cui i veri protagonisti della manifestazione erano i famigliari delle vittime di mafia, uccise, prima di tutto, dal silenzio.

E qui viene la mia critica più dura. Come è possibile che il suo giornale (come tutti gli altri del resto) abbia deciso a tavolino di censurare completamente quattro ore di manifestazione, in cui si sono alternati sul palco personaggi del calibro di Sonia Alfano e Salvatore Borsellino? Come è possibile che nemmeno una parola sia stata spesa, da lei dai suoi colleghi, sull'accorato grido di denuncia da loro lanciato e che ha fatto tremare le mura di piazza Farnese? Non prova un pochino di vergogna nell'aver tentato di trasformare una manifestazione che voleva richiamare l'attenzione sulla condizione di queste persone (che hanno subito lutti gravissimi e che sono stati abbandonati dallo stato) in un comizio politico in cui si è "insultato" il Capo dello Stato?

Non prova un po' di vergogna? Non dico nei confronti della gente che con tanta passione ha partecipato ed applaudito. Ma nei confronti della dignità di una persona come Salvatore Borsellino, che grida da anni la sua sete di giustizia sulle stragi di stato del '92. Ma, forse, lei nemmeno sa chi è Salvatore Borsellino.

E' il silenzio come il suo e quello del suo giornale che fa più male. Il silenzio uccide, se lo ricordi.

Sì. Ha ragione Di Pietro, caro vicedirettore: il silenzio è mafioso.

Cordiali saluti

giovedì 29 gennaio 2009

Il successo di Piazza Farnese


Il successo della manifestazione di Piazza Farnese, indetta e organizzata dall'Associazione famigliari vittime della mafia, si può materialmente toccarlo con mano leggendo oggi i giornali, essendo esso direttamente proporzionale allo strillare dei politici e della carta stampata al seguito. Più questi fanno a gara per trovare l'aggettivo più spregiativo da appioppare alla manifestazione, più la bontà, la forza e la riuscita di tale evento sono certificate.

E' divertentissimo ascoltare le reazioni indignate di tutto l'arco politico italiano, è spassoso leggere i titoli uniformati di tutti i quotidiani nazionali, dall'Unità fino al Giornale, passando per Repubblica e Corriere. Sono stanchi lamenti, vuote menzogne, ripetute tra di loro "come di fronte ad uno specchio spaccato".

Sinceramente sono stanco delle loro bugie, sono stanco delle loro meschine manipolazioni, sono stanco del loro cicaleccio insipido e autoreferenziale. Sono così prevedibili, così monotoni. Ormai non mi fanno più effetto, mi scivolano via, insignificanti, come qualcosa a cui non val la pena nemmeno di prestare attenzione. Perchè dovrei? Dovrei scandalizzarmi per le dichiarazioni di Gasparri? Dovrei fare una piega per le esternazioni di Violante? Dovrei sussultare per quelle di Veltroni? Dovrei indignarmi per gli editoriali di Ostellino e Giannini? Dovrei provare sconforto per gli attacchi incrociati di Schifani, di Fassino e della Finocchiaro? Ma perchè? Sono così patetici nella loro meschinità. Mi provocano un sorriso amaro.

Sono gli stessi di Piazza Navona. Sono passati sei mesi da allora, ma nulla è cambiato. Tu tenti di fargli capire che stanno sprofondando in un mare di melma e loro, circondati da un mare di melma, ti rispondono che il male sei tu che hai un po' di polvere sul cappotto. Dicono sempre le stesse cose, ripetono le loro giaculatorie, usano termini come "eversivo", "inaudito", "inqualificabile", "inclinazione autoritaria", "furia giustizialista", "foga populista" come un mantra di autoconvincimento. Per convincersi di essere tutti d'accordo, di essere tutti dalla stessa parte nel dare addosso a Di Pietro.

Sono stanco, ma non incazzato. Anzi, dopo la manifestazione di ieri, sono allegro, pieno di forza e di speranza. Avete visto come sono stati censurati tutti gli interventi dei famigliari vittime della mafia? Non una parola sull'appello di Sonia Alfano, presidente dell'associazione. Non un parola sul commovente intervento di Salvatore Borsellino, così rabbioso e così pieno di denunce da far tremare le mura dei palazzi di piazza Farnese. Un silenzio tombale è calato su di loro.

La manifestazione a supporto della procura di Salerno e a difesa della giustizia è stata fatta passare come un evento politico organizzato dall'Italia dei Valori in cui si è insultato il capo dello stato. E io dovrei dare ascolto ad esimi editorialisti come Piero Ostellino e Massimo Giannini che iniziano il proprio pistolotto rispettivamente sul Corriere e la Repubblica con una bugia grossa come una casa: "Alla manifestazione di ieri, promossa dall'Italia dei valori..."? Meritano una qualche credibilità dei giornalisti che parlano di una cosa di cui dimostrano di non sapere assolutamente nulla? E che probabilmente nemmeno si sono degnati di vedere?

E non parlo del vergognoso taglia e impasta che, attaccando pezzi di frase da punti differenti del discorso, ha fatto pronunciare a Di Pietro la frase: "Napolitano è mafioso". Non ha senso stare qui a spiegare, non ha senso stare qui a scusarsi, a fare precisazioni. Di Pietro non deve fare nessuna precisazione, non deve fare nessun passo indietro, non deve scusarsi di nulla. Di pietro ha detto solo cose sacrosante. Il silenzio è meschino, il selenzio è connivenza, il silenzio uccide, il silenzio è mafioso. Sento invece alcune persone, anche vicine al ex pm, dire che però effettivamente avrebbe dovuto essere un po' più cauto, avrebbe dovuto scegliere meglio le parole, non avrebbe dovuto dare adito a strumentalizzazioni. Ma basta! La dobbiamo finire di scusarci di aver detto la verità! Io non sopporto più questo atteggiamento. Ci dicono che siamo delle merde e noi, invece di reagire, abbassiamo la testa per vedere se effettivamente siamo sporchi di merda. Sono loro che devono vergognarsi di quello che dicono. Non noi. Sono loro che devono vergognarsi di come amministrano mafiosamente lo stato.

Un capo dello stato che firma in fretta e furia uno sfregio alla Costituzione come il Lodo Alfano senza nemmeno rinviare il testo alle camere. Un capo dello stato che dà il via alla crocifissione di un'intera procura che sta indagando legittimamente parlando a sproposito di "atti enormi e inauditi". Un capo dello stato che prima lancia il sasso legittimando gli interventi scomposti di Alfano e del CSM e poi ritrae la mano gustandosi dall'alto del Colle lo scempio di un stupro dello stato di diritto quale è stata la soppressione dei magistrati di Salerno. Un capo dello stato in queste condizioni è, nella migliore delle ipotesi, un pavido re travicello. Nella peggiore, un connivente.

Ma sono contento. Perchè piazza Farnese, come piazza Navona, è stata un'altra bella ventata di democrazia, un'altra vigorosa frustata sulla pelle intorpidita, di quelle che ti lasciano il segno, ti risvegliano e ti fanno capire di essere ancora vivo. E come a luglio, nella rete ci sono cascati tanti pesciotti. Escono allo scoperto, come tanti soldatini vigliacchi e si rivelano per quello che sono. Il successo della manifestazione di piazza Farnese sta soprattutto in questo: quello di aver di nuovo sparigliato le carte e aver fatto capire da che parte sta chi.

Veltroni su tutti. Alla guida di un partito morto, comandante silenzioso e depresso di un vascello alla deriva. E' l'emblema del "vorrei, ma non posso". L'equivoco vertiginoso in cui il Partito Democratico sta crollando in caduta libera. Da una parte la tentazione di fare opposizione, dall'altra la necessità di mantenere lo "status quo", di fare gruppo con la casta, di chiudersi a riccio a difesa del proprio fortino, a salvaguardia dei privilegi medievali. Quando si accorgerà che a difendere il fortino sarà rimasto solo lui e qualche accolito, forse si renderà conto del disfacimento a cui sta portando la sinistra italiana. Ma sarà ormai troppo tardi. Troppo, troppo tardi. La chiamano "moderazione". Lo chiamano "riformismo". "Una grande sinistra moderata e riformista". Non c'è nulla di moderato e di riformista nel non prendere mai una posizione chiara su nulla. Si chiama ignavia. Si legge: necrosi del partito democratico.

Sì, perchè la manifestazione di piazza Farnese, con tutto il suo polverone di polemiche inscenate ad arte, avrà l'unico effetto, come successe con piazza Navona, di erodere un'altra bella fetta di elettorato al PD. Veltroni probabilmente non se ne accorge, occupato a disquisire di questione morale in qualche loft. Ma la base ormai non lo segue più. L'elettorato dal PD non è rincoglionito. Non è assuefatto alle balle berlusconiane come quello del PDL. Le menzogne non le beve così dolcemente. Una buone parte almeno. L'Abruzzo, evidentemente, non ha insegnato niente. Dopo la disfatta del PD (crollato a poco più del 20%) e il risultato straordinario dell'Idv (al 15%), invece di capire le ragioni di un così grande smottamento di voti, riversati dall'una all'altra compagine politica, hanno continuato, miopi, nella demonizzazione di Di Pietro.

E non riescono a capire che più lo demonizzano, più la gente capisce veramente da che parte sta Veltroni. Più lo insultano, più la gente si convince dell'esistenza di quel mostro mitologico chiamato Veltrusconi, con la testa da topo e il corpo da nano. Non ci credete? Andatevi a leggere le centinaia di commenti apparsi su Repubblica e sull'Unità, i quotidiani di riferimento dell'elettorato del PD. Nonostante gli articoli palesemente denigratori e faziosi, la totalità dei commentatori non si lasciava abbindolare, condivideva le parole di Di Pietro e smascherava l'ipocrisia del giornalista di turno. Non c'era un messaggio di critica nei confronti delle parole del leader dell'Idv. Non uno. Qualcosa vorrà pur dire.

Vuol dire che sempre più gente non crede più alle vostre balle. Vuol dire che sempre più gente sta cominciando a capire. La forza della verità è talmente prorompente che non è possibile nasconderla sotto un tappeto per sempre. Mi dispiace, ma stiamo vincendo noi. E facciamo paura. I vostri strilli suonano tanto come gli strepiti di chi trema di terrore. Siete terrorizzati dal risveglio delle coscienze. E fate bene. Perchè, prima o poi, le vostre menzogne crolleranno sotto il peso della loro inconsistenza.

martedì 27 gennaio 2009

Cappellini e Cappellacci



Assistiamo in queste ore a scene di ordinaria follia. Il paese sembra in preda ad una strano fenomeno di delirio collettivo.

Siamo nel bel mezzo di una delle più gravi e devastanti crisi economiche della storia e i telegiornali parlano solo di stupri, dedicano i primi dieci minuti di ogni edizione ad un caso di stupro diverso, tracciano la genealogia di tutti gli stupratori dagli inizi del secolo scorso fino ad oggi, intervistano le stuprate che vorrebbero farsi giustizia da sole, aizzano la gente criminalizzando l'operato dei giudici che, facendo solo il proprio dovere e nel pieno rispetto della legge, predispongono gli arresti domiciliari per gli stupratori, danno voce ai politicanti di turno che berciano fandonie, invocano pene più severe e una fantomatica "certezza della pena", senza rendersi conto delle bestialità che vanno dicendo scambiando gli arresti domiciliari con la condanna definitiva per un processo che non è ancora iniziato.

Sono i famosi giustizialisti della domenica. Quelli che quando c'è di mezzo il rumeno lo vorrebbero immediatamente dietro le sbarre a marcire per l'eternità e stigmatizzano la "benevolenza" dei pm, e che quando invece c'è di mezzo il politichino corrotto e/o corruttore (vedi caso Del Turco su tutti) invocano il garantismo più assoluto ed intransigente e chiamano i magistrati sanguinosi manettari.

Il ministro della giustizia Alfano, che ovviamente di giustizia non conosce un beneamata ma che sempre più spesso si diletta a ficcare il naso nell'operato della magistratura, annuncia ispezioni ministeriali. Gli ispettori ministeriali evidentemente constateranno che per lo stupratore che ha già confessato il proprio reato non sussistono più, a norma di legge, gli estremi per una detenzione carceraria (non c'è pericolo di fuga, non c'è pericolo di inquinamento delle prove e non c'è pericolo di reiterazione del delitto) e che quindi gli arresti domiciliari sono un provvedimento assolutamente normale e se ne torneranno dal ministro a orecchie basse. Ma tutto serve per sollevare il polverone. Distogliere l'attenzione dal problema fondamentale: un paese in precipitosa recessione senza la minima speranza di risollevarsi in tempi brevi.

Marchionne fa notare sommessamente che la Fiat sarà probabilmente costretta a licenziare qualcosa come 60 mila dipendenti, più o meno un altro disastro Alitalia, e i telegiornali di cosa parlano? Dello stupro di capodanno, ovviamente. Il Fondo Monetario Internazionale calcola che il PIL italiano segnerà un ribasso del -2,1% nel 2009 e rimarrà negativo anche nel 2010 e i telegiornali di cosa parlano? Di un professore di Avellino di 60 anni che ha stuprato una sua studentessa. La produzione industriale crolla su base annua del -12,8% e i telegiornali di cosa parlano? Di un uomo di Torino che ha stuprato la figlia dodicenne della compagna. Sembra che l'Italia improvvisamente si sia trasformata in un bordello a cielo aperto dove tutti stuprano tutti.

Oggi, ironia del destino, si viene a scoprire che i rumeni sono stati arrestati grazie all'uso di intercettazioni telefoniche. Tutti che si congratulano con le forze dell'ordine. Nessuno fa notare che, se fosse già passato il ddl che ha in mente Berlusconi, i quattro sarebbero in libertà e chissà ancora per quanto tempo. Se non altro, però, i giornali hanno tempo per immolare come vittima sacrificale un onesto servitore dello Stato come Gioacchino Genchi, subissandolo e coprendolo di menzogne. Quest'uomo è costretto da giorni a rilasciare interviste a catena per cercare di rintuzzare le fandonie create ad arte e amplificate dai media compiacenti. Come fa notare Carlo Vulpio, una volta ci eravamo abituati all'idea che in Italia chi delinque la fa franca; oggi ci stiamo addirittura abituando all'idea che chi rispetta la legge deve mettere in conto di correre seri pericoli.

Ci stiamo abituando a tutto. E' questo il pericolo più grave.

Oggi il nostro ministro degli Esteri, Franco Frattini, durante la celebrazione della giornata della Memoria nella sala del Cenacolo della Camera dei Deputati, in un'occasione tanto importante quanto solenne, non ha trovato di meglio, nel proprio discorso, che lanciare attacchi deliranti ad un dipendente del servizio pubblico. Parlando del pericolo di una rinascita dell'antisemitismo ha portato come esempio la trasmissione di Michele Santoro definita come "l'esempio di quello che una televisione democratica non dovrebbe mai fare". Io non so se vi rendete conto della gravità di certe affermazioni: un ministro della repubblica italiana che in un momento ufficiale ed "alto" come può essere il ricordo dello sterminio di 6 milioni di ebrei nei campi di concentramento, sfrutta vigliaccamente l'occasione per imbastire una vergognosa polemica politica con una trasmissione della RAI, accusata di incitare all'antisemitismo.

Probabilmente Frattini non ha nemmeno idea dell'enormità di un'affermazione del genere. Ma come dargli torto: chi, in quel governo, ha idea di cosa stia dicendo? Per favore, mi si indichi un ministro che sappia di cosa sta parlando. E' chiaro che dall'alto non cala certo un grande esempio.

Non so se avete notato, ma il nostro presidente del consiglio, pagato con i soldi pubblici, passa i suoi giorni in Sardegna in perenne campagna elettorale. C'è da eleggere il presidente della regione e Berlusconi non può certo perdere un'occasione simile. Dopo aver passato un mese a gironzolare per le strade dell'Abruzzo a far campagna elettorale per un certo Chiodi ora si diletta a far comizi sull'isola. Il rivale è Renato Soru, padrone dell'Unità, forse una delle poche persone serie del partito democratico. Il candidato per il Pdl, invece, chi è? Non lo sa nessuno, nemmeno i sardi. Anche perchè, se si va a guardare sul logo delle liste elettorali, si troverà: "Berlusconi presidente". Del nome del futuro possibile presidente della regione non c'è traccia.

Ve lo dico io: si chiama Ugo Cappellacci. Già uno con un nome così...

Bene. Quest'uomo è quanto di più ridicolo si sia mai visto. Una marionetta ha più dignità. Si affaccia ai balconi e sale sui palchi insieme a Berlusconi senza spiccicare parola (vedi video). Berlusconi fa il comizio senza dire assolutamente nulla sul programma elettorale, spara qualche barzelletta, inneggia alla bellezza dell'isola, lancia calunnie infondate contro Soru, scambia qualche battuta con i pochi presenti, si dice molto preoccupato per il futuro dei nostri figli e se ne va. Nessuno capisce cosa ci stia a fare Ugo al suo fianco. E' lì, immobile, impassibile. Ugo ride ed annuisce. Quando Berlusconi finisce il comizio, Ugo se ne va anche lui. Qualcuno ha creduto che fosse una delle guardie del corpo del presidente del consiglio. Gli è stato spiegato che no, quello era il candidato alla presidenza della regione, scelto espressamente da Berlusconi.

D'altronde cosa ci si può aspettare da uno che per risolvere il problema degli stupri metterebbe "un soldato al fianco di ogni bella ragazza"? Dopo tutto, come ha fatto notare giustamente Benny Calasanzio, "un presidente pirla per ogni Italiano ce l'abbiamo già".

domenica 25 gennaio 2009

Difendiamo quest'uomo


Questo è un appello preventivo.

C'è un uomo che è stato lasciato solo. E' stato scientemente creato il vuoto attorno a lui. Ed ora che non ha più protezioni, si stanno apprestando a distruggerlo. L'infernale macchina da guerra potere-informazione deviata si è già messa in moto da tempo per annientarlo. Così come è successo con De Magistris. Così come è successo con un'intera procura della Repubblica, quella di Salerno, decapitata con una ferocia inaudita e insensata. Il 99,9% degli Italiani non si è accorto di niente, visto che quest'uomo non sa nemmeno chi sia e che faccia abbia.

Quest'uomo si chiama Gioacchino Genchi. Ha 48 anni, ma la faccia serena di un giovanotto. E' di Castelbuono, un paesino in provincia di Palermo. Laureato in giurisprudenza, è divenuto Funzionario della Polizia di Stato, dirigendo diversi uffici (la Zona Telecomunicazioni per la Sicilia Occidentale, il Nucleo Anticrimine per la Sicilia Occidentale, il Centro Elettronico Interregionale di Palermo, ecc.). Nel 1995 è divenuto Vice Questore aggiunto di Palermo e ha svolto l’incarico di consulente tecnico dell’Autorità Giudiziaria in centinaia di importanti indagini e processi penali. Dal 2000, per scelta puramente deontologica, ha rinunciato alla carriera in Polizia ed è in aspettativa non retribuita.

Qual è il torto di quest'uomo? Essere stato il consulente informatico di Luigi De Magistris nell'inchiesta Why not. Sempre questo nome: De Magistris. Fateci caso. Chiunque ha collaborato in qualche modo con De Magistris è stato puntualmente denigrato, isolato, trasferito, insultato, disintegrato moralmente e professionalmente. Sembra una sorta di maledizione, ma tutt'altro che casuale ed inspiegabile.

Con un procedere di stampo nazi-fascista, i poteri forti sono impegnati in una sorta di "soluzione finale" per sterminare chiunque abbia collaborato, difeso o solo appoggiato Luigi De Magistris, in modo che delle sue inchieste Why not, Poseidone e Toghe Lucane non rimanga alcuna traccia. Questa è la prova più evidente, se qualcuno non se ne fosse ancora reso conto, che le indagini del pm di Catanzaro andavano a toccare i fili della morte, quelli che legano indissolubilmente la politica marcia con il mondo imprenditorial-massone, con i servizi deviati e una parte di magistratura connivente. Un intreccio letale che non ti lascia scampo.

Le prime avvisaglie si sono avute ai primi di dicembre (7 dicembre per la precisione) quando compariva su Repubblica, a seguito del famoso "scontro tra procure", un articolo del vicedirettore Giuseppe D'Avanzo, secondo molti vicinissimo, se non addirittura a libro paga dei servizi segreti, in cui il giornalista "poliziotto" si esibiva in un attacco senza precedenti all'operato di De Magistris, definendolo sostanzialmente un povero megalomane incapace, e faceva anche il nome di Gioacchino Genchi, consulente di De Magistris, definendolo "misterioso e discusso" e "il vero domus delle inchieste calabresi".

Veniva per la prima volta gettata un'ombra inquietante su quest'uomo, senza per altro spiegare in cosa il suo operato fosse stato misterioso e in che modo avrebbe potuto essere il vero manovratore occulto delle inchieste. Un'accusa tanto gratuita, quanto infamante per un consulente informatico, che si limita ad eseguire le direttive ricevute da un pm e a fornire il proprio supporto di tecnico qualificato esterno.

Sembrava una frasetta buttata lì, quella di D'Avanzo. Ma, in realtà, c'era molto di più. Tanto che, addirittura il giorno dopo (8 dicembre), la palla passava a Giovanni Bianconi che dalle pagine del Corriere minacciava l'esistenza di un archivio pericoloso, "una banca dati, telefonica e telematica, per molti aspetti acquisiti in modo illegale ed in spregio di guarentigie costituzionali, nei confronti delle massime autorità dello Stato, di parlamentari, appartenenti all'ordine giudiziario, ai Servizi informativi e di sicurezza".

Questa è l'accusa mossa nei confronti di Gioacchino Genchi da parte della procura generale di Catanzaro, guidata da Jannelli, quello del "controsequestro". L'accusa è di aver illegalmente raccolto una banca dati relativa a utenze telefoniche intestate a parlamentari, alte cariche istituzionali e addirittura uomini dei servizi segreti. Un "archivio segreto" destabilizzante per la sicurezza del paese. Bianconi parla di 600 mila report su politici, giudici e 007. Cifre astronomiche.

L'altro ieri (23 gennaio) la questione è tornata a galla. Sempre Bianconi parla di "578.000 record anagrafici, 392.000 persone fisiche controllate, 1.402 tabulati utilizzati". Urla allo scandalo intercettazioni. Parla allarmato del famigerato "archivio-Genchi" che avrebbe raccolto perfino utenze coperte da segreto di Stato. Un unico uomo che avrebbe passato la propria vita ad intercettare e spiare centinaia di migliaia di potenti, così, per il gusto di farlo e in ossequio alla megalomania di De Magistris.

Una bordata di menzogne vergognose. Un sapiente depistaggio mediatico volto a disintegrare l'unica figura non ancora toccata dell'inchiesta Why not. La verità di Gioacchino Genchi la potete ascoltare in un'intervista che ha rilasciato qualche giorno fa a Radioanch'io, in cui, una per una, Genchi smantella quel castello di accuse infamanti di cui ormai è fatto oggetto da mesi.

Non esiste alcun archivio-segreto. Non esiste nessuna intercettazione telefonica. Genchi, nella sua vita professionale, non ha mai eseguito una sola intercettazione telefonica. Tanto meno De Magistris gli ha mai ordinato di eseguirne una. Anzi. Nell'inchiesta Why not non è stata effettuata nemmeno un'intercettazione. Semplicemente perchè non ce n'era bisogno, visto che tutto è partito dalle confessioni di una testimone che si riferivano a fatti risalenti ad anni precedenti.

Genchi spione. Genchi intercettatore professionista. Genchi domus occulto delle inchieste calabresi. Genchi custode di segreti di Stato. Non credete ad una sola parola di tutto questo. Sono una marea di vigliacche menzogne di cui, spero, un giorno qualcuno sarà chiamato a dar conto.

L'operato di Genchi è cristallino e sotto gli occhi di tutti. Grazie alla sua esperienza nel campo delle telecomunicazioni ha, nella sua vita, su consegna specifica dei pm, analizzato migliaia di tabulati telefonici, incrociato migliaia di numeri di telefono e associato utenze telefoniche a utenti fisici in carne ed ossa. Genchi è stato chiamato come consulente tecnico in centinaia di processi. Grazie al suo lavoro, di una precisione e professionalità eccezionali, ha contribuito a smascherare e mandare in galera centinaia di mafiosi e anche, questo è il suo vanto, a far assolvere numerosi imputati innocenti.

E' stato chiamato a testimoniare durante il processo Borsellino Bis, in cui ha spiegato come, dall'analisi dei tabulati telefonici, era chiaramente visibile una mano occulta dei servizi segreti dietro la strage di via D'Amelio. E' colui che ha dimostrato, per esempio, che il telefono della famiglia Fiore-Borsellino, quella dove viveva la madre del magistrato, era stato messo sotto intercettazione abusiva un paio di settimane prima del botto.

L'indagine sui mandanti occulti della strage-Borsellino gli fu tolta senza una spiegazione nel momento in cui aveva scoperto il coinvolgimento del SISDe, appostato quella domenica, sotto copertura, nel castel Utveggio, da cui sarebbe stato azionato il telecomando della autobomba.

I tabulati analizzati da Genchi nell'inchiesta Why not sono ora al vaglio della Comitato Parlamentare per la Sicurezza. Chi la presiede? Francesco Rutelli, implicato direttamente nell'inchiesta. Non vi sembra geniale? E infatti ha già gridato allo scandalo. Senza che nessuno sappia ancora, visto che l'autorità competente ancora non si è espressa, se il lavoro di Genchi sia stato leggitimo o meno, Cicchitto parla del "più grande scandalo della storia repubblicana".

Gasparri, sempre molto moderato, ha chiesto che per Genchi si muova la Corte Marziale, quella, per intenderci, deputata a giudicare i crimini di guerra contro la popolazione civile.

Attenzione. Il delirio mediatico sta montando a panna. Prenderanno la palla al balzo per chiedere la cessazione immediata di ogni tipo di intercettazione. Berlusconi ha già avvertito: "Sta per scatenarsi il più grande scandalo della storia Italiana". E per corroborare le sue intuizioni ha aggiunto: "Ma non so nulla di preciso".

State in guardia e difendete, come potete, se non altro con la testimonianza, un uomo che rischia di essere travolto da una valanga di melma come mai si era visto in precedenza. Sacrificato sull'altare pagano del diritto alla privacy, leggasi diritto a delinquere indisturbati. Solamente per aver fatto il suo dovere e non essersi fermato di fronte a nomi eccellenti. Che, saranno pure coperti da segreto di Stato, ma, fino a prova contraria, non sono al di sopra la legge.

Genchi, intanto, dall'alto della sua coscienza serena, scrive: "Rassicuro tutti gli amici. Sono ancora vivo e mi scompiscio dalle risate dopo avere sentito Berlusconi. Attendo la Corte Marziale invocata da Gasparri". Meno male che lui la prende con filosofia.

sabato 24 gennaio 2009

Il deserto dei Tartari


Mai come in questi giorni la corazzata potere-informazione ha marciato di pari passo, con precisione militare ed efficienza impressionante. L'ingranaggio è talmente oliato che viene difficile pensare che vi siano degli ordini espliciti che emanano dal presidente del consiglio, si irradiano tra i suoi collaboratori, portavoce, portaborse e arrivano direttamente alle testate dei maggiori quotidiani nazionali che, puntualmente, mettono in pratica. Non credo. Anzi, ne sono assolutamente certo.

Il meccanismo del servilismo dell'informazione italiana, quel dire solo ciò che fa comodo ai poteri forti, quel nascondere ciò che fa paura, quel delegittimare chiunque mini la pax veltrusconiana, quell'autocensura preventiva, quel proporre solo temi che stanno a cuore agli interessi della casta e quel modo tutto italiano di farlo, cercando di apparire più onesti e più liberi possibile, si è spinto a livelli che hanno ormai del grottesco e che dunque non presuppongono più un input dall'alto. I giornali sono effettivamente liberi: liberi di assecondare i capricci dei padroni. E nemmeno si sognerebbero di prenderne le distanze. Li coccolano, questi capricci, li ingigantiscono, li rendono priorità per il paese e li spacciano come tali, in una gara a chi lubrifica meglio le natiche dei potenti.

Di cosa sto parlando? Credo che tutti abbiate saputo dell'efferato stupro avvenuto ieri nelle campagne attorno a Roma ai danni di una donna. Se non l'avete saputo è perchè guardate poco la televisione e leggete pochi giornali. Ben per voi. Ma, sfortunatamente, credo che ognuno di voi, anche solo per sentito dire, ne sia a conoscenza. Bene. E' stata per 48 ore, ininterrottamente, la prima notizia che appariva sui siti web dei due maggiori giornali nazionali, Corriere e Repubblica. Una cosa mai vista. Di solito, le notizie si alternano: quelle più recenti ed importanti vengono messe in prima posizione e le altre, mano a mano, scalano di conseguenza. Ma mai più di un paio d'ore in vetta.

In questi giorni no. Non è successo nulla di tutto questo. Quello stupro è rimasto saldamente al comando per due giorni di fila. Niente e nessuno ha potuto scalfirlo. Nemmeno Obama e la sua politica pro-aborto. Niente. Un fatto che mi ha lasciato francamente sorpreso e che non finiva di convincermi. Ogni volta che capitavo sulla pagina del Corriere o di Repubblica per controllare gli avvenimenti principali, sempre faceva capolino la notizia dello stupro. Raccontato in mille maniere. Con articoli di approfondimento, ipotesi sugli aggressori, dettagli sulle modalità delle sevizie. A un certo punto ho pensato addirittura che il browser del mio computer si fosse inceppato. Sembrava che in Italia, in due giorni, fosse successo solo questo.

Cosa volevano dimostrare? Perchè tanta insistenza? Era un modo per screditare Alemanno e la sua fallimentare politica della sicurezza? Ovviamente no. Oggi ho avuto la risposta. E la risposta ovviamente, come al solito, viene dal nostro presidente del consiglio. Che, per inciso, si trova in tournee in Sardegna, ormai da varie settimane, per promuovere la campagna elettorale in vista dell'elezione del presidente della Regione. Lui in realtà sarebbe pagato per fare il presidente del consiglio, ma, a quanto pare, in Parlamento non è mai stato avvistato nemmeno una volta da quando si è insediato la scorsa primavera.

Dalla Sardegna Berlusconi tuona: "C'è una proposta di Maroni condivisa dal ministro La Russa di aumentare di dieci volte il numero dei militari che invece di essere un esercito che sta a fare la guardia nei confronti del deserto dei Tartari sarà utilizzato per combattere l'esercito del male. Credo che faremo bene a portare avanti questa proposta che è del premier".

Lasciando perdere l'abituale propensione del nostro presidente del consiglio a parlare di in terza persona e tralasciando la questione, abbastanza confusa, di chi sia la paternità della proposta (è di Maroni o del premier?), l'dea che ne viene fuori è che, in risposta a questo dilagare insopportabile di violenza, come testimoniato dall'atroce stupro di Roma, il governo ha deciso di mandare nelle strade a salvaguardia della sicurezza dei cittadini 30 mila soldati. Dieci volte di più di quelli già impiegati da qualche mese.

L'equazione è subito fatta. La stampa ha creato il caso, ci ha ricamato sopra, l'ha fatto diventare un'emergenza per tutta la nazione e il governo ha colto l'assist al volo per sparare l'ennesimo annuncio demagogico sui militari per le strade a difesa dei cittadini contro un non ben definito "esercito del male". Neanche fosse Mazinga.

Un annuncio che ovviamente si commenta da solo e serve solamente a titillare le fantasie proibite di La Russa, al quale non par vero di poter giocare a fare il duce che sparge a piacere per le strade migliaia di militari, cullando il sogno di una riedizione dello stato di polizia.

Sembrano tanti bambini deficienti. Uno che si crede "l'Uomo Tigre che lotta contro il male", l'altro che gioca con i soldatini di piombo. In mezzo, Maroni, il più furbo di tutti, che ha vietato d'ora in poi tutte le manifestazioni in grandi piazze in cui vi siano delle chiese. E' come vietare di radunarsi in città dove ci siano delle case, o in boschi dove ci siano degli alberi. Un genio.

Non c'è motivo di ricordare come l'uso indiscriminato di militari in soccorso delle forze dell'ordine sia assolutamente inutile ed anzi controproducente. Rappresenta, uno, un'umiliazione per le forze di polizia e carabinieri e per gli stessi militari, addestrati a missioni di guerra e non alla salvaguardia delle vecchiette dagli scippi, due, costituisce un costo aggiuntivo insensato, tre, non ridurrà di un centesimo la percentuale di stupri in Italia, visto che non è possibile perlustrare ogni metro quadro di territorio e, come spiega lo stesso Berlusconi, certi fatti "non si possono imputare alla sicurezza perchè in campagna nessuno può prevedere cose del genere", quarto, darà un'impressione scioccante del nostro paese a tutti quei turisti che, credendo di trovarsi nel bel paese, penseranno di essere finiti in Venezuela.

Però sarà divertente vedere tutti quei soldatini armati di mitra passeggiare su e giù per il centro storico di Roma alla ricerca dell'esercito del male. Un manifesto dell'imbecillità di chi ci governa. Ma, non preoccupatevi, gli italiani si sentiranno tutti più sicuri, soprattutto i padani. Finchè non salterà fuori la notizia di qualche altro stupro. E allora i militari da 30 mila diventeranno probabilmente 300 mila. Anzi, forse, chiederanno ad Obama qualche migliaia di marines. Magari tra quelli in congedo dall'Iraq. Mica che poi tornano a casa a far niente.

Come al solito, la verità è tutt'altra.

Se solo si guardano le cifre degli stupri nella città di Roma, ci si accorge che, incredibilmente, tra il 2007 e il 2008, c'è stata una diminuzione significativa dell'11%. 216 casi nel 2008 contro i 242 del 2007.

Ma ciò che è più grave, e che i giornali non dicono, è che l'80% di questi stupri non avviene ad opera di immigrati clandestini, rumeni o semplicemente stranieri. L'80% di questi stupri avviene all'interno delle mura domestiche e sono perpetrati da mariti, ex mariti, compagni ed ex compagni. Non c'è nessun esercito del male là fuori da combattere. Ci sono solo delinquenti, comuni, come è fisiologico che sia. L'esercito del male gli Italiani ce l'hanno in casa e fingono di non accorgersi. O meglio, è più confortante dare la colpa ad un invisibile nemico esterno che fare i conti con le proprie vergogne.

Tra poco ci saranno 30 mila soldati per le strade d'Italia a presidiare un grande deserto dei Tartari. In attesa che l'esercito del male, prima o poi, si manifesti.

giovedì 22 gennaio 2009

L'urlo degli innocenti


Raramente riporto su questo blog articoli interi apparsi su giornali o altri blog, perchè la ritengo una pratica generalmente inutile e ridondante: basta andarseli a leggere su quei giornali o su quei blog.

Oggi però è diverso.

La situazione, oggi, è talmente grave che non c'è nulla di meglio che riferire fedelmente le parole degli interessati. Senza alcun commento. Parlano da sole e dicono tutto ciò che c'è da dire. Con una forza e una dignità sconcertanti. E' l'urlo di venticinque magistrati della procura di Salerno che ieri, per solidarietà con i propri colleghi, hanno scritto una lettera al vetriolo indirizzata al sindacato dei magistrati, l'Associazione Nazionale Magistrati, quel'ANM che avrebbe dovuto levare gli scudi contro un affronto tanto grande allo stato di diritto di questo paese e che invece, nelle parole vergognose del suo presidente Luca Palamara, non solo li ha abbandonati, ma pure insultati e sbeffeggiati.

Un'intera procura in rivolta: non una parola sui quotidiani, non una alla televisione.

E' l'urlo di una donna, Gabriella Nuzzi, trasferita insieme ad Apicella e Varasani, che oggi scrive, sempre rivolta all'ANM, per annunciare la sua decisione inamovibile di lasciare per sempre il sindacato, da cui ormai non si sente più rappresentata.

Sono lettere piene di rabbia e voglia di reagire ad un sopruso tanto enorme, quanto sapientemente ignorato dai media. Riporto il loro urlo, così come hanno fatto tanti altri blog, nella speranza che l'eco si propaghi.

Mercoledì 28 Gennaio i famigliari delle vittime di mafia hanno organizzato una manifestazione a Roma in piazza Farnese per protestare contro la vergogna di un CSM colluso. Ci saranno Sonia Alfano, presidente dell'associazione famigliari delle vittime di mafia, Salvatore Borsellino, Benny Calasanzio, Marco Travaglio, Carlo Vulpio, Beppe Grillo e l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro.

L'evento lo potete trovare su Facebook. Hanno già aderito in circa 3000. Se le adesioni continueranno con questo ritmo, mercoledì, davanti al CSM si troveranno una bella sorpresina.



Alla Associazione Nazionale Magistrati - ROMA

Signor Presidente,

Le comunico, con questa mia, l’irrevocabile decisione di lasciare l’Associazione Nazionale Magistrati.

Il plauso da Lei pubblicamente reso all’ingiustizia subita, per mano politica, da noi Magistrati della Procura della Repubblica di Salerno è per me insopportabilmente oltraggioso.

Oltraggioso per la mia dignità di Persona e di essere Magistrato.

Sono stata, nel generale vile silenzio, pubblicamente ingiuriata; incolpata di ignoranza, negligenza, spregiudicatezza, assenza del senso delle istituzioni; infine, allontanata dalla mia sede e privata delle funzioni inquirenti, così, in un battito di ciglia, sulla base del nulla giuridico e di un processo sommario.

Per bocca sua e dei suoi amici e colleghi, la posizione dell’Associazione era già nota, sin dall’inizio.

Quale la colpa? Avere, contrariamente alla profusa apparenza, doverosamente adottato ed eseguito atti giudiziari legittimi e necessari, tali ritenuti nelle sedi giurisdizionali competenti.

Avere risposto ad istanze di verità e di giustizia. Avere accertato una sconcertante realtà che, però, doveva rimanere occultata.

Né lei, né alcuno dei componenti dell’associazione che oggi degnamente rappresenta ha sentito l’esigenza di capire e spiegare ciò che è davvero accaduto, la gravità e drammaticità di una vicenda che chiama a riflessioni profonde l’intera Magistratura, sul suo passato, su ciò che è, sul suo futuro; e non certo nell’interesse personale del singolo o del suo sponsor associativo, ma in forza di una superiore ragione ideale, che è – o dovrebbe essere – costantemente e perennemente viva nella coscienza di ogni Magistrato: la ricerca della verità.

Più facile far finta di credere alla menzogna: il conflitto, la guerra tra Procure, la isolata follia di “schegge impazzite”.

Il disordine desta scandalo: immediatamente va sedato e severamente punito.

Il popolo saprà che è giusto così.

E il sacrificio di pochi varrà la Ragion di Stato.

L’Associazione non intende entrare nel merito. Chiuso.

Nel dolore di questi giorni, Signor Presidente, il mio pensiero corre alle solenni parole che da Lei (secondo quanto riportato dalla stampa) sarebbero state pubblicamente pronunciate pochi attimi dopo l’esemplare “condanna”: “Il sistema dimostra di avere gli anticorpi”.

Dunque, il sistema, ancora una volta, ha dimostrato di saper funzionare.

Mi chiedo, allora, inquieta, a quale “sistema” Lei faccia riferimento.

Quale il “sistema” di cui si sente così orgogliosamente rappresentante e garante.

Un “sistema” che non è in grado di assicurare l’osservanza minima delle regole del vivere civile, l’applicazione e l’esecuzione delle pene?

Un “sistema” in cui vana è resa anche l’affermazione giurisdizionale dei fondamentali diritti dell’essere umano; ove le istanze dei più deboli sono oppresse e calpestato il dolore di chi ancora piange le vittime di sangue?

Un “sistema” in cui l’impegno e il sacrificio silente dei singoli è schiacciato dal peso di una macchina infernale, dagli ingranaggi vetusti ed ormai irrimediabilmente inceppati?

Un “sistema” asservito agli interessi del potere, nel quale è più conveniente rinchiudere la verità in polverosi cassetti e continuare a costellare la carriera di brillanti successi?

Mi dica, Signor Presidente, quali sarebbero gli anticorpi che esso è in grado di generare? Punizioni esemplari a chi è ligio e coraggioso e impunità a chi palesemente delinque?

E quali i virus?

E mi spieghi, ancora, quale sarebbe “il modello di magistrato adeguato al ruolo costituzionale e alla rilevanza degli interessi coinvolti dall’esercizio della giurisdizione” che l’Associazione intenderebbe promuovere?

Ora, il “sistema” che io vedo non è affatto in grado di saper funzionare.

Al contrario, esso è malato, moribondo, affetto da un cancro incurabile, che lo condurrà inesorabilmente alla morte.

E io non voglio farne parte, perché sono viva e voglio costruire qualcosa di buono per i nostri figli.

Ho giurato fedeltà al solo Ordine Giudiziario e allo Stato della Repubblica Italiana.

La repentina violenza con la quale, in risposta ad un gradimento politico, si è sommariamente decisa la privazione delle funzioni inquirenti e l’allontanamento da inchieste in pieno svolgimento nei confronti di Magistrati che hanno solo adempiuto ai propri doveri, rende, francamente, assai sconcertanti i vostri stanchi e vuoti proclami, ormai recitati solo a voi stessi, come in uno specchio spaccato.

Mentre siete distratti dalla visione di qualche accattivante miraggio, faccio un fischio e vi dico che qui sono in gioco i principi dell’autonomia e dell’indipendenza della Giurisdizione.

Non gli orticelli privati.

Non vale mai la pena calpestare e lasciar calpestare la dignità degli esseri umani.

Per quanto mi riguarda, so che saprò adempiere con la stessa forza, onestà e professionalità anche funzioni diverse da quelle che mi sono state ingiustamente strappate, nel rispetto assoluto, come sempre, dei principi costituzionali, primo tra tutti quello per cui la Legge deve essere eguale per deboli e potenti.

So di avere accanto le coscienze forti e pure di chi ancora oggi, nonostante tutto, crede e combatte quotidianamente per l’affermazione della legalità.

Ed è per essa che continuerò sempre ad amare ed onorare profondamente questo lavoro.

Signor Presidente, continui a rappresentare se stesso e questa Associazione.

Io preferisco rappresentarmi da sola.

Dott.ssa Gabriella NUZZI

********************************************

Alla Giunta Sezionale dell’A.N.M.

di Salerno

Al Comitato Direttivo Centrale dell’A.N.M.
Roma


La notizia delle decisioni adottate della Sezione Disciplinare del CSM in data 19 gennaio 2009, nei confronti del Procuratore Della Repubblica di Salerno, Luigi Apicella, e dei Sostituti Procuratore Dionigio Verasani e Gabriella Nuzzi, ha destato sconcerto e preoccupazione nei magistrati in servizio presso la Procura della Repubblica di Salerno.

La gravità e l’urgenza delle sanzioni cautelari adottate nei confronti dei predetti colleghi ha sconvolto non solo l’organizzazione della Procura della Repubblica di Salerno, ma anche le nostre coscienze, considerato che abbiamo potuto apprezzare la indiscutibile professionalità, serietà, onestà e correttezza degli stessi durante i lunghi periodi di lavoro comune.

Contrariamente a quanto affermato dal presidente dell’ANM all’indomani di dette decisioni, non ci sentiamo di sostenere con eguale convinzione che nel caso di specie “il sistema” abbia dimostrato di avere adeguati “anticorpi”, anche perché gli stessi provvedimenti di perquisizione e sequestro valutati negativamente in sede disciplinare hanno ricevuto, invece, un diverso giudizio in sede di impugnazione dal Tribunale competente che ne ha confermato la legittimità.

Ciò premesso ci chiediamo e vi chiediamo, non solo nella qualità di magistrati della Procura della Repubblica di Salerno, ma anche di cittadini italiani, quali siano gli attuali limiti della autonomia ed indipendenza della magistratura, se provvedimenti giudiziari vengono valutati così diversamente nelle deputate sedi processuali e disciplinari al punto da anticipare alla fase cautelare sanzioni tanto gravi, soprattutto la sospensione dalle funzioni di Magistrato del dott. Apicella, che non hanno certo numerosi precedenti simili nella storia della Sezione Disciplinare del CSM.

Non possiamo non esprimere, pertanto la nostra preoccupazione, non solo per il futuro di questa Procura, ma dell’intera magistratura e, quindi, chiediamo che venga al più presto convocata una assemblea urgente e straordinaria per confrontarci e chiarirci tutti insieme sugli attuali e futuri contenuti della autonomia e indipendenza della Magistratura Italiana.

Salerno, 20 gennaio 2009

I magistrati della Procura della Repubblica di Salerno

Enrico D'Auria
Erminio Rinaldi
Umberto Zampoli
Antonio Centore
Luigi D’Alessio
Rosa Volpe
Maurizio Cardea
Vallevardina Cassaniello
Mariella De Masellis
Angelo Frattini
Domenica Gambardella
Patrizia Gambardella
Vincenzo Montemurro
Rocco Alfano
Roberto Penna
Maria Carmela Polito
Vincenzo Senatore
Carmine Oliveri
Maria Chiara Minerva
Cristina Giusti
Ernesto Sassano
Elena Cosentino
Marinella Guglielmotti
Antonio Cantarella
Regina Elefante

martedì 20 gennaio 2009

Catanzaro - Salerno: 3 - 2


Mentre il ministro delle Finanze Giulio Tremonti fa capolino negli studi del mansueto Fabio Fazio per mentire spudoratamente di fronte a milioni di Italiani ("Air France l'anno scorso non aveva mai fatto alcuna offerta e comunque, se l'ha fatta, non è mai cambiata nel tempo") e parla allegramente, tra una battuta e l'altra, della crescita indiscriminata del debito pubblico, quasi da spettatore esterno, come se fosse qualcosa che non lo riguardasse e le colpe fossero da ricercare chissà dove e non in colui che al debito pubblico dovrebbe mettere una pezza.

Mentre Villari resiste eroico sulla sua poltrona (io ormai comincio a fare il tifo per lui), indifferente a qualsiasi richiamo istituzionale, espulso dal suo ex partito e delegittimato persino da coloro che l'avevano votato in massa.

Mentre Berlusconi minaccia che "è ora di riprendersi in mano l'azienda RAI", come se già non la controllasse abbastanza.

Mentre Fini, travalicando senza decenza il proprio ruolo istituzionale, invoca una censura immediata per l'eversivo programma di Michele Santoro.

Mentre, insomma, si consuma il solito teatrino tipicamente italiano, è arrivata ieri sera, e, per altro, già scomparsa oggi da tutti i quotidiani online, la notizia della conclusione della vicenda che vedeva coinvolti i magistrati di Salerno e Catanzaro, i cui comportamenti erano stati accomunati da tutti i giornali e tutte le televisioni di regime sotto il motto di "guerra fra procure".

Il CSM, guidato da Nicola Mancino, ha accolto puntualmente quasi tutte le richieste avanzate dal ministro della Giustizia Angelino Alfano, che la settimana scorsa era entrato a gambe unite nella faccenda, stigmatizzando soprattutto l'operato dei magistrati di Salerno, guidati da quel poco di buono di Apicella, per il quale non si richiedeva solo la sospensione dall'incarico, ma addirittura l'abolizione dello stipendio. In attesa forse della reintroduzione della fucilazione. Ma per quello c'è ancora tempo.

Un'intrusione, quella del ministro, che, come ha puntualmente fatto notare Marco Travaglio, sarebbe stata degna del regime fascista. Anzi, durante il fascismo, il potere politico non si era spinto a tanto. Mai, nella storia dell'Italia repubblicana, un ministro si era permesso di sindacare sul merito di un'indagine, di esprimere pareri personali sulla liceità dell'operato di un magistrato, e, sulla base di questi, chiedere a gran voce la sua censura e rimozione dall'incarico. Un stupro della Costituzione, alla voce: indipendenza della magistratura dal potere politico.

Alfano, il poveretto, che probabilmente nemmeno sa quello che dice e nemmeno è al corrente del fatto che non sta a lui dare giudizi sulla bontà di un'indagine, si è arrogato il diritto di sgretolare, con motivazioni deliranti e giuridicamente risibili, le 1400 pagine dell'atto con cui la procura di Salerno ha sequestrato gli incartamenti di "Why not" alla procura di Catanzaro. Parla di "atto abnorme" (quelle 1400 pagine gli sono sembrate decisamente troppe) e di "difesa acritica di De Magistris da parte dei magistrati di Salerno". Un ministro che lancia accuse gratuite di faziosità a dei giudici sulla base di proprie personali opinioni. Un abominio giuridico da parte di colui che la giustizia dovrebbe farla funzionare.

Nicola Mancino, che in questi giorni è indaffarato a rispondere goffamente alle accuse del figlio di Vito Ciancimino e a cercare di far credere che lui Paolo Borsellino non sapesse nemmeno che faccia avesse, ha preso la palla al balzo e ha guidato il CSM verso una decisione sconcertante. La minaccia mafioseggiante di Alfano è stata messa in pratica alla perfezione: Apicella, il procuratore generale di Salerno, è stato definitivamente sollevato dall'incarico ed è stato pure privato dello stipendio. Un uomo moralmente e professionalmente distrutto. Ammazzato. Umiliato. Nemmeno lo stipendio. Un lebbroso della magistratura. Annientato come nemmeno il tritolo avrebbe saputo fare. E, insieme a lui, sono stati trasferiti pure i due sostituti procuratori. Un'intera procura spazzata via, incenerita con metodologie di stampo fascista.

La notizia ha fatto poco rumore. Nessuno si è scandalizzato. Una morte annunciata, verrebbe da dire. Alcuni, addirittura, hanno plaudito. Alcuni addetti ai lavori, intendo. Quel fenomeno di Luca Palamara, presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati, proprio quell'associazione che dovrebbe tutelare i magistrati, ha esultato ed esaltato la celerità dell'azione del CSM, che ha dimostrato come "la giustizia abbia al suo interno gli anticorpi". Come se i magistrati di Salerno fossero dei pericolosi virus da debellare nel più breve tempo possibile. Luca Palamara è lo stesso che ogni due per tre fa finta di rivendicare l'indipendenza della magistratura nei confronti del potere politico. Poi, quando il potere politico effettivamente mette mani e piedi in territorio che non gli compete, non solo non reagisce, ma addirittura china il capo e si spertica in odiose lodi.

Non solo. Vi ricordate la guerra fra procure? Vi ricordate che il CSM aveva preannunciato il trasferimento dei tre magistrtati di Salerno e dei quattro di Catanzaro? Un pari e patta pilatesco? Bene. Io avevo i miei dubbi che sarebbe andata finire così. Era chiaro che chi doveva essere punito era Salerno, non Catanzaro. Salerno aveva cercato di far luce sulle verità di De Magistris e, siccome De Magistris, per definizione, non può avere ragione, Salerno doveva essere punito in modo esemplare. Il fatto che Catanzaro fosse finito nel calderone era un semplice modo per cercare di nascondere il vero obiettivo: stroncare Apicella e impedire ai suoi sostituti di proseguire le indagini.

E così è stato. A Catanzaro, solo il procuratore generale e un suo sostituto sono stati trasferiti. I due sostituti che lavorano sulla scottante inchiesta "Why not", quella estirpata dalle mani di De Magistris, non sono stati assolutamente toccati. Saranno liberi di proseguire con il lavoro, senza il pericolo che l'Apicella di turno richieda e sequestri loro gli incartamenti. Catanzaro batte Salerno 3 a 2. Altro che pareggio. Cornuti e mazziati.

E pensare che l'unico organo competente in materia, settimana scorsa, ha espresso il suo verdetto sulla vicenda. Non il presidente della repubblica. Non il ministro della giustizia. Non il vicepresidente del CSM. Non il presidente dell'ANM. Ma: il Tribunale del Riesame di Salerno. E cosa ha stabilito il Tribunale del Riesame di Salerno? Ha stabilito che il decreto di perquisizione disposto da Apicella era assolutamente legittimo. Nessun atto abnorme. Nessun gesto inaudito. Apicella ha operato nel rispetto della legge.

Nessun organo di informazione, nessun giornalista, nessuno tranne Marco Travaglio, ha riportato questa notizia. Che era poi la Notizia con la enne maiuscola. Quella che avrebbe ribaltato le carte in tavola. Che avrebbe spiazzato d'un colpo tutti quei piccoli fascistelli che richiedevano a gran voce pene esemplari. Ma niente paura: nessuno lo sa.

Apicella ha perso il suo lavoro e il suo stipendio senza un motivo.
E' stato annientato senza aver commesso alcuna infrazione.

La mafia usava le bombe.
Il fascismo usava il manganello e l'olio di ricino.
Questo regime piduista in cui ormai si è trasformata l'Italia usa semplicemente il potere senza scrupolo. Solo quello: il potere senza scrupolo. Conscio dell'inerzia dell'opinione pubblica.
Ed è molto, molto peggio.