venerdì 10 ottobre 2008

Marcello, Silvio e la mafia (parte 22)

Tutti i fatti e le testimonianze riportati di seguito sono tratti dalla sentenza di primo grado dell'11 dicembre del 2004 da parte della II sezione penale del Tribunale di Palermo, che ha condannato l'imputato Marcello Dell'Utri a nove anni di reclusione.

CAPITOLO 22
Silvio scende in campo

Nel gennaio 1994 Silvio Berlusconi rompe gli indugi e scende in campo fondando il partito Forza Italia. L'accusa ritiene che " Marcello Dell’Utri sarebbe stato favorevole alla discesa di Silvio Berlusconi nell’agone politico perché avrebbe potuto curare gli interessi degli esponenti di Cosa Nostra i quali, nel frattempo, avevano perso i loro necessari referenti politici a causa dei cambiamenti epocali che erano avvenuti in quel periodo. In tal modo, si sarebbe verificata una compromissione con la mafia su larga scala".

In realtà, fa notare il Consiglio, " le motivazioni che possono avere indotto l’attuale Presidente del Consiglio dei Ministri a fondare un nuovo partito sono state molteplici e trovano ampia giustificazione su altri piani". Quali? Innanzitutto, "sia sul fronte giudiziario, con le vicende legate all’inchiesta giudiziaria milanese, giornalisticamente nota come “Mani Pulite”, a partire dal 17 febbraio del 1992 (data del famoso arresto del socialista Mario Chiesa, il primo di una lunga serie), sia sul fronte politico, con la fine del “craxismo”, della Democrazia Cristiana e l’avanzamento della sinistra, si erano verificati avvenimenti assai preoccupanti per il futuro della Fininvest". La sopravvivenza della Fininvest infatti era chiaramente "condizionata da provvedimenti e scelte di natura politica e legislativa". Si pensi al decreto con cui l'allora capo del governo Bettino Craxi aveva rinnovato le concessioni governative necessarie per l'attività televisiva del gruppo.

Morto (politicamente) Craxi, Berlusconi e la Fininvest rimangono soli, soprattutto di fronte a quelli che Berlusconi ritiene "attacchi persecutori" da parte dei giudici di Milano. Non solo. L'esito del referendum Segni sulla riforma del sistema elettorale del 18 aprile 1993 aveva reso tecnicamente possibile la creazione di uno schieramento di destra che si opponesse ad una sinistra sempre egemone. Già il 4 giugno 1993 Berlusconi avrebbe confidato ad Indro Montanelli la sua intenzione di "scendere in politica per ricomporre l'area moderata". Vi erano dunque tutti i presupposti perchè nascesse un partito dalla forte ideologia garantista che "non poteva non essere apprezzata da qualunque soggetto che, in quel periodo storico, si fosse trovato ad avere a che fare con la giustizia, a qualsivoglia titolo". Compresa Cosa Nostra, ovviamente.

Nell'estate del 1993 si lavora dunque all'idea di fondare di un nuovo partito. Il principale sostenitore della discesa in campo di Berlusconi è proprio Marcello Dell'Utri, che la ritiene "assolutamente necessaria". Confalonieri e Letta invece sono contrari. Dopo un periodo di incertezza Berlusconi decide di dare fiducia a Dell'Utri e gli dà ufficialmente l'incarico di creare Forza Italia. D'altra parte sappiamo che proprio in quei mesi Cosa Nostra era alla ricerca di possibili nuovi sbocchi politici e, non trovando agganci, con Totò Riina appena arrestato e messo in carcere (15 gennaio 1993), spargeva bombe per l'Italia e nel frattempo meditava di costituire un partito paramafioso autonomista dal nome Sicilia Libera.

Ora che Riina è stato tolto dalla scena, è Bernardo Provenzano il nuovo boss dei boss. Inizialmente egli non osteggia il progetto autonomista di Leoluca Bagarella, ma successivamente, alla fine del 1993, esce allo scoperto e si fa sostenitore dell'appoggio a Forza Italia. Perchè Provenzano cambia idea così repentinamente? Semplice: "gli sarebbero arrivate garanzie in tal senso". Da chi? Ovvio, secondo il Consiglio, pensare a Dell'Utri, ma anche a "qualunque altro valido referente". Ma come sono andati veramente i fatti? Illuminanti a tal proposito sono le dichiarazione del superpentito Antonino Giuffrè.

Giuffrè era entrato a far parte della famiglia mafiosa di Caccamo nel 1980. Ha intessuto rapporti stretti con esponenti di Cosa nostra di altissimo rango quali Michele Greco e lo stesso Bernardo Provenzano. Di Michele Greco, detto "il Papa", aveva pure seguito passo passo la latitanza. E sempre lui aveva curato i rapporti non sempre idilliaci tra Riina e Provenzano. Dal 1987 fino al 1992 verrà nominato da Riina reggente del mandamento di Caccamo ed entrerà a far parte della commissione provinciale di Cosa Nostra. Dopo l'arresto di Riina, Giuffrè diventerà il referente primario di Bernardo Provenzano fino al 16 aprile 2002, data del suo arresto. Due mesi dopo, Giuffrè decide di collaborare con la Procura della Repubblica di Palermo. L'attendibilità delle sue dichiarazioni, secondo il Consiglio, è fuori di dubbio. "Il quadro d’insieme delineato dal Giuffrè sul tema della politica è stato pienamente riscontrato dalle altre acquisizioni dibattimentali".

Dalle parole di Giuffrè si apprende che, effettivamente, nel 1987 si era registrato un cambio di rotta all'interno di Cosa Nostra in favore del PSI e ai danni della DC. Riina aveva perso fiducia in quelli che considerava i "referenti tradizionali", ovvero alcuni uomini politici appartenenti alla Democrazia Cristiana, che avevano tradito le aspettative della cupola mafiosa. In particolare Riina non tollerò il fatto che le sentenze del maxiprocesso non fossero state adeguatamente "aggiustate". Il primo a farne le spese è, come noto, Salvo Lima, esponente di spicco della corrente andreottiana in Sicilia. Lo seguirà, poco dopo, Ignazio Salvo, uno dei potenti esattori di Palermo. Entrambi giustiziati da Cosa Nostra per non essere stati in grado tutelarne a dovere gli interessi.

Anche il PSI però non soddisfa le attese. Martelli fa assumere al giudice Giovanni Falcone l'incarico di Direttore degli Affari Generali Penali del Ministero di Grazia e Giustizia. Una mossa che non verrà perdonata. Falcone salterà in aria insieme alla moglie e alla scorta il 23 maggio 1992. Poco dopo, il 19 luglio, farà la sua stessa fine il giudice Paolo Borsellino, reo di essersi messo di traverso nella scellerata trattativa in corso tra mafia e Stato. In quel periodo, Antonino Giuffrè viene tratto in carcere e vi rimarrà per qualche mese fino al gennaio successivo, quando sarà Riina ad essere arrestato (o forse venduto da Provenzano). Quel che è certo è che Provenzano è molto interessato, in quei giorni, ad "apprendere l'evoluzione delle cose politiche".

In particolare, Provenzano riferisce a Giuffrè che si erano create, all'interno di Cosa Nostra, due fazioni contrapposte. La prima, di carattere pacifista, annoverava, oltre agli stessi Giuffrè e Provenzano, mafiosi del calibro di Benedetto Spera, Pietro Aglieri, Carlo Greco, Raffaele Ganci. La seconda, di indirizzo decisamente stragista, faceva capo a Leoluca Bagarella e aggregava importantissimi uomini d'onore (nostalgici di Riina), quali Giovanni Brusca, Salvatore Biondino, i fratelli Graviano e i Farinella. Anche politicamente, le due fazioni sono avverse. Provenzano vuole agganciarsi ad un partito già esistente come Forza Italia. Bagarella ne vorrebbe costituire uno autonomo.

Giuffrè lo spiga chiaramente: "Noi abbiamo avuto da sempre l’astuzia di metterci sempre con il vincitore, questa è stata la nostra furbizia. Quando ce ne andiamo a metterci con i socialisti già si vede che il discorso non regge. Stesso discorso con Forza Italia. Forza Italia non l’abbiamo fatta salire noi. Il popolo era stufo della Democrazia Cristiana, il popolo era stufo degli uomini politici, unni putieva cchiù, e non ne può più. Allora ha visto in Forza Italia un’ancora a cui afferrarsi e lei con chi parlava parlava e io lo vedevo, le persone tutte, come nuovo, come qualche cosa, come ancora di salvezza. E noi, furbi, abbiamo cercato di prendere al balzo la palla, è giusto? Tutti Forza Italia. E siamo qua".

6 commenti:

Adduso ha detto...

Borse e mafie.

L’incredibile recupero di ieri (11.10.08) del Dow Jones, da -8% e più a, seppure –1%, e c’è stato un momento che è passato pure a + 1% e oltre, dimostra ancora una volte, a mio modestissimo avviso e purtroppo, che negli Stati Uniti possono fare quello che vogliono, perché evidentemente ci sono “luoghi” dove i capitali sono immensi (sarà il dipartimento del tesoro usa, che molti dicono sommerso di “cach”, oppure il noto commercio mondiale della droga, da quello americano a quello asiatico, cinese ed ex urss, fino a quello nostrano, ma in qualche posto questi capitali ci sono palesemente … e sono ENORMI !).

Ecco perché, penso, che le nostre economie europee sono e chissà ancora per quanto, sempre a “rancare dietro il CARRO”.

Mi preoccupa la possibilità, a mio modesto parere concreta, che le “mafie” del mondo, grazie anche alla “indolenza” dei nostri politici, si stanno comprando in sostanza l’economia del mondo e con essa le nostre nazioni e quindi anche le nostre esistenze.

Ma questo aspetto è “tabù” nelle nostre “moraliste” culture occidentali, figurarsi !

sR ha detto...

fede pape è vivo e vegeto, è stato vittimadi uno scherzo del fratello :D

Federico ha detto...

Hahaha..
Io però ancora non riesco ad accedere al suo blog.

Anonimo ha detto...

verrà un giorno che abbandoneremo per un attimo queste spicciole polemiche e affronteremo con maggiore determinazione il problema droga senza colori e razze????
luca da: http://stopdrug.wordpress.com/

Federico ha detto...

Caro Luca,
complimenti per il tuo encomiabile sforzo nella lotta alla droga "senza colori e razze". Ti esorto per questo ad andare avanti nella tua battaglia. Purtroppo però la droga non è il tema di questo blog, come neppure la pedofilia, le violenze sugli animali o il riscaldamento globale, che comunque sono problemi altrettanto gravi. Se non ti interessano le tematiche trattate in questo blog, fai semplicemente a meno di leggerlo.

sR ha detto...

la mafia non è una spicciola polemica