domenica 5 ottobre 2008

Marcello, Silvio e la mafia (parte 19)

Tutti i fatti e le testimonianze riportati di seguito sono tratti dalla sentenza di primo grado dell'11 dicembre del 2004 da parte della II sezione penale del Tribunale di Palermo, che ha condannato l'imputato Marcello Dell'Utri a nove anni di reclusione.

CAPITOLO 19
L'ipermercato della mafia

In Corso dei Mille a Palermo, civici 181-187, agli inizi degli anni novanta, si stanno effettuando ingenti lavori di ristrutturazione a un vecchio stabile dell'ormai fallita società Molini Virga o Molini Pecoraro. Il costruttore Vincenzo Piazza si è aggiudicato i lavori. Benchè non vi sia alcuna connessione apparente tra i soggetti interessati, tra gli affiliati di Cosa Nostra inizia a girare voce che Berlusconi abbia intenzione di costruirci un grande esercizio commerciale, un ipermercato facente capo alla catena Standa. In realtà non c'è ancora nulla di ufficiale, ma è un po' il segreto di Pulcinella. Tutti sanno che di lì a poco, quando il centro commerciale sarà ufficialmente operativo, ci sarà da "mangiare" per bene. Si parla di qualcosa come 1000 nuovi posti di lavoro, un bel bottino tutto da spartire.

Il collaborante Filippo De Pasquale dichiara: "Buona parte delle persone che dovevano lavorare là, diciamo che dovevano essere persone che doveva dire Cosa Nostra". E chi aveva competenza su quel territorio? Allora comandavano i Graviano: "Non si muoveva una foglia dal territorio se non lo dicevano i Graviano". Dunque sarebbero stati loro a decidere chi sarebbe stato assunto o meno. Altri quattro collaboratori, Emanuele Di Filippo, Pietro Carra, Pietro Romeo e Salvatore Spataro, confermano il fatto che tutte le famiglie mafiose della zona erano a conoscenza del fatto che di lì a poco sarebbe sorto un grosso centro commerciale di proprietà di Berlusconi che avrebbe procurato molto lavoro per "i loro ragazzi". Un ultimo collaboratore, Giovanbattista Ferrante, addirittura assiste alla scena. Mentre è in compagnia di Salvatore Biondino, autista personale di Totò Riina, si presenta Giuseppe Graviano in persona: vuole mettere a conoscenza Riina dell'operazione Standa.

Quando, dunque, i lavori di ristrutturazione sono ancora in corso, davanti ai magazzini è tutto un brulicare di persone che chiedono di essere assunti alla Standa, o meglio, in Fininvest. Ma non solo i pentiti confermano le voci di corridoio. Anche il curatore fallimentare della società Mulini Virga, Pietro Di Miceli, riferisce di aver sentito "voci molto attendibili" secondo le quali il costruttore Piazza avrebbe concesso lo stabile in locazione alla Standa del gruppo Berlusconi.

In realtà, la storia è più complicata. Un altro costruttore edile, Salvatore Ienna, si era da subito interessato all'acquisto dei Molini Virga già alla fine degli anni ottanta, molto prima di Vincenzo Piazza. Seguendo tutte le procedure del caso, aveva prima chiesto l'autorizzazione "ai signori mafiosi" e poi anche all'assessore alla Provincia. Entrambe le risposte erano state positive: non ci sarebbero state difficoltà di sorta. Il lasciapassare da parte delle famiglie mafiose della zona gli viene dato direttamente da Ciccio Tagliavia e Giuseppe Graviano.

Poi però qualcosa cambia: "Mi ha chiamato il signor Piazza e ricordo che mi disse che quell'affare lo dovevo lasciare, non mi dovevo interessare, perche' era una cosa che apparteneva a lui. Io mi diedi due o tre giorni di tempo per dare una risposta". Ienna ne parla di nuovo con i padrini: "Signor Ienna, lasci stare, non si interessi più della cosa". A quel punto, Ienna non chiede altro e si ritira dalla trattativa.

Osserva il tribunale: "E' chiaro che l’immobile non doveva essere acquistato da Ienna Giovanni ma bensì da un soggetto già in collaudati rapporti di affari con la Standa (del cui consiglio di amministrazione faceva parte Marcello Dell’Utri), per l’appunto Piazza Vincenzo, il quale non avrebbe avuto alcuna difficoltà a concedere in locazione l’immobile alla Standa qualora il divisato proposito, documentalmente provato, di aprire un nuovo esercizio commerciale a Palermo fosse stato portato a compimento".

Marcello, Silvio e la mafia (parte 18)

Tutti i fatti e le testimonianze riportati di seguito sono tratti dalla sentenza di primo grado dell'11 dicembre del 2004 da parte della II sezione penale del Tribunale di Palermo, che ha condannato l'imputato Marcello Dell'Utri a nove anni di reclusione.

CAPITOLO 18
Publitalia si dà alla pallacanestro

Nell'estate del 1990 la società sportiva Pallacanestro Trapani riesce a strappare un cospicuo contratto di sponsorizzazione (un miliardo e mezzo di lire) da parte della Birra Messina grazie all'interessamento e alla mediazione di Publitalia. Il presidente della Pallacanstro Trapani è il dott. Vincenzo Garraffa, noto medico trapanese specializzato in radiologia e per di più senatore della Repubblica. Publitalia è invece quella "creatura" ideata dal duo Berlusconi-Dell'Utri per la raccolta pubblicitaria delle reti Fininvest: dal 1979, anno della sua fondazione, ne costituisce il polmone finanziario.

Vincenzo Garraffa denuncia pubblicamente di essere stato vittima di richieste estorsive da parte di "emissari di Publitalia". La richiesta era pesante: avrebbe dovuto pagare in contanti e "in nero" circa 750 milioni di lire, cioè la metà dell'intera sponsorizzazione, a titolo di "intermediazione". La pretesa, dichiara Garraffa, gli era stata avanzata da Marcello Dell'Utri in persona, il quale aveva pure minacciato di far intervenire esponenti di spicco della mafia locale. La frase inquietante e minacciosa sarebbe stata: "...ci pensi, perchè abbiamo uomini e mezzi per convincerla a pagare".

L'episodio vine confermato anche da Maria Pia La Malfa, moglie di Alberto Dell'Utri, e cognata di Marcello. Dichiara di aver accompagnato Garraffa a Milano insieme al marito negli studi di Marcello Dell'Utri e ricorda che i due, dopo aver parlato di sponsorizzazioni, non raggiunsero alcun accordo. Anzi. "Garraffa si lamentò di essere stato trattato malissimo, cioè fu trattato proprio, fu sbattuto fuori dall’ufficio, io questo me lo ricordo proprio".

Garraffa dunque non cede e decide di interrompere ogni tipo collaborazione con Publitalia. Si rivolge alla Image Building nella persona di Giuliana Paoletti, nell'intento di trovare qualche altro sponsor, ma lo sforzo è inutile a causa dell'ostracismo di Publitalia, "la cui influenza in quel campo era terribile". Tanto per dire, la prevista partecipazione di Garraffa e della sua squadra ad una puntata del Maurizio Costanzo Show sulle reti Fininvest viene annullata grazie all'intervento di Marcello Dell'Utri. Maurizio Costanzo dichiarerà non saperne niente.

Tutte le testimonianze acquisite su questa vicenda confermano la versione di Garraffa. Il general manager della squadra, Valentino Renzi, dichiara di aver visto Garraffa molto preoccupato della situazione che si stava creando con Publitalia. Garraffa gli avrebbe anche confidato che "qualcuno" gli aveva "consigliato" di adempiere agli impegni presi con Publitalia. Renzi riferisce anche di aver visto Garraffa molto più rassicurato dopo che a Marsala erano stati tratti in arresto soggetti organici o vicini ad associazioni per delinquere di stampo mafioso.

Anche l'avvocato Nicola Liotti, legale e consigliere di amministrazione della società Pallacanestro Trapani, conferma la circostanza e anzi ricorda come, in un'occasione, parte dell'incasso di una partita venne consegnato direttamente ad un uomo di Publitalia, un tale Ferdinando Renzo Piovella, senza regolare fatturazione. Il teste Giuseppe Vento nell'udienza del 26 febbraio 2001 ha riferito che Garraffa si era detto "disperato" in quanto gli erano state rivolte vere e proprie minacce da ambienti malavitosi per costringerlo a pagare "quegli 800 milioni di lire".

Giuliana Paoletti, titolare della società Imgae Building, viene indicata come teste dalla difesa di Dell'Utri. La dottoressa riferisce la circostanza per cui Garraffa stava cercando una sponsorizzazione per la stagione sportiva 1991-92 e che la cosa non andò a buon fine. In seguito i rapporti con Garraffa si erano deteriorati perchè quest'ultimo non avrebbe onorato l'impegno assunto con la sua agenzia. Paoletti dichiara anche che Garraffa era un personaggio molto noto e riverito nella zona perchè in passato aveva salvato la vita al figlio del boss capomandamento di Trapani, Vincenzo Virga. Si capisce dunque la preoccupazione di Garraffa quando vede spuntare nei suoi uffici proprio il Virga, insieme a Michele Buffa. La "visita" del massimo esponente della famiglia mafiosa di Trapani serve per convincerlo a sborsare quei famosi 800 milioni a Publitalia.

Chi aveva incaricato Virga di trattare con Garraffa? L'ordine era arrivato direttamente da Matteo Messina Denaro, figlio di Francesco, capo della commissione provinciale di Cosa Nostra. Lo riporta Vincenzo Sinacori, già reggente del mandamento mafioso di Mazara del Vallo.

Ma cosa dice il diretto interessato sulla vicenda?

Nel corso della trasmissione televisiva "Moby Dick" condotta da Michele Santoro, andata in onda l'11 marzo del 1999 su Italia1, Dell'Utri "ammette seraficamente" di aver fatto da intermediario tra la Pallacanestro Trapani e la Birra Messina per conto di Publitalia a cui era stata corrisposta "la giusta provvigione". Poi, sentito in udienza il 13 novembre 2000, a distanza di un anno e otto mesi, Dell'Utri ritratta tutto e offre una versione dei fatti completamente diversa. Senza entrare nel merito delle argomentazioni, basti dire che il Tribunale le liquida così: "Tali dichiarazioni spontanee contrastano in modo stridente con le affermazioni fatte dallo stesso Dell’Utri nel corso del suo intervento alla trasmissione televisiva Moby Dick ed appaiano manifestamente mendaci".

Conclude il Tribunale: "Anche da questa vicenda è emersa la disinvoltura con la quale Marcello Dell’Utri ha fatto ricorso a uomini di Cosa Nostra nel tentativo di risolvere, questa volta, un problema della sua concessionaria di pubblicità, polmone finanziario del gruppo FININVEST, certo di poter contare sull’aiuto di un importante esponente di quella associazione criminale, quale era Vittorio Mangano, così ingenerando e rafforzando nei componenti della famiglia mafiosa di Trapani, ai quali era stato affidato il compito di “contattare” Vincenzo Garraffa, l’obiettiva convinzione di potere disporre, nell’ottica degli interessi economici di tutta Cosa Nostra e di uno scambio di favori, del contributo consapevolmente fornito da Marcello Dell’Utri, influente ed affermato uomo d’affari operante in una piazza importante come quella di Milano e braccio destro di Silvio Berlusconi, al mantenimento e al rafforzamento della societas sceleris denominata Cosa Nostra".

sabato 4 ottobre 2008

I pagliacci


Sono contentissimo.

Mi sto sbellicando dalle risate. Ho appena letto della decisione dei giudici della X sezione del Tribunale di Milano di trasmettere gli atti del processo Mills alla Consulta perchè valuti la costituzionalità del lodo Alfano. Come era già successo settimana scorsa per l'altro processo in cui il premier è indagato, anche i giudici di Milano hanno ritenuto legittime le eccezioni sollevate dal pm De Pasquale, secondo cui il lodo Alfano viola almeno 5 articoli della Costituzione repubblicana (3, 68, 96, 112, 138). Il processo dunque si blocca per Silvio Berlusconi, in attesa che la Consulta faccia il suo dovere e rada al suo una delle massime vergogne mai partorite dal parlamento italiano, mentre per David Mills il processo andrà avanti regolarmente.

Due piccioni con una fava. Esattamente quello di cui Berlusconi e i suoi legali erano terrorizzati. Hanno fatto i diavoli a quattro pur di scongiurare tale possibilità, ma sfortunatamente per loro lo scherzetto che avevano in mente gli si sta ritorcendo contro e potrebbe abbattersi su Berlusconi e il suo governo come una mannaia.

Il processo per David Mills correrà veloce verso una probabile condanna dell'imputato reoconfesso, trascinando nel baratro con lui (per il principio di non contraddizione per cui se A è stato corrotto da B significa che B ha corrotto A) anche il presidente del consiglio, le cui esternazioni deliranti e starnazzanti su presunti complotti e persecuzioni a nulla varranno e si perderanno nel vuoto come le grida di un pazzo. In attesa che anche lui torni processabile e riparta di nuovo il processo a suo carico.

Sono contentissimo, perchè è quello che si meritano questa manica di Azzeccagarbugli, pagati dal padrone come avvocati personali e stipendiati dai contribuenti come parlamentari, che hanno inventato di tutto e di più per salvare il proprio assistito da una condanna certa e decisamente infamante: la corruzione di un giudice perchè offrisse falsa testimonianza. Non certo un bel biglietto da visita per uno che aspira a diventare Presidente della Repubblica.

Mi sto sbellicando dalle risate a leggere le reazioni indecenti di Ghedini, di solito così precisino e compunto. E' veramente arrivato alla frutta. Le sue argomentazioni sono ormai prossime allo zero e talmente ridicole che meritano una citazione per intero.

"È andata esattamente come previsto: Milano non applica le norme approvate dal Parlamento che consente al presidente del Consiglio di curare gli interessi del Paese. Loro lo vogliono al processo e non interessano loro né i rifiuti di Napoli né Alitalia".

Avete sentito bene. Non è una barzelletta. Sono le parole di Ghedini. I giudici di Milano avrebbero dimostrato, con il loro operato eversivo, di non aver a cuore nè i rifiuti di Napoli nè il futuro di Alitalia. Come se questo c'entrasse qualcosa col fatto che il loro assistito ha corrotto un giudice per testimoniare il falso. E' talmente patetico e puerile questo estremo tentativo di delegittimazione dei giudici milanesi che il fatto mi fa credere con una certa convinzione che questa gente davvero stia sparando le ultime cartucce.

Accusare dei giudici che tentano semplicemente di fare il loro lavoro, cioè portare a termine un processo avviato già da parecchio tempo, di fregarsene delle sorti del paese è come se un allenatore accusasse l'arbitro che ha assegnato un rigore sacrosanto contro la sua squadra di non aver a cuore l'immagine della propria società, che per quel quel rigore ha perso la partita e la faccia davanti ai tifosi. La risposta in entrambi i casi è un sonoro chissenefrega!

Se una persona decide di candidarsi come presidente del consiglio di un paese, sapendo di essere sottoposto a un processo per cui sarà probabilmente condannato, deve prevedere la possibilità che i giudici una volta tanto applichino le leggi e lo condannino. Mi dispiace, Ghedini, ma la colpa non è dei giudici. E' del tuo assistito che doveva pensarci prima.

E' talmente divertente la cosa, che non riesco a smettere di ridere. Sì perchè fino a qualche giorno fa i legali del premier avevano tentato di convincere i giudici di Milano che il lodo Alfano dovesse estendersi anche ai coimputati. Una sorta di immunità contagiosa che toccherebbe tutti coloro che delinquono insieme al nostro premier. Come tutti sanno, nel lodo non c'è traccia di una ipotetica immunità ad altri che non siano le quattro più alte cariche dello stato. Il motivo di una richiesta tanto scombiccherata dunque? Beh, fin troppo semplice: impedire che il processo a David Mills continui su un filone solitario.

E invece, ovviamente, tali argomentazioni sono risultate talmente risibili che non hanno sortito effetto alcuno e il processo, come detto, per l'avvocato inglese continuerà spedito.

Io ora non so cosa si inventerà il duo Ghedini-Alfano per raffreddare la patata bollente che gli è caduta tra le mani. Per ora vedo solo delle reazioni scomposte e bambinesche e questo mi riempie di grande speranza, perchè significa che anche loro non sanno più che pesci pigliare.

Sempre che il CSM non riesca in tutta fretta a trasferire d'ufficio per incompatibilità ambientale (?) il pm De Pasquale, contro cui l'altro giorno è stato aperto un fascicolo per l'uso dell'aggettivo "criminogeno" in relazione al testo del lodo Alfano. Un aggettivo tecnicamente ineccepibile, visto che il lodo potrebbe indurre la banda dei quattro a commettere ogni tipo di crimine con la certezza di non essere processabili per tutta la durata della legislatura. La richiesta è arrivata, manco a dirsi, dai due membri laici del PDL. Se De Pasquale sarà veramente trasferito, sarà, credo, il punto di non ritorno.

Ma, nel frattempo, lasciatemi ridere di questi pagliacci.
Di questa piccola vittoria effimera.

Dai che è la volta buona.

Marcello, Silvio e la mafia (parte 17)

Tutti i fatti e le testimonianze riportati di seguito sono tratti dalla sentenza di primo grado dell'11 dicembre del 2004 da parte della II sezione penale del Tribunale di Palermo, che ha condannato l'imputato Marcello Dell'Utri a nove anni di reclusione.

CAPITOLO 17
Gli attentati alla Standa

Nel 1988 la Finivest di Silvio Berlusconi acquista la Standa e nel settembre dello stesso anno Marcello Dell'Utri ne diviene consigliere d'amministrazione. Poco più di anno dopo iniziano i primi avvertimenti mafiosi. Il 18 gennaio del 1990 scoppia un incendio ai magazzini della Standa in via Etnea a Catania. Incendio che provoca la distruzione di un intero edificio con danni per circa 14 miliardi di lire. In realtà l'intento non è quello di demolire i magazzini: qualcosa è andato storto nel funzionamento del sistema antincendio. Di lì a poco seguono in serie altri attentati di minore entità (grazie al pronto intervento dei vigili del fuoco): il 21 gennaio, il 12, il 13 e il 16 febbraio. Responsabile di tali avvertimenti è la famiglia mafiosa catanese di Cosa Nostra, capeggiata dal latitante Benedetto (Nitto) Santapaola e da Aldo Ercolano.

Quali sono i motivi di tali operazioni criminali? Apparentemente la natura del messaggio è palesemente di tipo estorsivo, cioè "far pagare una sostanziosa somma di danaro al gruppo Berlusconi e, successivamente, imporre delle condizioni con riferimento alle forniture dei grandi magazzini, costringendo lo stesso ad approvvigionarsi da persone che direttamente o indirettamente facevano capo all'organizzazione mafiosa".

Ma dal resoconto di alcuni collaboratori di giustizia (in particolare Claudio Severino Samperi) risulta che vi fosse "qualcos'altro sotto". Dopo questi primi due mesi di avvertimenti infatti, arriva l'ordine perentorio da parte di Ercolano di sospendere gli attentati. Secondo un altro collaboratore ritenuto attendibile, Filippo Malvagna, ci sarebbe stata "un’attività di mediazione da parte dei dirigenti della Standa, volta ad aggiustare l’estorsione... ci sono persone dell’alta Italia, persone del gruppo dirigenziale che vogliono a tutti i costi che questa situazione venga determinata e sistemata". Chi siano precisamente queste "persone dell'alta Italia" non è dato sapersi: forse lo stesso Dell'Utri, sicuramente persone legate al gruppo Berlusconi.

Ma Samperi va oltre. Afferma di aver saputo dallo stesso Ercolano e da Giuseppe Pulvirenti, detto "u malpassotu", che la vicenda estorsiva nei confronti della Standa era stata architettata di comune accordo con i corleonesi di Totò Riina. Come mai questa comunanza di intenti? Come mai questo interesse comune tra le due famiglie mafiose, palermitane e catanesi?

Pulvirenti, dopo essere stato arrestato, rilascerà delle dichiarazioni in cui affermerà che alla base dell'estorsione vi era stata una richiesta alla Standa di 3 miliardi e mezzo di lire l'anno. Era poi subito stato istruito Salvatore Tuccio per cercare di mediare con Marcello Dell'Utri e convincerlo a pagare tali somme di denaro. Anzi, era già stato preparato un attentato a Dell'Utri nel suo ufficio a Roma, nel caso la trattativa fosse andata male. Pulvirenti conferma il fatto che gli attentati erano avvenuti con il consenso dei corleonesi perchè "non gli si poteva fare questo sgarbo". Quello che appare evidente è la stretta connessione tra le forze delle famiglie palermitane e catanesi, di nuovo coalizzate come nel caso dell'attentato alla villa Rovani e le successive intimidazioni telefoniche.

In realtà, come afferma il pentito Antonio Giuffrè, Riina era assolutamente a conoscenza delle intenzioni estorsive della famiglia Santapaola, ma decise di rimanere sempre molto cauto. Nel palermitano non verranno mai operati danneggiamenti ai supermercati della Standa, nell'ottica ovviamente di non compromettere un rapporto preferenziale tra i corleonesi e Berlusconi, cosa a cui, come si è visto, Riina teneva particolarmente.

Se infatti il motivo primario risulta apparentemente essere quello estorsivo, il fine ultimo in realtà delle due famiglie è quello di arrivare alla politica (Bettino Craxi) "tenendo in mano" Silvio Berlusconi. In una conversazione avvenuta a Catania tra Giovanni Brusca e Nitto Santapaola, il pentito Angelo Siino riferisce che Brusca "spingeva Santapaola a fare un’azione nei confronti di Berlusconi, perché diceva che, facendo quest’azione nei confronti del Berlusconi, si sarebbe fatto sentire Craxi, avrebbe sicuramente ottenuto il fatto, perché loro lo ritenevano vicinissimo a Craxi, lo ritenevano un personaggio con cui arrivare a Craxi".

Come è andata a finire la storia?
Il teste Vincenzo Garraffa dice di aver saputo dalla signora Maria Pia La Malfa, moglie di Alberto Dell'Utri, fratello di Marcello, che "Marcello Dell’Utri aveva risolto questo problema parlando con un certo Aldo Papalia. E mi disse anche che scese personalmente da Milano a Catania". Aldo Papalia è un imprenditore incensurato, assolto per l'imputazione di traffico d'armi, con un ufficio in Publitalia, in stretti rapporti sia con Aldo Ercolano che con Alberto Dell'Utri: il punto di congiunzione ideale per mediare sulla delicata faccenda.

Risulta dai documenti che Dell'Utri nel 1990 si sia recato per ben due volte a Catania (maggio e giugno per un giorno). Dell'Utri si è difeso dichiarando di essere passato da Catania per recarsi a Siracusa "ad assistere alle rappresentazioni classiche che si tengono in quella città ogni due anni e di cui la Publitalia è sponsor". Giustificazione piuttosto traballante, visto che, se così fosse, Dell'Utri avrebbe preso da Milano l'aereo per vedere due volte in un mese la stessa rappresentazione.

Gli stessi Silvio Berlusconi e Fedele Confalonieri negheranno in toto di aver mai ricevuto richieste di tipo estorsivo. Ma la cosa non pare sorprendente, secondo il Tribunale, "visto il costante atteggiamento assunto da Silvio Berlusconi (e da Fedele Confalonieri) rispetto a tutte le condotte contestate a Dell’Utri in questo processo: una linea improntata all’assoluta protezione e tutela dell’imputato, fin dalle prime dichiarazioni risalenti al 1974".


In realtà il Tribunale ritiene provata l'opera di mediazione portata avanti da Marcello Dell'Utri.
"Ancora una volta, egli era stato adibito (o si era offerto, poco conta) ad intervenire per trattare e comporre vicende aventi ad oggetto rapporti con esponenti di Cosa Nostra ed era riuscito a risolvere il problema. Ancora una volta, egli non era la vittima delle pretese ma si era prestato a comporle, attivandosi per ottenere i contatti all’uopo necessari".

mercoledì 1 ottobre 2008

L'insulto finale


In questo paese sciagurato può succedere di tutto.

Può succedere di tutto, nella completa ignoranza dell'opinione pubblica, che non solo non ha un'opinione, ma quella poca che ha è irrimediabilmente devastata e distorta dai mezzi di disinformazione di massa.

Può succedere che il governo dichiari finita l'emergenza rifiuti in Campania senza che un solo giornale o giornalista vada a verificare sul serio se questa gigantesca menzogna abbia o meno fondamento.

Può succedere che il governo dichiari finita l'emergenza Alitalia senza che un solo giornale o giornalista (a parte i soliti noti) ci informi sui marci conflitti di interesse che stanno alla base di una tale operazione, dove favori economici si intrecciano a futuri favori politici e viceversa.

Può succedere, come è successo ieri, che Berlusconi decida di finanziare la città di Catania con 140 milioni di euro, quasi la metà del prestito ponte stanziato per Alitalia. Il tutto nel silenzio totale di giornali e televisioni. Effettivamente non starebbe bene far sapere agli elettori della Lega che il governo che loro supportano con tanta enfasi prende dalle loro tasche padane i loro soldi padani guadagnati con tanto sudore padano per risollevare un città terrona ormai fallita. Sì, perchè Catania è un po' come Alitalia: è fallita da tempo, sommersa dai debiti. Non ci sono i soldi per mettere benzina nella auto della polizia. E' una città clinicamente morta. Quei 140 milioni sono un palliativo per tirare a campare, non certo per risolvere un problema. Verranno mangiati dai debiti in breve tempo e nessuno si accorgerà di niente.

Ma può succedere molto di peggio.
Può succedere che un criminale come il Dottor Bruno Contrada, ex direttore del SISDE, traditore dello Stato, condannato a 10 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, stia piano piano riuscendo a tornare a casa propria dai suoi famigliari nell'attesa di un'auspicata revisione del processo nel totale silenzio della stampa.

Bruno Contrada è una delle figure più losche della storia repubblicana. Come ricorda Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso nella strage di via D'Amelio, Bruno Contrada godeva del massimo disprezzo da parte del fratello Paolo che lo considerava "un'entità diabolica: solo a pronunciarne il nome si può morire". Per questo Salvatore si è pure beccato una querela dalla famiglia Contrada.

Contrada è stato accusato da pentiti eccellenti quali Mutolo, Buscetta, Marchese, Cancemi, Spatola, Mannoia, Sacuzzo, Pirrone, Costa e Pennino. Contrada rappresentava in sè quell'entità dei servizi segreti deviati di cui parla Vincenzo Calcara nei suoi memoriali. Era l'anello di connessione tra la mafia e le istituzioni deviate dello stato. Formalmente impegnato nella lotta alla mafia, ne è stato invece uno dei massimi ingranaggi.

E' necessario ricordare come Gaspare Mutolo, in particolare, sia stato l'ultimo pentito sentito da Paolo Borsellino prima della propria morte. Il 1 luglio del 1992, un paio di settimane prima di saltare in aria sventrato da una carica di Semtex, l'esplosivo usato di norma dai Servizi Segreti, il giudice Paolo Borsellino lo stava interrogando riguardo ai rapporti tra mafia e politica. Mutolo gli fa il nome di Bruno Contrada. Il giudice, ricorda Mutolo, era talmente nervoso che fumava due sigarette alla volta. E annotava tutto nelle sua famosa agenda rossa. L'interrogatorio però, a un certo punto, viene interrotto da una telefonata da Roma. E' il Ministero che, nella persona di Nicola Mancino, convoca il giudice per un'udienza urgente.

Paolo lascia Mutolo confidandogli l'intenzione di riprendere l'interrogatorio il prima possibile. Arriva a Roma in tutta fretta. Agli uffici del Ministero vede uscire dalla porta dove avrebbe dovuto incontrare Mancino proprio quel Bruno Contrada di cui Mutolo gli stava parlando poche ore prima. Cosa si siano detti durante quell'incontro rimane uno dei misteri più grandi della storia repubblicana. Mancino non ricorda nemmeno che quell'incontro ci sia stato per davvero, ma non lo esclude. E' invece ben annotato sull'altra agenda del giudice, quella grigia, ora nelle mani dei suoi famigliari. E' verosimile che al giudice fosse stata resa nota la trattativa che era in corso tra Stato e Cosa Nostra dopo l'uccisione del giudice Falcone. Borsellino pagherà con la morte, qualche settimana dopo, il suo rifiuto a scendere a patti con la mafia.

Il giudice torna da quell'incontro sconvolto. Non può credere di aver visto, proprio negli uffici del Ministero, Bruno Contrada, l'uomo di cui Mutolo gli aveva appena parlato. E' sempre più convinto che la sua ora stia per arrivare. Di essere stato lasciato solo dalle Istituzioni in cui credeva e per cui ha dedicato una vita intera. Quella sera, tornato a casa, vomiterà.

Il 19 luglio 1992, alle ore 16.58 una mano, probabilmente dalla postazione dei Servizi Segreti situato all'interno del Castel Utveggio sul monte Pellegrino a Palermo, da cui si ha una vista eccellente su via D'Amelio, preme il pulsante che devasterà i corpi del giudice insieme ai cinque ragazzi della scorta. Le carcasse delle macchine stanno ancora bruciando, i carabinieri non sono ancora arrivati sul posto, ancora non si sa nulla dell'accaduto, alle televisioni si parla di un incendio scoppiato in una zona di Palermo, quando, sempre da Castel Utveggio parte una telefonata. E' diretta ad una barca ancorata nel porto di Palermo. Risponde Bruno Contrada. Ecco la notizia che stava aspettando: il giudice è morto.

C'è chi dice di averlo visto perfino aggirarsi tra le macerie della strage. Quello che è sicuro è che l'agenda rossa del giudice verrà trafugata dal capitano dei carabinieri Arcangioli che ovviamente ora nulla sa e nulla ricorda. Ci sono delle immagini televisive che lo inchiodano. A chi ha consegnato quell'agenda? Non è dato sapersi. E' dato sapersi invece che sul luogo della strage erano presenti agenti dei servizi segreti molto prima dell'arrivo della polizia.

Il 10 maggio 2007 la Corte di Cassazione ha confermato la condanna a 10 anni di carcere per Bruno Contrada. Per concorso esterno in associazione mafiosa. Dunque: per alto tradimento allo stato. Da allora il proprio avvocato Lipera, noto mafioso e difensore di mafiosi, ha fatto di tutto per tirarlo fuori di galera. Lo scorso 24 luglio in effetti viene decisa la scarcerazione per motivi di salute. Contrada rimarrà con la sorella ai domiciliari. Non può tornare nella sua città, a Palermo, perchè considerato ancora un soggetto pericoloso.

La campagna di stampa a favore di un tale assassino morale, traditore dello Stato, è semplicemente vergognosa. A più riprese ne viene richiesta la grazia al Capo dello Stato. Lipera continua a spingere per una revisione del processo. I famigliari puntano sulla compassione e la pietà per un uomo definito in fin di vita. All'opinione pubblica, che non ha una sua opinione, viene fatto credere che Contrada sia solo un povero vecchietto perseguitato dai magistrati, vittima di un accanimento ignobile, e ignora bellamente le sue colpe infamanti, decretate dalla sentenza irrevocabile della Cassazione.

In questo paese sciagurato, può succedere che oggi, 1 ottobre 2008, Bruno Contrada ottenga di tornare a Palermo "a riabbracciare finalmente la moglie, anch'essa molto malata". Passo passo, nel silenzio totale dei media, Contrada è riuscito a uscire dal carcere, dopo averci passato solo qualche mese, e a tornare nella terra in cui sono ancora profondissime le ferite delle stragi del 92.

Può succedere che un rappresentante del governo, Amedeo Laboccetta, pidiellino, membro della commissione Bilancio e Finanze, esulti alla notizia: "Un altro passo avanti verso la totale liberta' di Bruno Contrada e' stato fatto oggi. L'ex dirigente del Sisde potra' nelle prossime ore finalmente riabbracciare la sua adorata moglie. Il Tribunale di Sorveglianza di Napoli ha deciso il trasferimento a Palermo del Dottor Bruno Contrada. Nell'esprimere soddisfazione per la decisione assunta, auguro all'amico Bruno Contrada di riacquistare la piena liberta' quanto prima. E con me lo sperano tutti coloro che in questi anni sono stati vicini ad un grande servitore dello Stato".

Può succedere che un altro rappresentante del governo, Stefania Craxi, sottosegretario agli Esteri si esprima in questo modo: "' Far tornare Bruno Contrada a Palermo e' una decisione di buonsenso. Ho sempre ritenuto, infatti, che i paletti posti con gli arresti domiciliari a Napoli altro non fossero che un meschino espediente per mascherare il continuo accanimento nei confronti di un fedele servitore dello Stato. Sono sicura che l'abbraccio della moglie Adriana e dei suoi figli infondera' un po' di serenita' nel cuore ammalato di Bruno Contrada. Ma la sua dolorosa vicenda grida vendetta: qualcuno dovra' restituire meriti ed onore ad un uomo che ha vissuto per servire le istituzioni. E qualcun altro dovra' pagare per averlo infangato in questo modo".

E' l'ultimo insulto ai famigliari dei giudici Falcone e Borsellino, che vedranno gironzolare per le strade di Palermo sotto i loro occhi uno dei massimi responsabili della morte dei loro cari.

E' l'ultimo insulto a tutti coloro che si battono ogni giorno per contrastare il cancro della mafia nella terra di Sicilia e non solo.

E' l'ultimo insulto ad un paese fondato sul sangue di eroi semplici, mandati a morire da uno Stato che li ha traditi e lasciati soli. E che ora gli sputa pure in faccia.

Un paese sciagurato in cui può accadere di tutto.

Nell'assoluto silenzio-assenso dell'opinione pubblica.