martedì 20 gennaio 2009

Catanzaro - Salerno: 3 - 2


Mentre il ministro delle Finanze Giulio Tremonti fa capolino negli studi del mansueto Fabio Fazio per mentire spudoratamente di fronte a milioni di Italiani ("Air France l'anno scorso non aveva mai fatto alcuna offerta e comunque, se l'ha fatta, non è mai cambiata nel tempo") e parla allegramente, tra una battuta e l'altra, della crescita indiscriminata del debito pubblico, quasi da spettatore esterno, come se fosse qualcosa che non lo riguardasse e le colpe fossero da ricercare chissà dove e non in colui che al debito pubblico dovrebbe mettere una pezza.

Mentre Villari resiste eroico sulla sua poltrona (io ormai comincio a fare il tifo per lui), indifferente a qualsiasi richiamo istituzionale, espulso dal suo ex partito e delegittimato persino da coloro che l'avevano votato in massa.

Mentre Berlusconi minaccia che "è ora di riprendersi in mano l'azienda RAI", come se già non la controllasse abbastanza.

Mentre Fini, travalicando senza decenza il proprio ruolo istituzionale, invoca una censura immediata per l'eversivo programma di Michele Santoro.

Mentre, insomma, si consuma il solito teatrino tipicamente italiano, è arrivata ieri sera, e, per altro, già scomparsa oggi da tutti i quotidiani online, la notizia della conclusione della vicenda che vedeva coinvolti i magistrati di Salerno e Catanzaro, i cui comportamenti erano stati accomunati da tutti i giornali e tutte le televisioni di regime sotto il motto di "guerra fra procure".

Il CSM, guidato da Nicola Mancino, ha accolto puntualmente quasi tutte le richieste avanzate dal ministro della Giustizia Angelino Alfano, che la settimana scorsa era entrato a gambe unite nella faccenda, stigmatizzando soprattutto l'operato dei magistrati di Salerno, guidati da quel poco di buono di Apicella, per il quale non si richiedeva solo la sospensione dall'incarico, ma addirittura l'abolizione dello stipendio. In attesa forse della reintroduzione della fucilazione. Ma per quello c'è ancora tempo.

Un'intrusione, quella del ministro, che, come ha puntualmente fatto notare Marco Travaglio, sarebbe stata degna del regime fascista. Anzi, durante il fascismo, il potere politico non si era spinto a tanto. Mai, nella storia dell'Italia repubblicana, un ministro si era permesso di sindacare sul merito di un'indagine, di esprimere pareri personali sulla liceità dell'operato di un magistrato, e, sulla base di questi, chiedere a gran voce la sua censura e rimozione dall'incarico. Un stupro della Costituzione, alla voce: indipendenza della magistratura dal potere politico.

Alfano, il poveretto, che probabilmente nemmeno sa quello che dice e nemmeno è al corrente del fatto che non sta a lui dare giudizi sulla bontà di un'indagine, si è arrogato il diritto di sgretolare, con motivazioni deliranti e giuridicamente risibili, le 1400 pagine dell'atto con cui la procura di Salerno ha sequestrato gli incartamenti di "Why not" alla procura di Catanzaro. Parla di "atto abnorme" (quelle 1400 pagine gli sono sembrate decisamente troppe) e di "difesa acritica di De Magistris da parte dei magistrati di Salerno". Un ministro che lancia accuse gratuite di faziosità a dei giudici sulla base di proprie personali opinioni. Un abominio giuridico da parte di colui che la giustizia dovrebbe farla funzionare.

Nicola Mancino, che in questi giorni è indaffarato a rispondere goffamente alle accuse del figlio di Vito Ciancimino e a cercare di far credere che lui Paolo Borsellino non sapesse nemmeno che faccia avesse, ha preso la palla al balzo e ha guidato il CSM verso una decisione sconcertante. La minaccia mafioseggiante di Alfano è stata messa in pratica alla perfezione: Apicella, il procuratore generale di Salerno, è stato definitivamente sollevato dall'incarico ed è stato pure privato dello stipendio. Un uomo moralmente e professionalmente distrutto. Ammazzato. Umiliato. Nemmeno lo stipendio. Un lebbroso della magistratura. Annientato come nemmeno il tritolo avrebbe saputo fare. E, insieme a lui, sono stati trasferiti pure i due sostituti procuratori. Un'intera procura spazzata via, incenerita con metodologie di stampo fascista.

La notizia ha fatto poco rumore. Nessuno si è scandalizzato. Una morte annunciata, verrebbe da dire. Alcuni, addirittura, hanno plaudito. Alcuni addetti ai lavori, intendo. Quel fenomeno di Luca Palamara, presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati, proprio quell'associazione che dovrebbe tutelare i magistrati, ha esultato ed esaltato la celerità dell'azione del CSM, che ha dimostrato come "la giustizia abbia al suo interno gli anticorpi". Come se i magistrati di Salerno fossero dei pericolosi virus da debellare nel più breve tempo possibile. Luca Palamara è lo stesso che ogni due per tre fa finta di rivendicare l'indipendenza della magistratura nei confronti del potere politico. Poi, quando il potere politico effettivamente mette mani e piedi in territorio che non gli compete, non solo non reagisce, ma addirittura china il capo e si spertica in odiose lodi.

Non solo. Vi ricordate la guerra fra procure? Vi ricordate che il CSM aveva preannunciato il trasferimento dei tre magistrtati di Salerno e dei quattro di Catanzaro? Un pari e patta pilatesco? Bene. Io avevo i miei dubbi che sarebbe andata finire così. Era chiaro che chi doveva essere punito era Salerno, non Catanzaro. Salerno aveva cercato di far luce sulle verità di De Magistris e, siccome De Magistris, per definizione, non può avere ragione, Salerno doveva essere punito in modo esemplare. Il fatto che Catanzaro fosse finito nel calderone era un semplice modo per cercare di nascondere il vero obiettivo: stroncare Apicella e impedire ai suoi sostituti di proseguire le indagini.

E così è stato. A Catanzaro, solo il procuratore generale e un suo sostituto sono stati trasferiti. I due sostituti che lavorano sulla scottante inchiesta "Why not", quella estirpata dalle mani di De Magistris, non sono stati assolutamente toccati. Saranno liberi di proseguire con il lavoro, senza il pericolo che l'Apicella di turno richieda e sequestri loro gli incartamenti. Catanzaro batte Salerno 3 a 2. Altro che pareggio. Cornuti e mazziati.

E pensare che l'unico organo competente in materia, settimana scorsa, ha espresso il suo verdetto sulla vicenda. Non il presidente della repubblica. Non il ministro della giustizia. Non il vicepresidente del CSM. Non il presidente dell'ANM. Ma: il Tribunale del Riesame di Salerno. E cosa ha stabilito il Tribunale del Riesame di Salerno? Ha stabilito che il decreto di perquisizione disposto da Apicella era assolutamente legittimo. Nessun atto abnorme. Nessun gesto inaudito. Apicella ha operato nel rispetto della legge.

Nessun organo di informazione, nessun giornalista, nessuno tranne Marco Travaglio, ha riportato questa notizia. Che era poi la Notizia con la enne maiuscola. Quella che avrebbe ribaltato le carte in tavola. Che avrebbe spiazzato d'un colpo tutti quei piccoli fascistelli che richiedevano a gran voce pene esemplari. Ma niente paura: nessuno lo sa.

Apicella ha perso il suo lavoro e il suo stipendio senza un motivo.
E' stato annientato senza aver commesso alcuna infrazione.

La mafia usava le bombe.
Il fascismo usava il manganello e l'olio di ricino.
Questo regime piduista in cui ormai si è trasformata l'Italia usa semplicemente il potere senza scrupolo. Solo quello: il potere senza scrupolo. Conscio dell'inerzia dell'opinione pubblica.
Ed è molto, molto peggio.

giovedì 15 gennaio 2009

I pataccari


Offerta Airfrance (gennaio 2008): 1,2 miliardi di euro per comprarsi Alitalia accollandosi tutti i debiti

Offerta Airfrance (gennaio 2009): 300 milioni di euro per diventare azionista di maggioranza di Alitalia senza accollarsi alcun debito

Debiti Alitalia scaricati sui cittadini: 3,2 miliardi di euro

Prestito-ponte scaricato sui cittadini: 300 milioni di euro

Bilancio: 4,4 miliardi di euro di danni allo Stato Italiano provocati dalla delirante gestione dell'affare Alitalia da parte di Silvio Berlusconi.

Roba da far rivoltare un popolo intero. Gli Italiani non hanno battuto un colpo. La destra ha esultato per la brillantezza di un'operazione che salva l'italianità della compagnia di bandiera. La sinistra ha detto che è stata un truffa, senza spiegare il perchè. La destra ha risposto che non è vero. I giornalisti hanno passato il microfono da un portavoce all'altro senza dare un briciolo di informazione. La gente non ci ha capito niente, ha fatto finta che quei soldi non fossero suoi e ha preferito virare sul Grande Fratello, molto più tranquillizzante e "magnetico", come l'ha definito il nostro premier.

La Lega, settimana scorsa, ha proposto un emendamento che introduceva una imposta sulla cittadinanza. La proposta era che chiunque avesse voluto richiedere la cittadinanza italiana avrebbe dovuto pagare una sovrattassa di 80 euro. Mica che questi immigrati qui vengono qui a rubarci il lavoro e poi pretendono anche di non pagare le tasse e pretendono di diventare cittadini italiani gratis et amore dei, con la crisi che c'è adesso, poi.

Si è sollevato il putiferio. La sinistra l'ha definita una tassa discriminatoria. Il Vaticano addirittura ha tuonato contro una norma che va contro una categoria, quella degli immigrati, già poco tutelata. Una ventata di indignazione è circolata tra i banchi del Parlamento, da destra a sinistra. Perfino alcuni esponenti del governo si sono detti assolutamente contrari. A quel punto, Silvio Berlusconi è sceso in campo e, facendo valere tutto il peso della propria autorità, ha sentenziato: "Quella norma non passa! E' contro gli intendimenti del governo!". Punto. Grande presa di posizione del nostro statista. E infatti l'emendamento proposto da una parte del governo viene bocciato dal governo stesso.

Maroni si dice stupito. Dice che, se non ricorda male, quella norma era già stata approvata dal governo ed era infatti già stata inserita nel ddl sulla crisi. Quindi l'emendamento della Lega era solo un modo per velocizzarne l'entrata in vigore. Berlusconi ha tuonato di smetterla con queste manfrine: il capo è lui e decide lui.

Ieri, puntualmente, il ddl sulla crisi viene votato e passa senza che nessuno batta ciglio (a colpi di fiducia). E ovviamente quella famosa tassa sulla cittadinanza salta fuori di nuovo. Come aveva fatto notare Maroni. Anzi. Il costo è stato addirittura fatto lievitare: 200 euro per ogni richiesta. E, come se non bastasse, 200 euro sarà il costo anche di un semplice rilascio o rinnovo del permesso di soggiorno. Così, una famiglia di immigrati (regolari) di quattro persone dovrà sborsare ogni anno circa 800 euro per il rinnovo del permesso di soggiorno, che di solito impiega mesi e mesi prima di arrivare. 800 euro per avere in mano dei certificati praticamente già scaduti.

L'intento della Lega, e del governo al seguito, è chiaro: far pagare la crisi ai poveri cristi. Una norma di un'ipocrisia gigantesca, che serve semplicemente a soddisfare il becero risentimento dell'elettorato leghista nei confronti degli immigrati, tutti, senza distinzione, regolari e irregolari, e a distogliere l'attenzione dalla figuraccia Alitalia, in cui il senatùr ha calato di nuovo le braghe di fronte agli interessi personali di Berlusconi, accettando una soluzione che ridurrà Malpensa, l'areoporto della Padania, ad uno scalo dimenticato da Dio, perso nella nebbia del Varesotto.

In questi giorni si è pure mostrata per quello che è la grande truffa Tremonti, la patacca del secolo, la social card dei poveri. Delle 500 mila carte messe in circolazione, il nostro ministro delle Finanze si è dimenticato di caricarne circa un terzo. In tutta Italia si contano scene di vergogna pubblica, in cui coppie di anziani scoppiano in lacrime davanti alla cassa del supermercato dopo che il cassiere ha comunicato loro che la loro social card è desolatamente a secco. Dopo aver fatto ore di coda davanti agli sportelli degli uffici pubblici per aver riconosciuto lo status di "povertà", l'umiliazione pubblica di non poterne nemmeno usufruire.

Per inciso, il costo per la fabbricazione e la distribuzione di quelle carte di credito per i poveri si aggira attorno ai 9 milioni di euro. Tremonti doveva fare qualche favore a qualche suo amico? Perchè quei famosi 40 euro mensili non sono stati semplicemente accreditati sulle pensioni degli anziani? Chi ci ha guadagnato da questo turbinio folle di patacche inutilizzabili?

Senza contare che una gran quantità di queste social card è finita nelle mani di chi, in realtà, non ne avrebbe bisogno. Dai più grandi evasori fiscali fino ad arrivare a tutti quei frati e quelle suore dei vari istituti religiosi d'Italia, che risultano essere nullatenenti e che sono passati, doverosamente, all'incasso. Amen.

mercoledì 14 gennaio 2009

Auguri Presidente!


Oggi, 14 gennaio 2009, è il 90° compleanno del senatore a vita Giulio Andreotti.

Il 15 ottobre 2004, a reti unificate l'avvocato Giulia Buongiorno urlava: "Assolto! Assolto!" in seguito alla sentenza della Cassazione che confermava quella d'Appello del 2 maggio 2003. L'accusa era infamante: associazione a delinquere di stampo mafioso. Da quel giorno in poi l'eco dei telegiornali di regime fece propagare quell' "Assolto! Assolto!" tra le case di tutti gli Italiani, i quali tirarono un bel sospiro di sollievo alla notizia: finalmente avevano la conferma di non essere stati governati per cinquant'anni da un mafioso.

Nessuno ha fatto notare che, in realtà, la sentenza diceva tutto il contrario. E che l'assoluzione in realtà non era nient'altro che una prescrizione (cioè una condanna non più punibile) per i fatti commessi fino al 1980 e una insufficienza di prove per i fatti successivi al 1980. Chi l'ha fatto notare è stato fatto passare per un pazzo eversivo. Da quel giorno del 2004, Giulio Andreotti si è rifatto una reputazione, e con lui tutta la DC, e siede giulivo sugli scranni del Parlamento, puntualmente lodato e riverito.

Cosa dice la sentenza d'Appello, confermata dalla Cassazione? Dice che Andreotti è colpevole di associazione a delinquere di stampo mafioso, reato commesso sicuramente fino al 1980, ma ormai coperto da prescrizione. Cioè: è stato dimostrato che Andreotti era parte integrante del sistema Cosa Nostra fino al 1980. Per il periodo successivo non ci sono prove sufficienti per decidere.

Sentiamo.

"Andreotti, con la sua condotta non meramente fittizia, ha, non senza personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione con il sodalizio criminale di Cosa Nostra e arrecato, comunque, allo stesso un contributo rafforzativo manifestando la sua disponibilità a favorire i mafiosi".

"Andreotti, nell'arco di un congruo arco di tempo ha:

1) chiesto e ottenuto, per conto dei suoi sodali, ad esponenti di spicco della associazione mafiosa interventi para-legali , ancorchè per finalità non riprovevoli.
2) ha incontrato ripetutamente esponenti di vertice di Cosa Nostra.
3) ha intrattenuto con gli stessi relazioni amichevoli, rafforzandone l'influenza.
4) ha dimostrato autentico interessamento in relazione a vicende particolarmente delicate per la vita del sodalizio mafioso.
5) ha indicato ai mafiosi, in relazione a tali vicende, le strade da seguire e ha discusso con i medesimi anche di fatti criminali gravissimi da loro perpetrati senza destare in essi la preoccupazione di venire denunciati.
6) ha omesso di denunciare elementi utili a far luce su fatti di particolarissima gravità, di cui sia venuto a conoscenza in dipendenza di diretti contatti con i mafiosi.
7) ha dato a detti esponenti mafiosi segni autentici di amichevole disponibilità, idonei a contribuire al rafforzamento dell'organizzazione criminale, inducendo negli affiliati il sentimento di essere protetti al più alto livello del potere legale".


"Il senatore Andreotti ha avuto piena consapevolezza che i suoi referenti siciliani, Lima, i cugini Salvo e Ciancimino, intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi. Egli, a sua volta, ha coltivato relazioni con gli stessi boss; ha mostrato ai medesimi una disponibilità non necessariamente seguita da concreti interventi agevolativi; ha chiesto loro favori; ha interagito con essi e ha omesso di denunciare le loro responsabilità".

"L'asserzione del senatore Andreotti di non avere intrattenuto alcun rapporto con i cugini Salvo, Nino e Ignazio, esattori di Cosa Nostra, è risultata inequivocabilmente contraddetta dalle risultanze probatorie". Cioè Andreotti ha testimoniato il falso.

"Il 19 agosto 1985, all'Hotel Hopps di Mazzara del Vallo, Andreotti allora Ministro degli Esteri, incontra il boss Andrea Manciarana, all'epoca sorvegliato speciale e uomo di fiducia di Totò Riina. Andreotti ha confermato l'incontro precisando però che il colloquio ebbe a che fare con i problemi della pesca".

"Andreotti ha intrattenuto intensi e significativi rapporti con il bancarottiere Michele Sindona, legato alla mafia siciliana, condannato come mandante dell'omicidio di Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore delle banche di Sindona. Il senatore Andreotti ha adottato reiteratamente iniziative idonee ad agevolare la realizzazione degli interessi del Sindona nel periodo successivo al 1973 così come fecero taluni altri esponenti politici, ambienti mafiosi e rappresentanti della loggia massonica P2. Andreotti si impegnò attivamente per agevolare la soluzione dei problemi di ordine economico-finanziario e di ordine giudiziario di Sindona e per avvantaggiarlo nel disegno di sottrarsi alle conseguenze delle proprie condotte".

"Andreotti ha incontrato in Sicilia l'allora capo di Cosa Nostra, Stefano Bontate, per trattare con lui e discutere dei "problemi" che il presidente della Regione Mattarella poneva. Andreotti nell'occasione non si è mosso secondo logiche istituzionali, che potevano suggerirgli di respingere la minaccia alla incolumità del presidente della Regione facendo in modo che intervenissero per tutelarlo gli organi a ciò preposti e, per altro verso, allontanandosi definitivamente dai mafiosi, anche denunciando a chi di dovere le loro identità e i loro disegni. Invece ha agito per assumere il controllo della situazione critica e preservare sì l'incolumità dell'On. Mattarella, ma lo ha fatto dialogando con i mafiosi e palesando, pertanto, la volontà di conservare le amichevoli, pregresse e fruttuose relazioni con costoro. Una volta che Mattarella fu ucciso dai mafiosi, Andreotti non si è limitato a prendere atto, sgomento, che le sue autorevoli indicazioni erano state disattese inaspettatamente dai mafiosi ed a allontanarsi dagli stessi, ma è sceso di nuovo in Sicilia per chiedere conto al Bontate della scelta di sopprimere il presidente della Regione."

Oggi, 14 gennaio 2009, è il 90° compleanno del senatore a vita Giulio Andreotti. Per lui è prevista una celebrazione particolare a Palazzo Madama: l'aula gli dedicherà l'apertura della seduta pomeridiana. Inoltre, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha voluto inviare un personale messaggio di auguri ad Andreotti ricordando "il filo comune che ha legato esperienze anche tra loro distinte e diverse, incontratesi nella partecipazione pluridecennale alla vita della Camera dei deputati e in periodi di ampia collaborazione democratica, nonchè i molteplici momenti di dialogo sui temi della politica internazionale e della costituzione europea".

Andreotti dal canto suo ha replicato: "Alla mia età veneranda i compleanni si festeggiano meditando in silenzio".

Ecco, appunto. Se Napolitano, quando si desta del suo torpore permanente, lo fa per dire certe cose, che indignano la coscienza delle persone informate, potrebbe anche rimanere nel suo silenzio comatoso.

E comunque, auguri Presidente!

lunedì 12 gennaio 2009

Aiutiamo l'On. Mancino a recuperare la memoria


L'On. Nicola Mancino, attuale vicepresidente del CSM (Consiglio Superiore della Magistratura), ex ministro dell'interno ed ex presidente del Senato, custodisce gelosamente e cela dentro di sè uno dei più grandi misteri di Stato, su cui si regge l'intera Seconda Repubblica: l'incontro avuto con il giudice Paolo Borsellino il 1 luglio 1992. Diciotto giorni prima che il giudice saltasse in aria in via D'Amelio con tutti i ragazzi della scorta, quarantanove giorni dopo che il giudice Giovanni Falcone con la moglie e la scorta era saltato in aria sull'autostrada presso Capaci.

Paolo Borsellino è in quel momento il magistrato più famoso d'Italia. Rappresenta l'unico baluardo rimasto contro lo strapotere di Cosa Nostra. Morto il suo amico e collega Falcone, su di lui ricadono le speranze di tutta la società civile onesta, che crede in un possibile cambiamento della drammatica situazione siciliana. La gente fa il tifo per lui.

Alcuni esponenti del MSI hanno appena votato per lui durante l'elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Il ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli, che, dopo aver intrattenuto rapporti pericolosi con la mafia siciliana, si era ricreduto e aveva portato a Roma Falcone mettendolo a capo della Superprocura Antimafia, ha appena candidato pubblicamente Borsellino come successore di Falcone alla Superprocura. Imprudenze che suscitano l'ira immediata del giudice.

La sovraesposizione a cui, suo malgrado, è sottoposto, lo rendono un uomo con i giorni contati. Ne è perfettamente cosciente e, per questo, lavora febbrilmente, senza sosta: “Devo fare in fretta, perchè tra poco tocca a me”.

Il 1 luglio 1992, Paolo Borsellino si reca a Roma. Ha ricevuto notizia che il pentito Gaspare Mutolo ha delle rivelazioni importanti da fare. Vuole parlare direttamente con Borsellino, l'unico giudice di cui si fida e che considera di integrità morale assoluta. L'interrogatorio inizia alle ore 15:00 negli uffici della DIA (Direzione Investigativa Antimafia). Mutolo parla a ruota libera delle commistioni tra mafia e istituzioni. In particolare, fa i nomi del giudice Signorino e del numero tre del SISDe Bruno Contrada. Li definisce “avvicinabili”, ovvero pronti ad obbedire docilmente alle richieste di Cosa Nostra.

L'interrogatorio prosegue per circa tre ore fino alle 18:00, quando Paolo Borsellino riceve una chiamata dal Ministero. Gli viene fatto sapere che deve recarsi urgentemente negli uffici del neoministro dell'interno Nicola Mancino. L'interrogatorio viene interrotto. L'avvocato generale di Palermo Vittorio Aliquò accompagna Borsellino “fin sulla porta del ministro”. Alle 18:30 il giudice è negli uffici del Ministero. A sorpresa, però, non ci trova Mancino, ma il capo della Polizia Vincenzo Parisi e probabilmente anche quel Bruno Contrada che qualche minuto prima Mutolo gli aveva rivelato essere un burattino nelle mani di Cosa Nostra. Il dialogo dura circa un'ora. Alla fine, verso le 19:30, finalmente, compare anche Mancino. La conversazione col ministro dura una mezz'ora. Verso le 20:00 Borsellino torna alla DIA per riprendere l'interrogatorio.

Mutolo vede il giudice sconvolto, talmente agitato da accendersi due sigarette alla volta. Gli chiede scherzosamente se non è contento di aver visto il ministro. Borsellino risponde adirato: “Ma quale ministro e ministro! Sono andato dal dottor Parisi e dal dottor Contrada!”.

Tornato a casa la sera, la moglie ricorderà di averlo visto vomitare: “Sto vedendo la mafia in diretta”.

Cosa si sono detti Borsellino, Parisi, Contrada e Mancino in quell'incontro? La tesi, al vaglio dei magistrati, e in queste ultime settimane supportata dalle scottanti rivelazioni del figlio di Ciancimino, è che al giudice fosse stato proposto di scendere a patti con Cosa Nostra ed accettare la sciagurata trattativa tra mafia e Stato, fortemente voluta da Totò Riina. Un papello di dodici richieste indecenti con cui Cosa Nostra chiedeva, tra l'altro, la revisione dei processi di mafia e la cancellazione del regime carcerario previsto dal 41bis.

Con il suo netto rifiuto di fronte a tale proposta, Paolo Borsellino avrebbe firmato inevitabilmente la sua condanna a morte.

Cosa dice Mancino riguardo a tale incontro? Mancino non conferma, ma nemmeno smentisce.

Mancino non ricorda.

Non ho precisa memoria di tale circostanza, anche se non posso escluderla. Era il giorno del mio insediamento, mi vennero presentati numerosi funzionari e direttori generali. Non escludo che tra le persone che possono essermi state presentate ci fosse anche il dottor Borsellino. Con lui però non ho avuto alcuno specifico colloquio e perciò non posso ricordare in modo sicuro la circostanza".

Un fatto è certo e inconfutabile. Quell'incontro è avvenuto.

Lo testimonia l'agenda grigia di Paolo Borsellino, quella rimasta nelle mani dei suoi famigliari e su cui i servizi segreti non hanno potuto mettere le mani, in cui il giudice annotava con minuziosa precisione tutti gli eventi principali delle sue ultime giornate di vita.

Si legge: Ore 15:00 D.I.A.
Ore 18:30 Parisi
Ora 19:30 Mancino
Ora 20:00 D.I.A.

Dunque, come è possibile che Nicola Mancino non ricordi? Un uomo della sua esperienza e della sua caratura istituzionale non può permettersi di nascondersi dietro un “non ricordo”. Noi chiediamo all'On. Nicola Mancino di dire tutto quello che sa di quella vicenda. E' un dovere morale che ha nei confronti della società civile, che chiede verità e giustizia.

Mancino parli.
Parli, se ha un briciolo di dignità.
Parli, prima che siano i magistrati di Caltanissetta a farlo parlare.

E magari, già che c'è, rassegni pure le dimissioni dal CSM.


P.S. Aderisci al gruppo "Aiutiamo l'On. Nicola Mancino a ritrovare la memoria"

venerdì 9 gennaio 2009

Facepoop


Terminati i gozzovigli natalizi, gli Italiani sono tornati a passare le loro giornate lavorative giocherellando su Facebook. Con una sorpresina però, che non è certo passata inosservata ai fruitori più assidui del social network. Dall'oggi al domani sono spuntati e proliferati, come i funghi a mezzanotte, decine e decine di fans club inneggianti ai due più famosi capi mafia della storia, Totò Riina e Bernardo Provenzano. In poco tempo il numero di persone iscritte a questi gruppi si è moltiplicato fino a raggiungere quote esorbitanti, vicino alle quattro cifre.

La maggior parte di costoro sono giovani, giovanissimi, che gridano il loro amore, la loro eterna fedeltà e il loro massimo rispetto ai due boss di Cosa Nostra. La notizia non è passata inosservata ed è stata portata a conoscenza dell'opinione pubblica dai maggiori giornali nazionali. In un attimo, all'interno di Facebook, si sono moltiplicati gruppi antagonisti di gente sdegnata che chiedeva l'immediata rimozione dalla rete di messaggi tanto deliranti.

Abbastanza curiosamente, i gestori di Facebook, pochi giorni fa, si erano premurati di censurare e cancellare dal proprio sito tutte quelle immagini di madri intente ad allattare i propri figli a seno scoperto. A fronte di una tanto rigida morale, in tanti si sarebbero aspettati una reazione per lo meno proporzionata anche nei confronti dei fans club di Riina e Provenzano. Invece no. Nulla. Sono ancora tutti lì. E hanno nomi inquietanti come "Fans di Totò Riina...un uomo incompreso!", "Gruppo creato per la santificazione di Bernardo Provenzano", "Tutti quelli che rispettano Totò Riina!", "Liberiamo Provenzano!!!!!!", "Totò Riina regna", "Provenzano alla conquista di Facebook", "Estimatori di Totò u' coirto Riina", "Provenzano e Riina fans club", "Liberate Totò Riina", "Riina e Provenzano forever", "Totò Riina libero!", "Totò Riina, il grande e unico supremo del mondo", "Sosteniamo Totò Riina", "Per chi ama Totò Riina" e via di seguito.

I gestori di Facebook hanno fatto sapere che non sarebbe segno di democrazia, ma una violazione alla libertà di espressione e di parola oscurare e censurare questi gruppi. Io sono d'accordo. Questi gruppi devono rimanere. A testimonianza e futura memoria. Testimonianza e memoria dell'ignoranza e del menefreghismo che dilaga in materia di mafia soprattutto tra i più giovani, le cui menti sono più facilmente suscettibili e malleabili. Ignoranza e menefreghismo alimentati molto spesso da devianti fiction televisive che ritraggono e mitizzano i Capi dei Capi come solitari eroi del male.

Del male. Ma pur sempre eroi. Gli eroi Riina e Provenzano, che nelle menti dei più deboli e ignoranti si mischiano con le figure di Falcone e Borsellino, in un gioco perverso dove non si capisce più chi siano i ladri e chi siano le guardie. Riina e Provenzano come Falcone e Borsellino, "due facce della stessa medaglia", come scrive uno dei tanti giovani iscritti a questi fans club. Tutti martiri dell'eterna lotta tra Stato e Antistato. Tutti, a loro modo, eroi.

Ma non c'è nulla di cui sorprendersi se le più alte personalità del nostro paese fanno a gara a sdoganare la mafia. L'attuale presidente del consiglio Silvio Berlusconi ha vinto le elezioni inneggiando ad un mafioso ergastolano pluriomicida come Vittorio Mangano, figlioccio di quel Salvatore Cancemi che prese parte materialmente all'eliminazione del guidice Paolo Borsellino. L'ha chiamato eroe, facendo eco al suo alter ego Marcello Dell'Utri, che va santificando Mangano in ogni intervista che gli capita di fare, dall'alto dei suoi nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.

Ma c'è dell'altro. Sarebbe infantile pensare che una proliferazione su Facebook di questi gruppi deliranti sia semplicemente frutto del caso. E' chiaro che esistono delle fini menti diaboliche che vi stanno dietro e che tirano i fili. Che poi una serie di giovanissimi ignoranti caschi nella rete è solo una conseguenza, ma non la causa. L'operazione appare sapientemente pianificata, probabilmente da persone a libro paga di qualche organismo deviato. Non è un'ipotesi ardita. Se ci si pensa, è quella più plausibile.

Cosa Nostra è sempre stata un passo avanti rispetto allo Stato. Ha sempre visto un po' più in là. Sempre. Tranne per quello sprazzo di luce agli inizi del '92. Hanno dovuto usare le bombe per uscirne indenni. Cosa Nostra è sopravvissuta e ha proliferato perchè ha saputo non essere miope.

Ora ha capito che per continuare ad esistere, per continuare i propri loschi affari, deve ottenere la fiducia della base, il consenso popolare, del popolo più ignorante e disinformato, deve rifarsi una faccia, in vista dell'indicibile obiettivo, quello di una definitiva revisione dei processi di mafia che mandi liberi e assolti tutti i capi della cupola. Ha capito, prima di molti politici (Berlusconi ha dichiarato di "non avere molta dimestichezza con la rete"), che internet offre delle potenzialità incredibili per raggiungere milioni di persone. A costo zero. Facebook, il social network più famoso nel mondo, era un piatto troppo ghiotto.

Ma c'è dell'altro. Molto curiosamente, in seguito alla comparsa di questi gruppi pro-mafia, nei giorni scorsi ne è nato un altro, leggermente diverso, ma, a ben vedere, sempre dello stesso tono. Una vergogna in pieno stile italiano. Si chiama "Bruno Contrada libero". E' stato creato da un certo Roberto Fabbrucci. In poco tempo vi hanno aderito centinaia di persone. Ad oggi vanta 892 iscritti. Tutti a chiedere la libertà per un uomo che è stato condannato definitivamente a 10 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Ancora più grave se si pensa che Bruno Contrada rappresentava il SISDe, cioè quell'apparato segreto dello Stato che la mafia avrebbe dovuto combatterla e non favorirla.

La cosa più scandalosa però è che il gruppo ha trovato la immediata simpatia di numerosi personalità della politica e delle istituzioni, da destra a sinistra, che hanno fatto a gara ad aderirvi. Addirittura, due esponenti di spicco della politica italiana ne sono diventati ufficiali amministratori: Daniele Capezzone, portavoce di Forza Italia, e Marco Taradash, altro radicale venduto al partito di Berlusconi. L'intento è chiaro: liberare Bruno Contrada dagli arresti domiciliari con un colpo di mouse. Ma soprattutto: creare quella disinformazione di massa che da anni tenta di dipingere Contrada come un perseguitato, un martire dell'antimafia calunniato dai pentiti. Cinquantasette, per la precisione. Cinquantasette pentiti più vari testimoni di giustiza che hanno incastrato l'ex numero tre dei servizi segreti.

In quel gruppo, come su altri numerosi siti che proliferano su internet, vengono sparse notizie false e manipolate e vengono soprattutto additati e insultati tutti coloro che reagiscono e non stanno in silenzio di fronte a tanta oscenità. Primo fra tutti Salvatore Borsellino, che grida ormai nel silenzio generale, il proprio disgusto per un tentativo vergognoso di revisionismo storico e di ribaltamento di una sentenza già passata in giudicato dopo un processo di primo grado, due appelli e due cassazioni.

Vedere personaggi politici che aizzano e alimentano certa disinformazione è di una gravità assoluta. Viene addirittura fatto passare il messaggio che il reato di "concorso esterno in associazione mafiosa" non esista e sia stato inventato apposta per incastrare Contrada. Una menzogna tanto palese quanto insensata. Ma perchè accanirsi tanto contro questo tipo di reato?

Il collegamento è subito fatto.
Capezzone -> portavoce di Forza Italia -> Berlusconi -> Dell'Utri -> condannato a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

Capito?