sabato 4 ottobre 2008

Marcello, Silvio e la mafia (parte 17)

Tutti i fatti e le testimonianze riportati di seguito sono tratti dalla sentenza di primo grado dell'11 dicembre del 2004 da parte della II sezione penale del Tribunale di Palermo, che ha condannato l'imputato Marcello Dell'Utri a nove anni di reclusione.

CAPITOLO 17
Gli attentati alla Standa

Nel 1988 la Finivest di Silvio Berlusconi acquista la Standa e nel settembre dello stesso anno Marcello Dell'Utri ne diviene consigliere d'amministrazione. Poco più di anno dopo iniziano i primi avvertimenti mafiosi. Il 18 gennaio del 1990 scoppia un incendio ai magazzini della Standa in via Etnea a Catania. Incendio che provoca la distruzione di un intero edificio con danni per circa 14 miliardi di lire. In realtà l'intento non è quello di demolire i magazzini: qualcosa è andato storto nel funzionamento del sistema antincendio. Di lì a poco seguono in serie altri attentati di minore entità (grazie al pronto intervento dei vigili del fuoco): il 21 gennaio, il 12, il 13 e il 16 febbraio. Responsabile di tali avvertimenti è la famiglia mafiosa catanese di Cosa Nostra, capeggiata dal latitante Benedetto (Nitto) Santapaola e da Aldo Ercolano.

Quali sono i motivi di tali operazioni criminali? Apparentemente la natura del messaggio è palesemente di tipo estorsivo, cioè "far pagare una sostanziosa somma di danaro al gruppo Berlusconi e, successivamente, imporre delle condizioni con riferimento alle forniture dei grandi magazzini, costringendo lo stesso ad approvvigionarsi da persone che direttamente o indirettamente facevano capo all'organizzazione mafiosa".

Ma dal resoconto di alcuni collaboratori di giustizia (in particolare Claudio Severino Samperi) risulta che vi fosse "qualcos'altro sotto". Dopo questi primi due mesi di avvertimenti infatti, arriva l'ordine perentorio da parte di Ercolano di sospendere gli attentati. Secondo un altro collaboratore ritenuto attendibile, Filippo Malvagna, ci sarebbe stata "un’attività di mediazione da parte dei dirigenti della Standa, volta ad aggiustare l’estorsione... ci sono persone dell’alta Italia, persone del gruppo dirigenziale che vogliono a tutti i costi che questa situazione venga determinata e sistemata". Chi siano precisamente queste "persone dell'alta Italia" non è dato sapersi: forse lo stesso Dell'Utri, sicuramente persone legate al gruppo Berlusconi.

Ma Samperi va oltre. Afferma di aver saputo dallo stesso Ercolano e da Giuseppe Pulvirenti, detto "u malpassotu", che la vicenda estorsiva nei confronti della Standa era stata architettata di comune accordo con i corleonesi di Totò Riina. Come mai questa comunanza di intenti? Come mai questo interesse comune tra le due famiglie mafiose, palermitane e catanesi?

Pulvirenti, dopo essere stato arrestato, rilascerà delle dichiarazioni in cui affermerà che alla base dell'estorsione vi era stata una richiesta alla Standa di 3 miliardi e mezzo di lire l'anno. Era poi subito stato istruito Salvatore Tuccio per cercare di mediare con Marcello Dell'Utri e convincerlo a pagare tali somme di denaro. Anzi, era già stato preparato un attentato a Dell'Utri nel suo ufficio a Roma, nel caso la trattativa fosse andata male. Pulvirenti conferma il fatto che gli attentati erano avvenuti con il consenso dei corleonesi perchè "non gli si poteva fare questo sgarbo". Quello che appare evidente è la stretta connessione tra le forze delle famiglie palermitane e catanesi, di nuovo coalizzate come nel caso dell'attentato alla villa Rovani e le successive intimidazioni telefoniche.

In realtà, come afferma il pentito Antonio Giuffrè, Riina era assolutamente a conoscenza delle intenzioni estorsive della famiglia Santapaola, ma decise di rimanere sempre molto cauto. Nel palermitano non verranno mai operati danneggiamenti ai supermercati della Standa, nell'ottica ovviamente di non compromettere un rapporto preferenziale tra i corleonesi e Berlusconi, cosa a cui, come si è visto, Riina teneva particolarmente.

Se infatti il motivo primario risulta apparentemente essere quello estorsivo, il fine ultimo in realtà delle due famiglie è quello di arrivare alla politica (Bettino Craxi) "tenendo in mano" Silvio Berlusconi. In una conversazione avvenuta a Catania tra Giovanni Brusca e Nitto Santapaola, il pentito Angelo Siino riferisce che Brusca "spingeva Santapaola a fare un’azione nei confronti di Berlusconi, perché diceva che, facendo quest’azione nei confronti del Berlusconi, si sarebbe fatto sentire Craxi, avrebbe sicuramente ottenuto il fatto, perché loro lo ritenevano vicinissimo a Craxi, lo ritenevano un personaggio con cui arrivare a Craxi".

Come è andata a finire la storia?
Il teste Vincenzo Garraffa dice di aver saputo dalla signora Maria Pia La Malfa, moglie di Alberto Dell'Utri, fratello di Marcello, che "Marcello Dell’Utri aveva risolto questo problema parlando con un certo Aldo Papalia. E mi disse anche che scese personalmente da Milano a Catania". Aldo Papalia è un imprenditore incensurato, assolto per l'imputazione di traffico d'armi, con un ufficio in Publitalia, in stretti rapporti sia con Aldo Ercolano che con Alberto Dell'Utri: il punto di congiunzione ideale per mediare sulla delicata faccenda.

Risulta dai documenti che Dell'Utri nel 1990 si sia recato per ben due volte a Catania (maggio e giugno per un giorno). Dell'Utri si è difeso dichiarando di essere passato da Catania per recarsi a Siracusa "ad assistere alle rappresentazioni classiche che si tengono in quella città ogni due anni e di cui la Publitalia è sponsor". Giustificazione piuttosto traballante, visto che, se così fosse, Dell'Utri avrebbe preso da Milano l'aereo per vedere due volte in un mese la stessa rappresentazione.

Gli stessi Silvio Berlusconi e Fedele Confalonieri negheranno in toto di aver mai ricevuto richieste di tipo estorsivo. Ma la cosa non pare sorprendente, secondo il Tribunale, "visto il costante atteggiamento assunto da Silvio Berlusconi (e da Fedele Confalonieri) rispetto a tutte le condotte contestate a Dell’Utri in questo processo: una linea improntata all’assoluta protezione e tutela dell’imputato, fin dalle prime dichiarazioni risalenti al 1974".


In realtà il Tribunale ritiene provata l'opera di mediazione portata avanti da Marcello Dell'Utri.
"Ancora una volta, egli era stato adibito (o si era offerto, poco conta) ad intervenire per trattare e comporre vicende aventi ad oggetto rapporti con esponenti di Cosa Nostra ed era riuscito a risolvere il problema. Ancora una volta, egli non era la vittima delle pretese ma si era prestato a comporle, attivandosi per ottenere i contatti all’uopo necessari".

2 commenti:

albertopra ha detto...

complimenti per il lavoro incredibile che stai facendo con "marcello, Silvio e la mafia".

Lupo'94 ha detto...

Ciao, mi chiamo Ettore Gallo. Sono un ragazzo di 14 anni. Hai davvero un bel blog. sinceramente ora non ho il tempo di leggere i tuoi articoli. comunque vorrei k visitassi il mio... ciao!!!
http://ettoregallothewolf.blogspost.com