martedì 10 febbraio 2009

Non è un paese civile


Questo è uno dei momenti in cui mi vergogno profondamente di essere italiano.

Il comportamento tenuto ieri dai nostri rappresentanti al Senato è stato quanto di più squallido si potesse immaginare. Nemmeno la morte li ha fermati. Hanno trasformato un momento di dolore e di lutto in una bieca gazzarra politica, in cui l'uno faceva a gara a urlare più dell'altro. Uno spettacolo indecente, che dimostra la pochezza morale ed intellettuale di coloro che sarebbero chiamati a rappresentare le nostre Istituzioni democratiche.

Un paese che non ha rispetto nemmeno della morte non è degno di essere chiamato tale.

Le grida di Quagliarello prima.
Gli strepiti della Finocchiaro poi.
Gli insulti volati tra i banchi.
I deliri di Gasparri, che dà dell'assassino a Napolitano.
I rimbrotti di Fini, che zittisce Gasparri.
Le volgari insinuazioni su un possibile reato.
Berlusconi che dà del comunista a Napoltano.
L'Avvenire che dà del boia e assassino al padre.
Chi grida: "L'hanno uccisa!"
Chi grida: "E' morta da sola!"
Mentana che annuncia le dimissioni.
Mediaset che conferma il Grande Fratello.
Il Grande Fratello che batte ogni record di ascolto.

Oggi io mi sento profondamente ferito e disgustato come cittadino italiano.

Sono convinto che questo paese non meriti di essere gestito da un branco di irresponsabili, che non mostrano il minimo ritegno nemmeno di fronte al mistero più grande della vita: la morte.

O forse se lo merita.

La mediocrità, la volgarità, la grettezza di cui il Parlamento italiano sta dando prova in queste ore è probabilmente nient'altro che lo specchio di una società malata, oscena e profondamente ignorante.

Questa vicenda, se ha avuto un merito, è stato quello di mettere a nudo la cafonaggine di una nazione intera che non riesce a svestire i panni della faziosità nemmeno di fronte alla massima tragedia umana.

Il Vaticano chiede a Dio di "perdonare chi ha tolto la vita ed Eluana".

Io, più modestamente, chiedo ad Eluana di perdonare questo paese incivile, che sembra aver smarrito persino il minimo senso del pudore.

domenica 8 febbraio 2009

Verso la dittatura


Da dove iniziare.

Questa è la domanda. Con tutto quello che sta succedendo in Italia in queste ore c'è da rimanere esterrefatti, disorientati, spiazzati. Da dove iniziare quindi a rimettere a posto i pezzi di una realtà che appare sempre più confusa, manomessa, in preda alle urla di parte?

Mah. Bisognerebbe innanzitutto partire da un punto fermo: a Berlusconi, di Eluana, non frega assolutamente nulla. Questo è pacifico. Così come non gliene frega assolutamente nulla a una buona fetta di coloro che sventolano striscioni pro e contro. La strumentalizzazione, da una parte e dall'altra, è selvaggia e sarebbe bene che terminasse al più presto.

A Berlusconi, di Eluana, non frega assolutamente niente. Non sa niente di lei, non se ne è mai interessato, quando era al governo e il padre di Eluana gli chiese di esprimere un parere in proposito non fece una mossa, non rispose e se ne disinteressò completamente. Il problema è che, a quel tempo, di quella ragazza in fin di vita non sapeva che farsene. Ora, invece, che è di nuovo al governo, è cambiato tutto: ha intuito, come un lampo rivelatore nella notte, come sfruttare il corpo ancora caldo di Eluana per i suoi biechi fini politici.

L'ha intuito, si capisce, un paio di giorni fa, quando c'è stata la svolta improvvisa. Fino a quel giorno era rimasto in rigoroso silenzio. A chi lo pungolava sulla questione opponeva un sospiro, come dire: sono cose più grandi di me, cose in cui preferisco non mettere il naso. Fino ad un paio di giorni fa, in scia alle dichiarazioni di Fini, affermava ancora: "Sul caso Eluana non riesco a decidere dove stia la verità".

Che cosa sia successo nell'arco di quarantotto ore per fargli prendere una posizione così radicale in merito non si capisce. Un'illuminazione dall'alto? Una traumatica conversione in stile Innominato di manzoniana memoria? Una più semplice telefonata da Roma? Un più banale giochino politico? Conoscendo Berlusconi, quest'ultima ipotesi pare la più probabile. Ha capito d'un tratto, o è stato consigliato, che la questione Eluana poteva essere sfruttata a suo vantaggio in molteplici modi.

Ne cito solo alcuni: 1) creare un nuovo strappo allo stato di diritto, 2) sfregiare di nuovo la Costituzione con l'appoggio di metà degli Italiani, 3) creare un polverone talmente grande da camuffare e far calare una cortina di nebbia sulle porcate indecenti contenute nel disegno di legge sulla sicurezza, nel disegno di legge sulle intercettazioni, nel disegno di legge sulla riforma della giustizia penale, 4) indebolire la figura del Capo dello Stato a favore della propria, 5) ottenere l'appoggio incondizionato della chiesa, 6)...

Scegliete voi l'ordine di importanza. Quel che è certo è che la banda che qualche giorno fa approvava delle leggi razziali contro gli immigrati clandestini creando una situazione per cui non potranno più usufruire delle più elementari cure sanitarie, ora ha riscoperto improvvisamente "il valore della vita, che va difeso sempre, soprattutto nei confronti di chi è debole e indifeso". Un'ipocrisia indecente e odiosa, che fa rabbia.

Ma fa sconcerto soprattutto vedere come il nostro illuminato statista non si stia facendo scrupoli nel manomettere una situazione tanto delicata come è il caso di Eluana, una questione che scuote violentemente le coscienze, per manomettere ciò che di più sacro possiede questo paese: la Carta Costituzionale. Ha preso Eluana e l'ha usata come esperimento di eversione antidemocratica, come una prova di instaurazione di un regime dittatoriale. Ci sta provando. Tanto a lui che importa? Ha il consenso della maggioranza degli italiani. L'ha avuto nel momento in cui si è candidato, l'ha avuto nel momento in cui è stato eletto, l'ha avuto nel momento in cui si è erto al di sopra della legge con il Lodo Alfano, l'ha avuto quando ha riversato tutti i debiti di Alitalia sui contribuenti, lo sta avendo ora che si appresta a distruggere quel che rimane della giustizia. Non si vede per quale sorta di maleficio dovrebbe perderlo proprio adesso in cui sta tentando il colpo più grosso, quello di calpestare la Costituzione, passarci sopra le scarpe putride due o tre volte come su uno zerbino, mettere a tacere il Capo dello Stato e finalmente potere avere un esecutivo nelle sue mani che obbedisce e fa tutto quello che vuole lui.

Dovremmo esserci abituati. Queste cose sono già successe ottantanni fa, tali quali, e ne abbiamo pagato pesantissime conseguenze: dovremmo avere gli anticorpi. E invece no. Perchè il popolo è ignorante e soprattutto dimentica in fretta. La mancanza di memoria unita all'ignoranza è ciò che rende un popolo suddito e ricattabile.

Berlusconi ha prima imposto ai suoi ministri di votare un decreto legge in due minuti che azzerasse una sentenza definitiva passata in giudicato sotto il timbro della Cassazione, una cosa mai vista nella storia della repubblica, che creerebbe un precedente devastante, un vulnus giuridico difficilmente rimarginabile, e che metterebbe in crisi le basi stesse dello stato di diritto. I ministri non hanno fatto una piega. Poi abbiamo dovuto assistere alla vergogna di un presidente del Senato, Renato Schifani, assolutamente prono al volere del primo ministro, che ha ritenuto che gli estremi per un decreto d'urgenza ci fossero tutti. Napolitano ha per la prima volta tirato fuori le unghie e ha fatto sapere che non avrebbe apposto la sua firma ad una norma ideata con una procedura in assoluto contrasto con la Costituzione. Berlusconi in tutta risposta ha fatto sapere che a lui di quello che decide il Capo dello Stato non importa nulla. Lui, se c'è bisogno, la Costituzione la cambia: che problema c'è?

Non si era mai spinto a tanto. Mai.

Ormai vive nel più totale delirio di onnipotenza: fa tutto quello che vuole e, se c'è qualche regola che in teoria glielo impedisce, cambia la regola. Non si fa più scrupoli nemmeno di fronte alla Carta Costituzionale, che vuole piegare al suo volere a tutti i costi. Si vede che gli sta stretta. Non l'ha mai sopportata, tanto è vero che i suoi governi hanno promulgato leggi anticostituzionali a raffica, poi puntualmente annullate dalla Consulta.

Sono inammissibili gli attacchi al Capo dello Stato prima, trattato come una povero rincoglionito che non deve permettersi di ostacolare le sue mire dittatoriali (e poi era Di Pietro l'eversivo...), e l'attacco alla Costituzione poi, definita "una legge fatta molti anni fa sotto l’influenza della fine di una dittatura e con la presenza al tavolo di forze ideologizzate che hanno guardato alla Costituzione russa come a un modello da cui prendere molte indicazioni".

Io non ci credo ancora.

E' riuscito a dire che abbiamo una Costituzione comunista. E' riuscito. Ce l'aveva qui in gola, ma non l'ha mai potuto dire. Ora i tempi sono maturi: sputare sul sangue di coloro che hanno combattuto per la libertà dell'Italia e dileggiare i nostri Padri Costituenti è possibile. Tant'è che lo fa, e non c'è nessuno che possa impedirglielo.

Un tizio così, in ogni altra democrazia seria del mondo, per tutte le cose che ha fatto e che ha detto in questi mesi, ma soprattutto negli ultimi giorni, sarebbe già stato cacciato a calci. Sarebbe stato costretto a fuggire di notte come un ladro.

Invece è qui che comanda ed impone la sua volontà, che è sempre più simile, quella sì, a quella di un dittatore comunista.

giovedì 5 febbraio 2009

Io ho paura


Oggi il Senato ha approvato con 154 voti a favore e 114 contrari il tanto agognato disegno di legge sulla sicurezza, che ora passerà al vaglio della Camera. E' dalla scorsa primavera, da quando si è insediato questo nuovo governo, che ce la menano con l'emergenza sicurezza. Finalmente e' stato approvato questo disegno di legge che, secondo l'intenzion dei leghisti, ci renderà tutti più sicuri, ridurrà il numero degli stupri, azzererà il numero di immigrati clandestini, renderà pulite e sicure le nostre strade.

Se si legge con attenzione il testo approvato c'è da rimanere allibiti.

Vi ricordate la scenata di Berlusconi quando la Lega, un mese fa, aveva proposto un emendamento che introduceva una tassa di 200 euro sul permesso di soggiorno? Io spero che ve la ricordiate perchè era stato un quadretto molto divertente. La lega propone l'emendamento semplicemente per accelerare i tempi su una decisione che in realtà era stata già approvata dal governo e infatti inserita nel disegno di legge sulla sicurezza, l'opposizione insorge e parla di manovra razzista, perfino il Vaticano interviene con un monito contro delle leggi che vanno a colpire i più deboli, il governo in evidente imbarazzo fa finta di cadere dalle nuvole, Berlusconi fa il duro con la Lega, strizza l'occhio al Vaticano e giura che quell'emendamento non passerà, l'emendamento infatti viene bocciato dalla maggioranza stessa, la Lega ingoia il boccone consapevole che la norma passerà comunque nel successivo disegno di legge. Ma questo nessuno lo dice. La sceneggiata viene fatta passare sotto silenzio ed oggi ne abbiamo la conferma.

L'articolo 39 del ddl sulla sicurezza prevede infatti il carcere fino a quattro anni per i clandestini che restano in Italia nonostante l'espulsione e fissa tra gli 80 e i 200 euro la tassa sul permesso di soggiorno. Come volevasi dimostrare.

Ma questo non è niente in confronto a quanto sono riusciti a introdurre negli altri articoli. Il 44, per esempio, prevede la schedatura di tutti i barboni. Dopo la schedatura dei bambini rom, ora anche quella dei senza tetto. Chissà cosa ci faranno con tutte quelle schede. E soprattutto cosa ci sarà scritto. Nome: Mario. Cognome: Rossi. Residenza: panchina della stazione centrale. Numero di telefono: contattare il capostazione e chiedere di Mario il barbone. Si attende ora la schedatura dei disabili. E in un futuro prossimo magari anche dei neri e degli Ebrei.

Ma apparentemente li fa sentire potenti. Avere sotto controllo chi attenta quotidianamente alla sicurezza della famiglia media che popola le valli padane, ovvero bambini rom e barboni, non ha prezzo. Come non ha prezzo il "sentirsi padroni a casa propria". Questo è il motto dei dirigenti leghisti. Il cavallo di battaglia con cui infuocano gli animi di una borghesia sostanzialmente ignorante, crassa, razzista e gelosa del proprio orticello.

La trovata più geniale è però condensata nell'emendamento proposto dal leghista Federico Bricolo e approvata con 156 voti a favore, 132 contrari e un astenuto. Si tratta della possibilità da parte dei medici di denunciare alle autorità gli immigrati clandestini che si rivolgono a loro per ricevere cure sanitarie. Basta rifletterci su per non più di un paio di secondi per capire che si tratta di una norma aberrante, in contrasto con i principi primi della Costituzione Italiana che impone di prestare servizi sanitari a chiunque ne abbia bisogno, in violazione del codice deontologico medico che impone ai medici il divieto di mettere in atto comportamenti che possano indurre i pazienti a sottoporsi alla giustizia penale, ma che soprattutto cozza con la logica stessa, se una logica c'è, che starebbe alla base di una tale norma.

Se la logica è quella di inasprire una lotta senza quartiere all'immigrato clandestino e quella quindi di acciuffare tutti quei clandestini che si recheranno negli ospedali grazie alla soffiata del medico di turno, si capisce immediatamente come l'entrata in vigore di questa norma cancellerà totalmente il numero di coloro che si rivolgeranno alle strutture sanitarie. Chi è quel cretino di clandestino che andrà a farsi curare in un ospedale con il rischio di essere arrestato? Forse solo i disperati in fin di vita. Gli altri si terranno le malattie, si terranno le fratture, si terranno le ferite oppure andranno a cercare strutture ospedaliere abusive parallele, la cui presenza sul territorio si intensificherà a dismisura a seguito di questa norma creando un allarme sociale di proporzioni inimmaginabili.

Come verranno gestite queste strutture parallele che si occuperanno nel sommerso della cura dei clandestini? Chi le gestirà? Ovviamente senza alcun controllo, con gravi pericoli per la salute di chi, disperato, si rivolgerà a loro per ottenere assistenza. Con gravi pericoli per la società civile che non potrà più dirsi al sicuro da possibili contagi di malattie infettive non trattate o peggio, trattate malamente.

Una norma scriteriata che rischia di produrre danni devastanti, ideata da gentaglia esaltata completamente fuori di testa. Notare la finta democrazia dell'emendamento. I medici "potranno denunciare", non "dovranno denunciare". Si lascia loro la libertà di scelta. Pensa la sfiga di un clandestino che si ritrova di fronte un medico leghista. Ma, a parte gli scherzi, è chiaro che la differenza sottile tra un "potranno" e un "dovranno" non esiste. E' chiaro che, a priori, la sola possibilità di essere denunciati farà in modo che nessun clandestino si rivolgerà più alle strutture ospedaliere nazionali.

Il cercare di rendere i medici, che per proprio dovere deontologico dovrebbero essere al di sopra di ogni bagarre giudiziaria e non si possono rifiutare di curare anche il peggior assassino, uno strumento primario della guerra al clandestino è davvero una trovata indecente che, da un parte umilia il ruolo dei medici stessi, e dall'altra evidenzia l'assoluta incapacità dei tromboni padani di trovare una soluzione seria al problema dell'immigrazione clandestina.

Ma non preoccupatevi se queste norme non serviranno a niente e non diminuiranno di un'unità il numero di clandestini presenti sul territorio e anzi aumenteranno il sottobosco dell'illegalità, d'ora in poi ci saranno le "ronde padane" a coprirvi le spalle. Sì, proprio così. L'articolo 46 prevede infatti che "gli enti locali potranno avvalersi della collaborazione di associazioni volontarie di cittadini per la segnalazione di eventi che possano arrecare danno alla sicurezza urbana ovvero di situazioni di disagio sociale agli organi di polizia locale e alle forze di polizia". Nel testo del disegno di legge era persino previsto che queste ronde dovessero girare armate: probabilmente i 100 mila fucili li avrebbe forniti Umberto Bossi. Poi, per fortuna, è passato un emendamento del PD che prevede il divieto per queste "associazioni volontarie di cittadini" di portare armi.

Io non so se voi vi rendete conto delle enormità che questo governo sta varando sotto la spinta di un branco di bifolchi accecati dall'odio contro tutto ciò che è straniero. La sola idea di proporre una giustizia fai da te da parte di cittadini che volontariamente si riuniscono a gruppi e girano per le strade, magari armati di manganello, vestiti con la camicia verde anzichè nera, a caccia di qualche bambino rom che si arrampica su un muro di cinta o di qualche barbone che molesta una panchina del parco con il suo fetore, è qualcosa che dovrebbe far ribrezzo, che ci riporta indietro di ottant'anni, che resuscita spettri nefasti che non avremmo mai voluto che apparissero di nuovo.

Invece sono qui di fronte a noi. Più vivi che mai.
E questo governo li alimenta in nome di un bisogno di sicurezza. Mi ricorda qualcosa, ma non riesco a capire cosa.

So solo che ho paura.

mercoledì 4 febbraio 2009

Lascia o raddoppia


Domani sera Gioacchino Genchi sarà ospite ad Annozero.

Dopo una tournee massacrante durante la quale ha presenziato in tutti i possibili programmi televisivi e radiofonici per cercare di difendersi da una serie di accuse infamanti e attacchi incrociati, Genchi approderà negli studi di Santoro. E sarà sicuramente una puntata da non perdere. C'è chi, tra i cosiddetti liberali del partito delle libertà che hanno tanto a cuore la libertà delle persone, ha già gridato allo scandalo. Pensate un po'. Non è ancora iniziata la trasmissione e già mettono le mani avanti.

Cicchitto ha già tuonato contro questa mossa assolutamente sconveniente di dare la parola a Genchi. Fermo restando che il diritto di parola non si può togliere a nessuno, argomenta Cicchitto con un ragionamento che non fa una piega, è grave che la televisione pubblica gli conceda di fornire la sua versione dei fatti. Forse Cicchitto si è già dimenticato che qualche giorno fa Genchi era ospite sui canali del suo padrone a cercare di rintuzzare gli attacchi odiosi del "super-partes" Mentana. Questi sono i nuovi liberali: quelli che la libertà è dire ciò che piace a loro e far parlare solo chi la pensa come loro.

Ma lasciamo perdere il piduista Cicchitto, probabilmente queste parole gli sono state suggerite del Venerabile maestro e non sono nemmeno farina del suo sacco. Quello che fa paura è come, nonostante Genchi da ormai varie settimane si sforzi di spiegare per filo e per segno la sua posizione, la gogna mediatica non solo non si sia quietata, ma anzi sia andata aumentando e ingrossando sempre più. Come se, in una sorta di situazione kafkiana, più Genchi urla la sua innocenza e la sua assoluta correttezza in tutte le centinaia di consulenze svolte nella sua vita, fornendo cifre e dati che nessun giornalista, avvocato, politicante di turno ha potuto contestargli, più i giornali e i media fanno finta di non capire e rilanciano la posta in un instancabile gioco al massacro.

L'ultima è di oggi. L'epilogo scontato. Finalmente Genchi è stato iscritto nel registro degli indagati per abuso d'ufficio e violazione della privacy. Dico finalmente perchè non se ne poteva più di questa agonia. Era chiaro fin da subito che l'obiettivo sarebbe stato quello di distruggere Genchi condannandolo, così come è stato fatto scientificamente con De Magistrtis, a passare la propria vita a difendersi davanti ad un tribunale. Proprio l'altra sera Genchi è stato ospite a Telelombardia della trasmissione Iceberg condotta da un bravissimo David Parenzo che ha saputo tenere a bada numerosi ospiti di un certo calibro (l'avvocato personale di Berlusconi Gaetano Pecorella, Leoluca Orlando, il ministro ombra Tenaglia, Peter Gomez), lasciando che Genchi finalmente facesse chiarezza su tutte le accuse che gli sono piovute addosso.

Il superconsulente ha spiegato con linearità cristallina quali fossero stati i suoi compiti nelle indagini a cui ha collaborato, ha raccontato svariati interessantissimi aneddoti riguardo la sua attività professionale, non ultimo il suo rapporto con Giancarlo Caselli, una confessione a cuore aperto in cui ha ribadito che il numero contestato di tabulati da lui consultati è 752, per un totale di 646 utenze più un centinaio di email. Non uno di più non uno di meno. Non diecimila, non centomila, non un milione: 752. Gaetano Pecorella, chiamato a fare la parte dell'avvocato diavolo, ha fatto una figura imbarazzante, pietosa. Non è riuscito a imbastire una frase, un'argomentazione sensata che fosse una. Ogni volta che tentava di aprire bocca e abbozzare delle goffe insinuazioni, Genchi lo zittiva con la verità dei fatti.

Bene, uno dice: dopo una trasmissione così, avranno capito finalmente. Ovviamente no. Oggi il Corriere titolava: "Nell'archivio Genchi compare un Italiano su dieci".

Un Italiano su dieci?!? Ma vi rendete conto dell'enormità? Significa una cifra attorno ai sei milioni di persone. Praticamente, secondo il Corriere, che riporta le cifre fornite dai ROS, una famiglia italiana su tre sarebbe stata schedata dal superconsulente.

La cosa è talmente ridicola che, da sola, dovrebbe far capire quanto assurde siano le accuse nei suoi confronti. E invece Genchi è stato iscritto nel registro degli indagati proprio sulla base di queste illazioni, di queste cifre letteralmente sparate a casaccio dai ROS su ordine proprio di quella procura di Catanzaro che prima ha illegalmente indagato su De Magistris e Genchi e poi ha illegalmente indagato sulla procura di Salerno. Nessuno ovviamente dice che quelle cifre astronomiche fornite dai ROS per creare uno scientifico depistaggio in perfetto stile italiano sono frutto di un'azione di indagine illegale.

Mentre Cicchitto sbraita sul fatto che Genchi dovrebbe avere un po' di ritegno e non presentarsi pubblicamente in televisione, il suo padrone, nostro presidente del consiglio, invece non sembra avere alcun ritegno ad apparire sulle proprie televisioni private per calunniare ed infamare il principale avversario politico attuale, Renato Soru, in lizza per la presidenza della regione Sardegna.

Tornato dalla campagna elettorale in Sardegna pagata con i nostri soldi ha avuto la sfrontatezza di presentarsi di fronte ai microfoni di Studio Aperto e approfittare della situazione "in famiglia" per ingiuriare Soru in diretta nazionale, con buona pace del famoso contraddittorio e della par condicio più elementare. Lo spot più eclatante del disumano conflitto di interessi in cui annega quest'uomo. Sfruttare le proprie televisioni per fare campagna elettorale diffamatoria. Uno scandalo vergognoso da dittatura sudamericana. E' c'è ancora qualcuno che non vede come i suoi atteggiamenti siano sempre più simili a quelli di un fascistello arrogante che a quelli di un "illuminato statista".

Di fronte a milioni di Italiani all'ascolto ha riversato contro Soru ogni sorta di improperio. L'ha definito un fallito. Un fallito in tutto: fallito come imprenditore, fallito come politico, fallito come presidente della Sardegna. Non contento ha sferrato il colpo basso. Ha iniziato a sparare numeri a vanvera, cosa per cui Soru tra l'altro l'aveva già querelato. Ma a lui che gliene frega, è immunizzato dal Lodo Alfano. Può dire tutto quello che vuole che nessuno gli torcerà mai un capello. Ha parlato di 11 anni di perdite continue da parte dell'azienda di Soru con un passivo di 3 miliardi e 300 milioni di euro. Ha parlato di azioni crollate da 100 euro a 38 centesimi. L'ha accusato di aver defraudato migliaia di famiglie. Si è chiesto come possa un fallito come lui pensare di governare una regione. Se l'è cantata e suonata da solo di fronte ad un manichino. Non credo che quello che aveva davanti fosse un giornalista. Se ci fate caso non respira e si notano le giunture di plastica tra il collo e la bocca.

Come se non bastasse ha vaneggiato di 80 miliardi di euro da immettere nel mercato per risollevare le aziende italiane.

Adesso che ci penso. Dopo i sei milioni di persone intercettate nell'archivio Genchi, questa degli 80 miliardi mi sembra quasi credibile.

lunedì 2 febbraio 2009

Giuseppe Gatì, un ragazzo libero



Chissà cosa starà pensando in questo momento Vittorio Sgarbi.

Vittorio Sgarbi è attualmente sindaco del paesino di Salemi, in provincia di Trapani. E' stato eletto da poco. E' sceso dal nord a raccontare cialtronate tipo "comune artistico", "città futurista", "repubblica degli artisti", "comune illuminato". La gente se l'è bevuta e l'ha votato con il 61% delle preferenze. Ora si ritrovano con il celebre fotografo Oliviero Toscani nei panni di assessore con delega ai diritti umani, comunicazione, creatività e ambiente e con Graziano Cecchini, quello che ha riversato le palline colorate sulla scalinata di piazza di Spagna, nominato assessore al Nulla.

Un gruppo di buontemponi strampalati alla guida di un paese con seri problemi di criminalità ed infiltrazioni mafiose. Ma di mafia a Salemi Sgarbi non ha mai voluto sentir parlare. Ha sdoganato il problema mafia e l'ha reso materia frivola, accademica, una questione di maniera, puramente artistica. Oliviero Toscani, per dire, è colui che si è inventato l'idea geniale di depositare il marchio "M.A.F.I.A.". Cosa ne voglia fare non si sa. Stamparlo su delle magliette? Appiccicarlo sul culo di qualche jeans alla moda? Ma Toscani è un artista e se l'ha fatto ci sarà un motivo: c'è del genio sotto.

Sgarbi ha sdoganato la mafia a Salemi. L'ha fatta diventare leggero fenomeno di costume da cui trarne pubblicità e da vendere come marchio doc. Una sparata di una testa matta? In realtà c'è molto di più.

A fine dicembre a Salemi è stato organizzato un incontro per la presentazione del nuovo libro di Lino Jannuzzi, giornalista e senatore del PDL, intitolato "Lo Stato e lo sbirro", dedicato alla vicenda giudiziaria di Bruno Contrada. Ora, non so quanti di voi conoscano questo fenomeno da baraccone. Lino Jannuzzi, 81 anni, è assurto agli onori della cronaca per aver scritto un libro sul processo Andreotti in cui rivisita la sentenza sostenendo l'assoluzione completa del senatore a vita (in realtà ritenuto colpevole di associazione mafiosa fino almeno al 1980) e un altro libro in cui attacca pesantemente il procuratore Giancarlo Caselli, capo del pool antimafia di Palermo, reo di aver istruito un processo farsa ai danni di Andreotti. Non solo. Lino Jannuzzi ha fatto scalpore anche quando nel 2001 su Panorama descrisse i dettagli di un presunto complotto ai danni di Silvio Berlusconi, ad opera di Ilda Boccassini ed altri tre magistrati che si sarebbero incontrati in gran segreto in un albergo di Lugano per definire delle strategie per arrestare Berlusconi. Tutte fandonie inventate di sana pianta. Jannelli, Panorama e la Mondadori sono stati condannati pesantemente per calunnia in tre processi differenti.

Questo Lino Jannuzzi compare addirittura in una conversazione tra il boss mafioso Giuseppe Guttadauro e l'amico mafioso Salavatore Aragona. Viene indicato come "un tizio buono" e "in intimissimi rapporti con Dell'Utri". Ora, da un personaggio del genere, un pataccaro di professione, calunniatore e ben voluto dai mafiosi, cosa ci si può aspettare che dica sul caso Contrada, condannato definitivamente in Cassazione a dieci anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa? E infatti nel suo nuovo libro scrive: "quindici anni di persecuzioni e di processi basati soltanto sulle calunnie dei pentiti, senza riscontri e senza prove". E te pareva.

Bene. In quell'incontro a Salemi del dicembre scorso, oltre al sindaco Vittorio Sgarbi erano presenti nell'ordine: l'assessore Oliviero Toscani, la collaboratrice Maria Giovanna Maglie, e l'avvocato personale di Bruno Contrada Giuseppe Lipera, noto per aver difeso decine di mafiosi e per aver tentato nel '93 di costituire un movimento indipendentista chiamato "Sicilia libera", un partito fantoccio ad uso e consumo della mafia, voluto espressamente da Leoluca Bagarella. Ospite d'onore: Marcello Dell'Utri, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa a nove anni di reclusione. Ci mancavano solo Riina e Provenzano e il quadretto era ricomposto.

Durante quello squallido incontro Sgarbi non ha perso occasione per scherzare con Dell'Utri e gli ha chiesto con il sorriso sotto i baffi di dire una volta per tutte la verità su quella famosa storia di Mangano, al che Dell'Utri, molto divertito, ha preso a raccontare la favoletta del fattore chiamato ad Arcore da Silvio Berlusconi per curare i cavalli. La scenetta si è conclusa tra i sorrisi soddisfatti dei presenti e uno Sgarbi che assicurava che nel Trapanese la mafia non esiste più, è scomparsa da tempo e chi crede ancora alla mafia è un sognatore che cerca solo delle scuse per giustificare il fatto che il turismo non decolla e altre buffonate del genere.

Immaginate: Sgarbi, attorniato da collaboratori di mafiosi, amici di mafiosi, difensori d'ufficio di mafiosi, in un incontro in cui si tenta di riabilitare la figura di un favoreggiatore di mafiosi per mezzo di un libro scritto da un tizio nelle grazie di mafiosi, che annuncia che la mafia a Trapani è scomparsa, è pura invenzione, un gioco stilistico su cui si può scherzare e da cui perfino trarre visibilità. Uno spettacolo sinceramente indecente e inverecondo.

Se non altro perchè Vittorio Sgarbi è lo stesso che è stato condannato in via definitiva per diffamazione nei confronti di Giancarlo Caselli. Una furia calunniatrice senza precedenti e senza apparente giustificazione che portava Sgarbi, nel '95, in diretta dagli studi del TG5, ad accusare Caselli di essere il mandante dell'omicidio di Don Pino Puglisi. Il killer sarebbe stato Leoluca Orlanso. Don Puglisi, per la cronaca, è uno dei tanti eroi uccisi barbaramente per mano della mafia a causa del suo coraggio e della sua libertà. Lo freddarono Gaspare Spatuzza e Salvatore Grigoli nella sua chiesa con un colpo alla nuca. I mandanti, i fratelli Graviano, sono stati condannati all'ergastolo.

Non contento di queste deliranti farneticazioni, nel '98, dopo il suicidio del procuratore della repubblica di Cagliari, Luigi Lombardini, implicato nel sequestro di Silvia Melis, torna a lanciare accuse infuocate a Giancarlo Caselli, considerato il responsabile morale del suicidio di Lombardini (Caselli l'aveva appena interrogato). Sgarbi, in un'intervista rilasciata a Renato Farina sul Gioranle, arrivò a chiedere l'arresto di Caselli e la sua sospensione dal servizio e dallo stipendio. Uno dei passaggi dell'intervista: "A Palermo Caselli e' un contropotere che si e' distinto solo per un'attività politica, per inchieste politiche...ha dato credito a mafiosi, assassini e finti pentiti, ridicolizzando gli onesti...non al servizio ma contro lo Stato".

Per aver pubblicato queste infamanti dichiarazioni Renato Farina e il direttore del Giornale Mario Cervi patteggiano la pena. Sgarbi invece decide di andare a processo. In realtà, il giorno dell'udienza al Tribunale di Desio non si presenta facendo sapere di essere a Bologna per un altro processo. Quando il giudice di Desio telefona a Bologna per avere notizie si scoprirà che Sgarbi a Bologna aveva fatto lo stesso dicendo di essere impegnato in un processo a Desio. Geniale. Verrà condannato definitivamente dalla Cassazione per diffamazione aggravata sulle indagini del pool antimafia di Palermo, guidato da Giancarlo Caselli.

Questo personaggio, condannato anche tra l'altro per truffa ai Beni Culturali, il 29 dicembre scorso si trovava nella biblioteca Agrigento, ospite d'onore, al fianco del sindaco di Agrigento Marco Zambuto. Non aveva ancora preso la parola e già Sgarbi era riuscito a fare una battutaccia volgare sulla pessima condizione delle strade della zona. Nella platea si trovava un ragazzo di nome Giuseppe Gatì. Con un gruppetto di amici si era armato di telecamera e aveva voluto essere presente all'incontro per contestare il sindaco di Salemi e far sapere alla gente che razza di personaggio avevano di fronte.

Giuseppe Gatì, tra lo sconcerto generale, ha interrotto Sgarbi e ha incominciato a ricordargli le sue numerose condanne per truffa e diffamazione. E' stato immediatamente braccato dalle forze dell'ordine presenti in sala, strattonato, spintonato, gente che tentava di tirargli calci e pugni, Sgarbi che gli inveiva contro ogni sorta di improperio, la telecamera strappata con forza dalle mani di una sua amica che stava riprendendo l'accaduto. Nella concitazione generale Giuseppe riesce a gridare in faccia a Sgarbi per ben tre volte: "Viva Caselli! Viva il pool antimafia!", prima che venga portato via di peso, rinchiuso per ore in una stanzetta laterale, identificato, minacciato e lasciato lì senza poter vedere nessuno. Sarà rilasciato a notte fonda con queste parole: "Devi capire che ti sei messo contro Sgarbi, che è stato ministro..."

Giuseppe Gatì non è un pazzo esaltato in cerca di visibilità. Giuseppe Gatì è un ragazzo di 24 anni con nobilissimi ideali, che da tempo è impegnato nel suo piccolo in una lotta contro l'omertà e la mafia in Sicilia. Ha aperto un blog da qualche mese, La mia terra la difendo. "Questo blog nasce dall’esigenza di dire basta al clima di illegalita’ e ingiustizia che si respira nel nostro Paese, e soprattutto in Sicilia", scrive. "Organizzero’ azione di informazione e formazione dei cittadini attraverso volantinaggi, incontri di dibattito e approfondimento, pubblicazione di filmati e interviste di propria produzione. E’ arrivato il nostro momento, il momento dei siciliani onesti, che vogliono lottare per un cambiamento vero, contro chi ha ridotto e continua a ridurre la nostra terra in un deserto, abbiamo l’obbligo morale di ribellarci".

Giuseppe Gatì ha le idee ben precise: "Quando ero più giovane me ne volevo andare da questa terra. Ma riflettendoci, ho capito che non sono io che me ne devo andare ma loro. Io la mia terra la difendo e tu?"

Giuseppe Gatì è morto due giorni fa mentre lavorava nel caseificio del padre, folgorato da una scarica elettrica. Destino infame.

Fa impressione, ora che non c'è più, rivedere quel video di un mese fa in cui, con occhi sinceri e coraggio non comune, trattenuto a stento dalle forze dell'ordine, urla in faccia a Sgarbi la sua più grande vergogna: "Viva Caselli! Viva il pool antimafia!".

Questo è un piccolo omaggio a Giuseppe Gatì, un ragazzo libero.

Chissà cosa starà pensando in questo momento Vittorio Sgarbi.