martedì 15 giugno 2010

De Donno: La trattativa fu gestita da lobby economico-politiche

Sembrano essere passate del tutto inosservate le dichiarazioni rilasciate qualche giorno fa dall’ex capitano del ROS Giuseppe De Donno, che, per la prima volta, in esclusiva, ha deciso di apparire in televisione e raccontare la sua verità sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. E’ successo durante la trasmissione “Complotti”, diretta da Giuseppe Cruciani e andata in onda l’8 giugno su La7 poco prima di mezzanotte. Un’ora intensa di testimonianze appassionate e ricostruzioni dettagliate, direttamente dalle parole di testimoni d’eccezione. Tra questi, appunto, l’ex capitano De Donno, braccio destro dell’allora colonnello Mario Mori, recentemente indicato da Massimo Ciancimino come uomo chiave della trattativa che avrebbe visto protagonisti da un lato i Carabinieri del ROS e dall’altro l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino. Don Vito, ha raccontato in aula il figlio Massimo, avrebbe rappresentato (a cavallo tra la strage di Capaci e quella di Via D’Amelio fino al suo arresto avvenuto a fine dicembre ’92) gli interessi dei capi corleonesi di Cosa Nostra, Salvatore Riina prima e Bernardo Provenzano poi. Sul piatto, Riina avrebbe messo la revisione del maxiprocesso, la revoca del carcere duro e della confisca dei beni per i mafiosi (più tutta una serie di altre richieste secondarie stilate nel famoso papello) in cambio della cessazione della strategia stragista.

Massimo Ciancimino ha raccontato che gli incontri tra suo padre e il capitano De Donno iniziarono una decina di giorni dopo Capaci e proseguirono, in successione, sia prima che dopo Via D’Amelio. Cosa racconta De Donno in proposito? Esattamente quello che ha raccontato Massimo Ciancimino, né più né meno.


Ascoltiamolo: “Subito dopo la strage di Capaci (l’omicidio del dottor Falcone) io incontro Massimo (Ciancimino, nda) in aereo e gli chiedo di poter avere un contatto con suo padre per poter ottenere delle indicazioni utili alla nostre attività di contrasto a Cosa Nostra e Massimo mi dice che avrebbe rappresentato al padre questa mia richiesta e che mi avrebbe fatto sapere. Da lì poi nacque il rapporto con Vito Calogero Ciancimino.”



Strano, perché i primi a definire questi contatti con il termine di “trattativa” erano stati proprio Mori e De Donno, durante la loro deposizione nel processo per la strage dei Georgofili. Raccontando i propri incontri con Vito Ciancimino dinanzi alla Corte d’Assise di Firenze, il 27 gennaio 1998 Mori aveva rivelato: “Allora, (Ciancimino, nda) dice: 'Io ho preso contatto, tramite intermediario (dr. Antonino Cinà, nda), con questi signori qua (i Corleonesi, nda), ma loro sono scettici perché voi che volete, che rappresentate?' Noi non rappresentavamo nulla, se non gli ufficiali di Polizia Giudiziaria che eravamo, che cercavano di arrivare alla cattura di qualche latitante, come minimo. Ma certo non gli potevo dire che rappresentavo solo me stesso... Allora gli dissi: 'Lei non si preoccupi, lei vada avanti'. Lui capì a modo suo, fece finta di capire e comunque andò avanti. E restammo d'accordo che volevamo sviluppare questa trattativa.” E ancora: “Ciancimino mi disse: ‘Guardi, quelli accettano la trattativa, le precondizioni sono che l'intermediario sono io, Ciancimino, e che la trattativa si svolga all'estero. Voi che offrite in cambio?’ Io risposi: ‘Beh, noi offriamo questo. I vari Riina, Provenzano e soci si costituiscono e lo Stato tratterà bene loro e le loro famiglie’.” E infine: “Io pensavo, e ritengo di averlo espresso questo concetto, che Ciancimino avrebbe tirato alla lunga questa trattativa per vedere in effetti noi che cosa gli potevamo offrire come persona, non come soggetto inserito in una organizzazione.


Dello stesso tenore, ed anzi perfino più esplicite, erano state, allora, le dichiarazioni di De Donno: “Gli proponemmo (a Ciancimino, nda) di farsi tramite, per nostro conto, di una presa di contatto con gli esponenti dell'organizzazione mafiosa di Cosa nostra al fine di trovare un punto di incontro, un punto di dialogo finalizzato alla immediata cessazione di quest'attività di contrasto netto, stragista nei confronti dello Stato. E Ciancimino accettò. (...) Gli facemmo intendere che noi, nella trattativa, eravamo lì in veste di rappresentanti dello Stato”.

Oggi invece De Donno appare in televisione mantenendo un profilo decisamente più basso e negando in modo assoluto l’esistenza di trattative segrete: “Non esisteva nessuna trattativa. Lui (Ciancimino, nda) potrebbe aver compreso che il nostro fine ultimo era una discussione con Cosa Nostra che, ribadisco, non era assolutamente mai stata presa in considerazione come obiettivo del nostro lavoro. Gli chiediamo che i capi di Cosa Nostra si consegnino alla giustizia ottenendo in cambio un trattamento equo nei processi e un buon trattamento per le famiglie. Quindi gli chiediamo sostanzialmente una resa di Cosa Nostra allo Stato.”


Guai dunque a chiamarla trattativa. Era semmai una richiesta perentoria di resa totale di Cosa Nostra. Richiesta che, tra l’altro, appare alquanto audace e lascia non pochi dubbi e perplessità. Come poteva uno Stato, che in quel periodo era “in ginocchio”, secondo la definizione dello stesso Mori, presentarsi dai capi di Cosa Nostra in una posizione di forza chiedendone addirittura la consegna incondizionata? Perchè mai Cosa Nostra, nel suo periodo di massima potenza militare, avrebbe dovuto accettare una proposta simile in cambio, sostanzialmente, di nulla? Che senso aveva una richiesta del genere?


Sono dubbi sollevati anche dalla corte di assise di Firenze nel processo per la strage di via dei Georgofili: "Allo stato, infatti, non v’è nulla che faccia supporre come non veritiere le dichiarazioni dei due testi qualificati sopra menzionati (il gen. Mori ed il col. De Donno, ndr), salvo alcuni contraddizioni logiche ravvisabili nel loro racconto (non si comprende, infatti, come sia potuto accadere che lo Stato, “in ginocchio” nel 1992 - secondo le parole del gen. Mori - si sia potuto presentare a “cosa nostra” per chiederne la resa; non si comprende come Ciancimino, controparte in una trattativa fino al 18-10-92, si sia trasformato, dopo pochi giorni, in confidente dei Carabinieri; non si comprende come il gen. Mori e il cap. De Donno siano rimasti sorpresi per una richiesta di “Show down”, giunta, a quanto appare logico ritenere, addirittura in ritardo" (motivazioni sentenza di primo grado del processo per la strage di via dei Georgofili a Firenze, 6 giugno 1998).

Ma la prudenza di De Donno nel merito non può stupire più di tanto. Sia lui che Mori, a seguito delle rivelazioni di Massimo Ciancimino, sono stati da poco iscritti nel registro degli indagati dalla Procura della Repubblica di Palermo con l’accusa di violenza o minaccia a un corpo politico amministrativo. E’ chiaro che a questo punto le parole diventano pesanti come macigni. E per questo, De Donno non retrocede di un millimetro dalla versione ufficiale: l’entrata in scena di Mori sarebbe successiva alla strage di Via D’Amelio. Per la precisione, il pomeriggio del 5 agosto 1992. Spiega l’ex capitano del ROS: “La strage di Via D’Amelio produce in Vito Calogero Ciancimino la decisione di passare a vie di fatto, cioè di iniziare a collaborare seriamente con noi. Quando io colsi che lui aveva questa sensazione alzai il tiro e introdussi il colonnello Mori. Il primo incontro tra Vito Calogero Ciancimino, il colonnello Mori e me avviene il 5 agosto del ’92, poi quello successivo, a cui partecipa il colonnello Mori, è a fine agosto ’92 e di lì in successione fino ad ottobre.”


Tralasciando il fatto che il nesso tra la strage di Via D’Amelio e l’intenzione di collaborare da parte di Ciancimino non appare del tutto chiaro, la partita, ormai, da tempo si gioca quasi esclusivamente su questa data, 5 agosto 1992, sedici giorni dopo la strage di Via D’Amelio. Massimo Ciancimino ha invece dichiarato che Mori avrebbe partecipato fin da subito agli incontri con suo padre. “Almeno due o tre volte” prima del 19 luglio 1992. La cosa non è di poco conto. E’ chiaro che, nella ricostruzione degli avvenimenti, far intervenire Mori dopo la strage di Via D’Amelio ha un significato ben preciso: significa derubricare i primi contatti tra De Donno e Ciancimino a semplici abboccamenti, a tentativi di dialogo, nulla più. Significa quindi allontanare dalle spalle degli ufficiali del ROS quel gravoso fardello di un’iniziativa, l’avvio di una “trattativa”, che è stata indicata dalla sentenza BORSELLINO BIS come una delle cause esterne a Cosa Nostra dalle cui dipese la brusca accelerazione della fase esecutiva della strage di via D’Amelio: "Al di là delle buone intenzioni dei carabinieri che vi hanno preso parte, chi decise la strage dovette porsi il problema del significato da attribuire a quella mossa di rappresentanti dello Stato; il significato che vi venne attribuito, nella complessa partita che si era avviata, fu che il gioco al rialzo poteva essere pagante" (motivazioni sentenza d’appello BORSELLINO BIS sulla strage di via D’Amelio, 18 marzo 2002). Ecco perché, nonostante Massimo Ciancimino abbia testimoniato in senso assolutamente contrario, raccontando che anzi il padre si sentiva moralmente responsabile della morte del giudice (“Con questa gente non si doveva trattare”), le dichiarazioni di De Donno non possono stupire, perché in linea con la tesi difensiva da sempre strenuamente sostenuta.


Ciò che lascia un po’ perplessi, invece, è il riferimento al rapporto padre-figlio che De Donno fa subito dopo, parlando di Massimo: “Massimo Ciancimino non ha avuto nessun ruolo tranne quello di o portarci il caffè quando eravamo a colloquio con il padre o quello di contattarmi per dirmi che il padre voleva vedermi. Ma il padre, le dirò di più, non aveva assolutamente nessuna fiducia nei confronti di Massimo Ciancimino e, rispettando questa consegna, io non ho mai parlato con Massimo Ciancimino neanche negli altri incontri di quello che stavamo facendo con il padre.”


In realtà, nulla di quanto dice De Donno intacca di un solo millimetro la ricostruzione di Massimo Ciancimino, il quale non ha mai dichiarato di avere avuto un qualche ruolo importante negli incontri tra suo padre e gli ufficiali del ROS, ha riferito correttamente di non aver mai partecipato a quegli incontri ma di averli semplicemente organizzati, e ha raccontato che il padre gli parlò dei contenuti di quegli incontri sono molti anni più tardi. Vito Ciancimino non aveva nessuna fiducia nel figlio? Può darsi. Anche se, allora, appare molto strano il fatto che Massimo sia stato, a detta anche di tutti gli altri quattro fratelli maggiori, la persona da sempre più vicina e legata al padre, con cui aveva iniziato a scrivere pure un libro che avrebbe raccolto tutte le sue memorie. E d’altra parte non si vede come questo dato, ancorché fosse vero, possa minare l’attendibilità di Ciancimino jr. L’argomentazione di De Donno, in questo caso, appare decisamente debole.


Così come non pare di sostanziale importanza il fatto che De Donno ribadisca di non aver mai saputo nulla del famigerato papello: “Io non ho mai visto il papello, non ha mai visto il papello il colonnello Mori e non ci è stato mai mostrato nessun papello da Vito Calogero Ciancimino. Le dirò di più. Vito Calogero Ciancimino nei nostri incontri non ha mai parlato dell’esistenza di un papello.” A voler prendere le parole di De Donno alla lettera, questa precisazione non escluderebbe che Vito Ciancimino abbia potuto parlare ai Carabinieri dei contenuti del papello senza fare alcun riferimento al pezzo di carta in sé. Ciò che conta, è ovvio, è ciò che Don Vito ha effettivamente raccontato agli ufficiali e come ha risposto alla domanda postagli dal colonnello Mori: “Ma signor Ciancimino, ma cos'è questa storia qua? Ormai c'è muro contro muro. Da una parte c'è Cosa Nostra, dall'altra parte c'è lo Stato. Ma non si può parlare con questa gente?”.

Capire se sia esistito davvero questo famoso papello, della cui esistenza tra l’altro parlò per primo Giovanni Brusca in tempi non sospetti, o se sia autentica la copia consegnata da Massimo Ciancimino ai magistrati di Palermo su cui è scritto esplicitamente in stampatello “CONSEGNATO PERSONALMENTE AL COLONNELLO DEL ROS MARIO MORI”, diventerebbe semplicemente una nota di colore nel caso in cui venisse dimostrato che una trattativa precisa, articolata e continuata tra pezzi dello Stato e i capi di Cosa Nostra effettivamente c’è stata. Sarebbe solo l’ultimo tassello di un puzzle fin troppo chiaro. Nulla aggiunge e nulla toglie dunque questa negazione di De Donno. Il problema non è il papello in sé. Il problema è se, dei contenuti che sarebbero stati presenti nel papello, si sia parlato o meno.


Se dunque, fino a questo punto, le dichiarazioni di De Donno, lungi dallo smentire la dettagliata ricostruzione offerta da Massimo Ciancimino ai magistrati di Palermo, possono apparire abbastanza scontate e in linea con la tesi difensiva da sempre sostenuta, è il finale dell’intervista a lasciare completamente spiazzati. De Donno la butta lì, come fosse una cosa da nulla, quasi fosse ovvio e risaputo. E lo fa soppesando ancor di più le parole, cercando l’aggettivo giusto, addirittura l’avverbio adatto, quello che possa rendere la frase più esatta possibile. Ma quello che dice è devastante. Lo scenario che prospetta non può che destare sconcerto.

Dice: “Noi ci inseriamo inconsapevolmente in un terreno estremamente minato sconoscendo, chiaramente, che, verosimilmente, qualcuno stava discutendo realmente con Cosa Nostra e non per gli stessi obiettivi che noi perseguivamo. Se trattativa esisteva, probabilmente era condotta da qualche parte, sicuramente politica o rappresentativa di alcuni interessi economici di lobby, che però era realmente in grado di mantenere eventuali promesse."


E’ necessario rileggere il tutto lentamente, parola per parola, per comprendere appieno quello che il capitano ha voluto dire, il messaggio che ha voluto lanciare. Gli avverbi, pesantemente reiterati, raccontano più delle parole stesse. Noi ci inseriamo inconsapevolmente. “Inconsapevolmente”. De Donno ci sta dicendo che l’idea del ROS di avvicinare Ciancimino fu qualcosa di assolutamente spontaneo, quasi ingenuo. Non avevano idea di essersi addentrati in un terreno “estremamente” minato, come se decidere di mettersi a parlare con i capi corleonesi per intermediazione di Vito Ciancimino fosse la cosa più naturale e scontata che i due ufficiali dei Carabinieri potessero fare in quel momento. “Sconoscendo, chiaramente, che, verosimilmente, qualcuno stava discutendo realmente”. Le parole soppesate come macigni. Traduzione: è ovvio, dice De Donno, che loro non potessero sapere che, invece, alle loro spalle c’era qualcun altro che portava avanti la trattativa ad un livello superiore e con obiettivi differenti. E’ ovvio? Dunque la trattativa ci fu e fu gestita addirittura da apparati superiori? Beh, se non fosse già abbastanza chiaro, De Donno lo spiega senza mezzi termini: “Se trattativa esisteva, probabilmente era condotta da qualche parte, sicuramente politica o rappresentativa di alcuni interessi economici di lobby”.


Tra un “probabilmente”, un “sicuramente” e un “verosimilmente”, De Donno lascia cadere la bomba. Se una trattativa vera e propria ci fu, questa la sua ipotesi, essa fu gestita da interessi politico-affaristici, con i quali i ROS non hanno mai avuto a che fare. Anzi, i ROS si trovarono semplicemente in mezzo, “inconsapevolmente”, in un gioco più grande di loro. Come a dire: dopo gli ultimi sviluppi di indagine, tenendo conto anche delle dichiarazioni incrociate di Massimo Ciancimino, dell’ex ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli, dell’ex presidente della Commissione Antimafia Luciano Violante, dell’ex direttore degli Affari Penali Liliana Ferraro, dell’ex segretario generale presso la Presidenza del Consiglio Fernanda Contri, fino ad arrivare alle ultime esternazioni del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, sarà difficile continuare a smentire l’esistenza di una trattativa, ma chi di dovere sappia che le responsabilità vanno cercate altrove. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

E nell’attesa di capire se questa nuova teoria, alquanto audace per la verità, della “doppia-trattativa”, una condotta dal ROS con fini nobili e una condotta parallelamente da imprecisate lobby di potere con fini eversivi, possa avere un qualche senso logico, la palla avvelenata viene rimbalzata prepotentemente lontano dal ROS. E anche se la notizia non ha avuto la necessaria eco mediatica, siamo certi che coloro ai quali il messaggio di De Donno era diretto, in questo momento staranno già pensando a come raccogliere e ributtare indietro quella palla. Possibilmente senza farsi troppo male.

sabato 5 giugno 2010

Il puzzle ricomposto. Ecco la cronologia esatta della trattativa



Quella che presentiamo qui di seguito è la ricostruzione cronologica più fedele e meticolosa che mai sia stata fatta di tutte le fasi salienti della cosiddetta “trattativa” tra i vertici di Cosa Nostra e pezzi delle Istituzioni, a partire dalla seconda settimana del mese di giungo 1992 quando il capitano del Reparto Operativo Speciale (Ros) dei Carabinieri Giuseppe De Donno incontra per la prima volta l'ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino fino a giungere ai giorni nostri. Questa ricostruzione, che si concentra principalmente sul periodo più oscuro e controverso che va dalla morte di Salvo Lima (12 marzo 1992) fino all'arresto di Totò Riina (15 gennaio 1993) passando attraverso le stragi di Capaci e Via D'Amelio, è basata su un lavoro di ricerca, di analisi e di raffronto fra vari tipi di documentazione: i verbali di interrogatorio resi alla procura di Palermo da Massimo Ciancimino (il figlio prediletto di don Vito), le deposizioni dello stesso Massimo ma anche del fratello Giovanni, del colonnello Michele Riccio e di Luciano Violante al processo a carico di Mario Mori e Mauro Obinu in corso a Palermo per favoreggiamento a Cosa Nostra, le dichiarazioni spontanee dello stesso generale Mori, articoli di giornale recuperati in archivio, pizzini inediti, manoscritti autentici, agende personali, carte e carteggi originali sequestrati dall'autorità giudiziaria, dichiarazioni ufficiali rilasciate dai vari protagonisti nel corso degli anni, sentenze passate in giudicato, eventi storici indiscutibili e fatti ormai acquisiti.


Quello che ne esce è un puzzle impressionante, ricomposto tassello per tassello, che, pur presentando ancora qualche buco nero, si lascia guardare in tutta la sua interezza. E svela una Verità che fa male, malissimo, e che ormai viene a galla in tutte le sue sfumature più indecenti. Racconta di un'Italia che per quasi un anno, dal marzo '92 fino al gennaio '93, è stata letteralmente in balia, con la presunta complicità di estesi apparati dello Stato, di un pazzo criminale analfabeta, al secolo Totò U' Curtu. E che, per i restanti tredici anni successivi al suo arresto, ha vissuto in precario equilibrio su un filo sottilissimo sospeso nel vuoto. Da un lato, a tenere il filo, oscuri personaggi in auto blu. Dall'altro, Bernardo Provenzano.


La cronologia esatta della trattativa


Giugno 1990

Il capitano del Ros Giuseppe De Donno esegue un mandato d'arresto nei confronti di Vito Ciancimino per irregolarita' nella gestione degli appalti. Viene perquisito il suo villino a Mondello (Palermo). E' in questa occasione che De Donno conosce per la prima volta sia don Vito che il figlio Massimo. Entrambi, padre e figlio, ne apprezzano l'atteggiamento molto gentile e professionale. Fra di loro si instaura un rapporto di fiducia e cordialità, tanto che, da quel momento in poi, Massimo e De Donno, coetanei, si incontreranno spesso, sia al bar che in caserma, e inizieranno a darsi del tu.

Luglio 1990

Dopo meno di un mese, la Suprema Corte di Cassazione presieduta da Corrado Carnevale annulla la misura di custodia cautelare nei confronti di Vito Ciancimino. Don Vito esce dal carcere.

Prima metà del 1991

Vito Ciancimino si trova nella sua abitazione romana di Via San Sebastianello 9 a pochi passi da Piazza di Spagna: su di lui pende un divieto di soggiorno a Palermo. Don Vito ordina al figlio Massimo di scendere a Palermo, di recarsi a casa di Pino Lipari a San Vito Lo Capo e di farsi consegnare una busta. La cosa è agevolata dal fatto che Massimo è fidanzato con la figlia di Lipari, Rossana. Ad attenderlo ci sono sia Pino Lipari che Bernardo Provenzano. Gli consegnano la busta, chiusa ma non incollata. Massimo la riporta al padre. La aprono e la leggono insieme. Don Vito non è sorpreso: se l'aspettava. La lettera è indirizzata al dottor Marcello Dell'Utri e contiene esplicite minacce all'incolumità dei figli di Berlusconi. Don Vito ha il compito di dare il suo parere sulla missiva e poi di consegnarne una copia ad un certo signor Franco.
E' bene qui aprire una piccola parentesi su questo oscuro personaggio, la cui presenza sarà costante durante le varie fasi della trattativa. Il nome con cui Massimo Ciancimino è solito chiamarlo (l'ha memorizzato così sul cellulare) è Franco. Così glielo ha presentato suo padre. Don Vito invece, nei suoi incontri privati, lo chiama Carlo. Essendo entrambi, molto probabilmente, nomi di fantasia utilizzati per coprire l'identità del personaggio, lo chiameremo d'ora in poi col nome ormai giornalisticamente più diffuso, ovvero Franco. Residente a Roma, all'epoca tra i 45 e i 50 anni, brizzolato, occhiale quadrato, senza barba né baffi, molto alto, con tre-quattro passaporti, il signor Franco è uno degli uomini più potenti all'interno dei Servizi Segreti, in contatto con i piani alti delle istituzioni e in collegamento diretto con Bernardo Provenzano. Gira in Mercedes blu per le vie di Roma. Tanto per dire, questo signor Franco, insieme a don Vito, incontrerà almeno un paio di volte, in via di Villa Massimo e in Via del Tritone a Roma, gli ex Alti Commissari per la lotta alla mafia, il dottor Emanuele De Francesco e il dottor Domenico Sica. La conoscenza tra Franco e la famiglia Ciancimino risale addirittura agli anni '70, ma Massimo continuerà a vederlo fino alla morte del padre nel 2002. Massimo si dice sicuro che il signor Franco sia tuttora in vita.

15 Dicembre 1991

Gaspare Mutolo, mafioso affiliato alla famiglia di Partanna Mondello, agli arresti nel centro clinico di Pisa, incontra durante un colloquio riservato Giovanni Falcone al quale comunica la sua intenzione di diventare collaboratore di giustizia. Falcone prende atto della scelta di Mutolo ma lo informa che, in qualità di Direttore degli affari penali al ministero di Grazia e Giustizia, non potrà interrogarlo di persona ma troverà un valido sostituto al quale affidarlo. Mutolo non sa se iniziare la collaborazione perché è disposto a farlo solo con una persona di assoluta fiducia e per questo aveva deciso di affidarsi a Falcone. Il giudice spiega allora a Mutolo l'importanza del suo lavoro a Roma al ministero e cerca di convincerlo a non perdere l’opportunità della collaborazione. Mutolo si riserva di decidere. Falcone e Mutolo si lasciano con l’impegno di non comunicare a nessuno il contenuto della discussione. Mutolo si mostra subito estremamente preoccupato per una possibile fuga di notizie in ambienti istituzionali. Purtroppo anche nel suo ufficio ci sono amici dei mafiosi”, dice Mutolo al giudice Falcone facendogli espressamente i nomi di “Mimmo e Bruno”. Falcone capisce che si tratta rispettivamente di Domenico Signorino e Bruno Contrada e promette che, in caso Mutolo decida di collaborare, troverà un collega serio e fidato che possa occuparsi del suo caso.

30 gennaio 1992

La Cassazione conferma le condanne del maxiprocesso istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Gli ergastoli comminati alla cupola di Cosa Nostra diventano definitivi.

12 marzo 1992

L'eurodeputato democristiano Salvo Lima, proconsole del primo ministro Giulio Andreotti in Sicilia, viene assassinato a Mondello (Palermo). In macchina con lui c'è anche Nando Liggio, che assiste alla scena dell'esecuzione, una delle più terribili di sempre. Lima ha infatti il tempo di capire esattamente a cosa stia andando incontro: si accorge dell'agguato, scende dalla macchina, tenta di scappare, i sicari lo inseguono per almeno un paio di minuti e poi lo freddano a colpi di pistola. Giovanni Ciancimino, l'altro figlio di don Vito, riferisce che il padre, subito dopo l'omicidio, era molto provato e spaventato. Era convinto infatti che avrebbe fatto la stessa fine di Lima. “Lui diceva sempre: - Chissà se ci rivedremo di nuovo... -” Don Vito non ritiene nemmeno prudente scendere a Palermo per i funerali. Ci manda Massimo a portare le sue condoglianze.

15 marzo 1992

Massimo Ciancimino viene contattato dallo zio Giuseppe Lisotta. Gli riferisce che Nando Liggio chiede un incontro immediato con suo padre. Ha visto in faccia gli assassini di Lima ed ora è terrorizzato, si nasconde e non esce più nemmeno di casa. Massimo torna a Roma e comunica la richiesta al padre.

Terza settimana di marzo 1992

Don Vito, nonostante i timori, decide di scendere a Palermo. Incontra prima Lisotta e poi Provenzano in un appartamento in via Leonardo da Vinci. E' un incontro di fondamentale importanza, “un incontro clou” come lo definirà Massimo. Riina aveva appena mandato a dire a Provenzano di non preoccuparsi delle possibili reazioni dello Stato all'omicidio Lima, perché lui aveva tutto sotto controllo. Anzi, avrebbe dovuto spargere la voce, per dimostrare quale fine poteva fare chi non rispettava i patti. Di fronte a don Vito, Provenzano esterna tutto il suo disappunto: “Riina sta prendendo una piega che non mi piace. Gli hanno riempito la testa di minchiate. Qualcuno gli ha promesso, garantito qualcosa di grosso, veramente grosso. Ha intenzioni brutte. Anch'io, siccome prevedo che ci saranno gravi conseguenze, ho fatto rientrare la mia famiglia in Italia, perché prevedo che ci saranno reazioni da parte dello Stato”. Sia Provenzano che don Vito concordano sul punto: notano una vena di follia nell'atteggiamento di Riina. Provenzano, molto lucidamente, capisce che di lì a poco la situazione sarebbe precipitata. Sa che Riina non ha intenzione di fermarsi nel suo attacco allo Stato e il suo intento è quello di “tagliare certi rami secchi”, ovvero rompere quei legami politici stantii da cui ormai Cosa Nostra non può più trarre alcun giovamento. Per la prima volta, Provenzano mette in guardia don Vito dall'escalation criminale che frulla nella mente malata di Riina: l'omicidio Lima rappresenta la chiusura di vecchi rapporti e l'inizio di nuovi. Ma soprattutto: Riina ha in mano una lunga lista di nomi di politici e magistrati da far fuori. Don Vito rimane profondamente colpito dalle parole di Provenzano. Mai aveva pensato che Cosa Nostra potesse addentrarsi in una "strategia" a lungo termine. La stessa parola "strategia" era estranea al vocabolario mafioso. Cosa Nostra aveva sempre agito secondo una logica impulsiva, di azione-reazione. Evidentemente qualcosa era cambiato. Questa non era piu', solamente, mafia.
E cosa intende allora Provenzano quando dice: “Qualcuno gli ha promesso qualcosa di grosso”? Don Vito ne parlerà personalmente a Massimo nel 2000. Secondo lui, Riina, ai tempi dell'omicidio Lima, già aveva trovato nuovi referenti che l'avevano assecondato nel suo folle piano e che in qualche modo l'avevano utilizzato per dare la spallata definitiva alla già traballante Prima Repubblica. Il “grosso progetto”, secondo don Vito, era infatti quello di porre le condizioni per far nascere un grande movimento elettorale di centro, che prendesse il posto di quello che erano i partiti di riferimento di allora, travolti dallo scandalo di Tangentopoli. La mafia doveva smettere di dipendere dalla politica. Doveva iniziare a fare politica. “Oggi come oggi – racconterà don Vito pochi mesi prima di morire - mi rendo conto che infine capisco quale era il piatto della bilancia: la nascita di questa grande, nuova formazione di Centro che oggi ha un peso e che da quegli anni governa costantemente le sorti del paese”.

24 aprile 1992

Crolla il governo. Il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, travolto dalle polemiche seguite all'omicidio Lima, rassegna le sue dimissioni al Presidente della Repubblica Francesco Cossiga.

26 aprile 1992

Due giorni dopo, lo stesso Cossiga si rivolge alla nazione con un discorso televisivo a reti unificate e si dimette pubblicamente. Lo Stato è in ginocchio.

18 maggio 1992

Giovanni Falcone, Vito Ciancimino e il figlio Massimo si ritrovano casualmente sullo stesso aereo da Palermo a Roma. Don Vito è una vecchia conoscenza di Falcone. L'aveva fatto arrestare nel lontano '84. Scherzo del destino. Non si rivedranno mai più.

23 maggio 1992

Falcone torna da Roma e ad attenderlo allo svincolo di Capaci c'è una carica di tritolo che uccide lui, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Rocco Di Cillo, Antonino Montinaro e Vito Schifani.

25 maggio 1992

Dopo innumerevoli fumate nere viene eletto il nuovo capo dello stato. Contro tutti i pronostici che vedevano Giulio Andreotti favorito, viene scelto a sorpresa Oscar Luigi Scalfaro.

28 maggio 1992

In occasione della presentazione di un libro, il ministro Vincenzo Scotti candida pubblicamente Paolo Borsellino al vertice della Superprocura Antimafia. Borsellino non la prende bene. Esporlo in quel modo equivale a metterlo al centro del mirino mafioso. Infatti, uno dei possibili moventi per la strage di Capaci era proprio l'aver impedito la nomina di Falcone a Superprocuratore Nazionale Antimafia. Calogero Pulci, collaboratore di giustizia, racconterà che la sera di quello stesso giorno si trovava a tavola con altri mafiosi quando il TG3 trasmise le immagini della conferenza stampa di Scotti e Martelli. All’udire le loro parole, Piddu Madonia esclama: “E murì Bursellinu”. Pochi giorni dopo, Borsellino commenterà l’uscita di Scotti in un colloquio con il tenente Carmelo Canale: “Hanno messo l’osso davanti ai cani”.

30 maggio 1992

Massimo Ciancimino e il capitano del Ros Giuseppe De Donno si incontrano casualmente nell'area del check-in dell'aeroporto di Fiumicino. Entrambi devono prendere lo stesso volo Roma-Palermo. De Donno chiede alla hostess di trovare un posto vicino per i due. Viaggeranno accanto per tutta la durata del volo. Parlando della strage di Capaci, Massimo rivela a De Donno che il padre è rimasto molto scosso e gli ha riferito: “Questa non è più mafia. Questo è terrorismo!”. De Donno chiede a Massimo se suo padre sarebbe disposto a fare una chiacchierata con lui e con il suo superiore Mario Mori. Non in veste ufficiale ovviamente, ma in veste confidenziale. Gli lascia il suo numero di cellulare perché lo ricontatti al più presto.

1 giugno 1992

Massimo torna a Roma dopo il weekend passato a Palermo e riferisce al padre il contenuto del colloquio con il capitano De Donno. Prevede una reazione negativa da parte del padre, che era sempre stato allergico agli uomini in divisa. Invece, in modo quasi insolito, don Vito non appare meravigliato della proposta di De Donno e anzi dice di voler prendersi un paio di giorni per pensarci su con calma.

Prima settimana di giugno 1992

Provenzano passa a trovare don Vito nella sua abitazione romana. L'incontro era già stato programmato da tempo, ma il momento è propizio per parlare della trattativa. Don Vito infatti chiede a Provenzano consigli su come muoversi e vuole da lui un'autorizzazione ufficiale a parlare con i Carabinieri. Il boss dà il via libera a don Vito a trattare. Provenzano infatti non ha digerito le morti di Salvo Lima e Giovanni Falcone. Si è convinto ormai che Riina sia un pazzo da fermare a tutti i costi o porterà alla dissoluzione di Cosa Nostra in breve tempo. Nonostante le diffidenze verso l'Arma, considera la trattativa come l'unica strada percorribile: “Va bene, facciamo un tentativo, prova a trattare, prova a proporti da mediatore tra Riina, Cinà e i Carabinieri e vediamo cosa succede”. Provenzano da quel momento in poi seguirà l'evolversi della trattativa dall'esterno e verrà costantemente informato da don Vito dell'evolversi degli eventi.

Appena congedato Provenzano, don Vito, nella stessa giornata, manda a chiamare anche il signor Franco. Stessi discorsi, stesse autorizzazioni richieste. Anche Franco è d'accordo: sarà lui personalmente a gestire la trattativa, ma ad un livello più alto, facendo da anello di raccordo tra istituzioni e Cosa Nostra. Una sorta di garante esterno che però si terrà rigorosamente fuori dalla melma delle richieste e contro-richieste. Per quello ci sono i Carabinieri, che verranno mandati avanti a compiere il lavoro sporco.

Ottenuto il via libera, don Vito ordina a Massimo di contattare il capitano De Donno per stabilire immediatamente un appuntamento. Il giorno successivo, Massimo e De Donno si incontrano a Roma in zona Parioli. Parlottano. De Donno gli dice che lo richiamerà il giorno dopo. E così fa: il capitano del Ros spiega a Massimo che la loro idea è quella di costruire "un canale preferenziale e privilegiato” per poter interloquire con i vertici di Cosa Nostra tramite una persona stimata come suo padre. La proposta messa sul piatto dai Carabinieri è la resa totale e incondizionata di Cosa Nostra e l'auto-consegna dei superlatitanti. In cambio, lo Stato avrebbe assicurato agevolazioni alle famiglie dei mafiosi (mogli e figli), avrebbe avuto un occhio di riguardo per i loro patrimoni e lo stesso don Vito ne avrebbe tratto vantaggi personali in termini di agevolazioni processuali. Massimo è dubbioso, vuole garanzie, teme per la sua vita. Se viene fuori solo una parola sul fatto che sta facendo da tramite tra i Carabinieri e Vito Ciancimino per la cattura dei superlatitanti, è virtualmente un uomo morto. De Donno lo tranquillizza, gli assicura che nessuna notizia su questa trattativa sarebbe mai venuta fuori. Né ora né mai. Gli consiglia di prendere minime precauzioni e di viaggiare in areo in incognito con il nome “Cianci”. Alla fine Massimo si convince e organizza l'incontro con il padre a Roma in via San Sebastianello 9. La trattativa è ufficialmente avviata.


Continua su www.19luglio1992.com

lunedì 8 marzo 2010

La democrazia interpretata


Dopo tanto tempo in cui mi sono dedicato ad altro, torno a scrivere. Avevo deciso di utilizzare quel poco di tempo libero che ho in questo periodo per attendere a cose “più importanti” della becera politica italiana. Avevo deciso di abbandonare momentaneamente l'impegno del blog personale per dare una mano a Salvatore Borsellino e portare avanti il suo di sito insieme ad un piccolo gruppo di altri ragazzi straordinari. E così ho fatto e continuerò a fare.

Oggi però farò uno strappo alla regola perché le notizie che mi giungono qui in America dall'Italia, nonostante la lontananza e il fuso orario, sono qualcosa che umilia profondamente la coscienza civile di quei cittadini onesti che hanno il torto di credere ancora nelle istituzioni del paese in cui sono nati e vivono. E' successo qualcosa di profondamente “italiano”, nel senso più classico e stereotipato del termine. E' successo che un “pasticciaccio” dai contorni goldoniani ha avuto il potere di mettere a nudo la necrosi della democrazia italiana. Una necrosi che, da tempo, chi ha gli occhi per vedere, vede nitidamente. Ma che ora si manifesta in tutta la sua indecenza.

E' nato tutto da un panino. Un innocuo panino che ha ritardato la consegna delle firme del Pdl nel Lazio. Una scena “fantozziana”, con il delegato alla consegna che, spinto da un'impellente quanto incomprensibile fame ferina e salivazione da competizione, veniva fermato sulla porta con il boccone ancora in gola, le briciole del pane tutte sparse sulla giacca e gli scatoloni con le firme tragicamente adagiate sul piazzale di fronte al Tribunale. Tempo scaduto. Cosa sia passato nella testa (ma soprattutto nello stomaco) del poveretto che, come ho saputo da fonti che rimarranno rigorosamente anonime, è stato crocifisso in sala mensa ed esposto al pubblico ludibrio, non sarà mai dato sapere. Aveva davvero ceduto ai succhi gastrici o aveva cercato di cambiare i nomi dei candidati all'ultimo momento? Non lo sapremo mai. Ma, a questo punto, non ha nemmeno alcun interesse saperlo. Rimane giusto la compassione per un caso umano, che si è giocato faccia, lavoro e carriera per un panino alla mortadella.

E qui termina la farsa tipicamente italiana. L'inno all'approssimazione e alla “arruffoneria” che purtroppo ci distingue in tutto il mondo. Tutto il resto è un precipitare incontrollabile di eventi. Ricorsi e contro-ricorsi respinti. La lista di Formigoni anch'essa esclusa a sorpresa. Le firme sono state consegnate in tempo, ma non sono sufficienti. Timbri mancanti, certificazioni illeggibili. Fuori il principale candidato alla regione Lombardia, da 15 anni presidente incontrastato. Scoppia la bufera, dichiarazioni deliranti, c'è chi vuole scendere in piazza, chi attacca i giudici comunisti, chi grida al golpe, chi reclama il diritto al voto, chi denuncia l'ottusità di una giustizia che guarda i cavilli e tralascia la sostanza. Berlusconi annuncia una grande manifestazione popolare per il diritto al voto. Anche se non si capisce bene contro chi vorrebbe protestare (i giudici comunisti? il suo delegato beccato col panino in bocca? la legge che il suo partito ha votato? i timbri difettosi? la costituzione bolscevica?), i giornali riprendono le sue esternazioni. E monta la polemica. Si solleva il dibattito: Polverini sì, Polverini no, Formigoni sì, Formigoni no. Come se fosse una questione di opinioni o di sondaggi, non di regole.

La data delle elezioni si avvicina paurosamente e le corti d'Appello di Roma e di Milano continuano a bocciare i ricorsi. Rimane solo il Tar come unico appiglio. Troppo poco. Non si può rischiare. Berlusconi gioca l'ultima carta possibile. Un azzardo che nemmeno lui sa bene come gestire. Nemmeno lui che è riuscito negli anni a farsi approvare in serie dal Parlamento leggi su misura in una corsa forsennata contro il tempo per bloccare i suoi processi prima che arrivassero a sentenza. Butta lì la minaccia di un decreto legge. Un decreto legge che stabilisce che il suo partito è più uguale degli altri. Nel mezzo della campagna elettorale. Una campagna elettorale dove, per assicurare la massima par condicio possibile ed immaginabile, la Rai, per dire, ha avuto la grandiosa trovata di zittire ogni voce in circolazione. Siccome non si riusciva ad assicurare un pari trattamento ai partiti nei programmi di informazione politica si è preferito chiuderli del tutto. Giusto per non sbagliare. Poi si sono dimenticati di oscurare Minzolini, tanto per fare un nome, ma questa è un'altra storia. E forse avevano ragione loro. Quella non è informazione. Ecco, in questo sistema delicatissimo di equilibri, arriva come un bisonte il presidente del consiglio, che butta all'aria il tavolo e minaccia di farsi un decreto legge ad hoc per legalizzare l'illegalità. Una cosa che non sta né in cielo né in terra. E infatti non ci crede nemmeno lui. E' una sparata che ha più il tono di un appello disperato a chi di dovere: fate qualcosa o io qui pianto un casino. Insorge l'opposizione. Bersani è categorico. L'idea di un dl è qualcosa di aberrante. Se ne discute. L'idea di cambiare la legge elettorale in corso è qualcosa di palesemente anti-costituzionale. Non c'è alcuna possibilità che un discorso del genere venga preso in considerazione. Berlusconi fa marcia in dietro. Bluffa. Non c'è in programma nessun decreto di legge. Vuole sondare il terreno. Aspetta un segnale.

E il segnale, come sempre, arriva. Non dall'opposizione, incredibilmente ferma sulle sue posizioni. No. Questa volta a salvare Berlusconi ci pensa direttamente il Capo dello Stato, il garante della Carta Costituzionale. Fa sapere dall'estero di essere molto preoccupato per il “pasticcio” che si è venuto a creare. Dice di non voler essere tirato in ballo in qualcosa in cui non può avere voce in capitolo. Ma, sotto sotto, lo staff del Quirinale inizia una febbrile trattativa con lo staff di Palazzo Chigi. Bisogna arrivare ad un accordo. Napolitano non firmerà mai un decreto legge che cambi la legge elettorale. Il tradimento alla Costituzione sarebbe troppo palese. Su questo fronte non ci sono margini per trattare. Ma non si può nemmeno escludere il Pdl dalla corsa in Lazio e Lombardia. E allora. Allora ci sarebbe un modo. Se voi riuscite a cambiare la legge senza cambiarla, magari con un decreto “interpretativo” che apparentemente non viola la Costituzione e allo stesso tempo vi consente di partecipare alla tornata elettorale, allora bene, io vi firmo il decreto senza problemi. E' un suggerimento geniale. Cosa c'è di meglio che scrivere un decreto per “interpretare al meglio” la legge corrente? Niente cambiamenti. Niente stravolgimenti. Solo una ovvia, semplice e doverosa “interpretazione”. Perché, così com'è, la legge non si capisce molto bene. E' un po' ambigua.

Per esempio, quando dice che il termine della scadenza per la consegna delle firme nel Tribunale competente è mezzogiorno. Beh, è troppo generico. E' una legge scritta coi piedi. Cosa succede se io ci entro con le firme e poi, che ne so, mi viene fame e mi viene voglia di farmi un panino? E' possibile in uno stato di diritto che mi venga privato il diritto di soddisfare i miei bisogni primari, tra cui c'è quello di nutrirmi? No, ovviamente. E quindi la norma deve essere così interpretata: “il rispetto dei termini orari di presentazione delle liste si considera assolto quando, entro gli stessi, i delegati incaricati della presentazione delle liste, muniti della prescritta documentazione, abbiano fatto ingresso nei locali del Tribunale”. Chissenefrega se poi si sono dimenticati di consegnarle, se ne sono andati e non han fatto più ritorno. Loro c'erano entrati in Tribunale, anche solo per andare al cesso, e questo basta.

Oppure, quando la legge dice che le firme devono essere certificate e il timbro dell'autorità certificante deve essere ben leggibile. Beh, è troppo cavillosa. Che sarà mai un timbro illeggibile? Se non è leggibile, lo si renderà leggibile. Che sarà mai un'autorizzazione non autorizzata? Se non è autorizzata, si autorizzerà. E quindi la norma deve essere così interpretata: “le firme si considerano valide anche se l'autenticazione non risulti corredata da tutti gli elementi richiesti dall'articolo 21, comma 2, ultima parte, del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, purché tali dati siano comunque desumibili in modo univoco da altri elementi presenti nella documentazione prodotta. In particolare, la regolarità della autenticazione delle firme non è comunque inficiata dalla presenza di una irregolarità meramente formale quale la mancanza o la non leggibilità del timbro della autorità autenticante, dell'indicazione del luogo di autenticazione, nonché dell'indicazione della qualificazione dell'autorità autenticante, purché autorizzata”. Tradotto: le firme sono valide anche se non sono valide. Ecco, questo è molto più ragionevole e molto più chiaro. Direi: l'interpretazione oggettivamente più corretta della legge.

Lo stillicidio dura una giornata intera. Decreto legge sì, decreto legge no. Lo fanno, non lo fanno. Consiglio dei ministri sì, consiglio dei ministri no. Lo faranno, non lo faranno. Poi, a tarda sera, Berlusconi rompe gli indugi e convoca tutti a Palazzo Chigi. Ci mettono 35 minuti a scriverlo, questo decreto legge di tre paginette in quattro punti. Anzi, 35 minuti è quanto è durato in totale il consiglio dei ministri. Tolti i convenevoli, la stesura del testo ha occupato dai 10 ai 15 minuti. Poi i ministri della Repubblica italiana in nome del popolo italiano si sono alzati in piedi soddisfatti, hanno tirato un sospiro di sollievo per il buon lavoro fatto e hanno presentato il conto a Napolitano. Il quale, si dice, sempre da fonti anonime che non rivelerò, stesse aspettando con impazienza fuori dalla porta con la penna in mano. Chi l'ha visto racconta di un Presidente pallido e sudato, teso all'inverosimile, ansioso di apporre l'augusta firma. Ha tentato persino di entrare nel bel mezzo del consiglio dei ministri per assicurarsi che tutto stesse procedendo in modo spedito, ma le guardie l'hanno fermato e l'hanno calmato. Non c'è bisogno Presidente, vedrà che se la sbrigano in un attimo. Abbia un po' di pazienza. E allora voi dovete immaginare la sua faccia quando la porta finalmente si è aperta, dopo un'attesa infinita di 35 minuti, ed è apparso Angelino Alfano con il volto radioso, l'occhio leggermente strabico dalla fatica e il decreto legge fresco di stampa tra le mani. Un capolavoro d'arte italiana. Nel vero senso della parola. Un decreto legge che riesce a stravolgere una legge senza cambiarla. Un colpo di classe. Degno della più grande tradizione del genio italico.

Ci ha messo un nanosecondo, il Presidente, a firmarlo in nome del popolo italiano. Si è avventato con furia sul povero Angelino, che s'è preso pure un po' di spavento, gli ha strappato di mano il decreto legge e l'ha firmato lì su due piedi, appoggiando il foglio sulle spalle capienti di Bondi. Poi, distrutto dalla tensione, si è accasciato al suolo, disfatto ma soddisfatto. Era quasi mezzanotte. Non aveva mai tirato certe ore, si capisce.

Poi se n'è andato a dormire e la mattina seguente, quando ha aperto la posta elettronica del Quirinale, si è trovato la casella intasata di insulti. S'è preso un colpo. Ma come? Invece di ringraziarlo per aver brillantemente battuto ogni record di apposizione di firma a decreto legge “ad partitum”, nuova competizione olimpica appena introdotta in suo onore, c'era qualche birichino che si divertiva a dissentire. E allora dovete immaginarlo, Giorgio, in vestaglia, che proprio gli girano i cinque minuti, prende carta e penna e decide di rispondere seccato. Per dare una lezione di democrazia a questi ignoranti e trogloditi che non sanno apprezzare l'equilibrio del più saggio capo dello stato degli ultimi sessantanni. Così come aveva fatto con quel poveretto che per strada gli aveva chiesto gentilmente di non firmare il lodo Alfano. O forse era qualche altra legge porcata. Ma non importa. Lui se l'era presa come non mai. Si era raddrizzato tutto indispettito e aveva tenuto al malcapitato una lezione di diritto costituzionale. Che s'ha dda fa pe' campà. E poi se n'era andato scuro in volto. Ma gli aveva proprio rovinato la giornata, quella cosa. E adesso di nuovo. Altre mail di dissenso. No, questa non passa. Ci vuole una risposta ufficiale sul sito ufficiale del Quirinale. Come fanno i giovani. Che chattano su internet.

E ora voglio tornare serio per un attimo. Perché qui c'è proprio poco da scherzare. Il testo della risposta data da Giorgio Napolitano rimarrà come una ferita nera nella storia della Repubblica italiana. Perché è una risposta assolutamente inaccettabile per chi ha come primo dovere quello di essere il massimo rappresentante della Costituzione, ovvero il garante della legalità e dello stato di diritto. E' una risposta che certifica nero su bianco l'alto tradimento compiuto dal Capo dello Stato. Un alto tradimento che è ancora più indecente perché consumato nell'assoluta convinzione (questo glielo concedo) di essere dalla parte del giusto, di star davvero facendo il bene del paese.

Prima di iniziare la sua lettera, Napolitano cita due email che gli sono arrivate. Due email che dovrebbero rappresentante gli opposti stati d'animo, egualmente degni di considerazione, di due esemplari di cittadini. Quello che chiede al presidente di non firmare perché non venga calpestata la legge e quello che gli chiede invece di firmare perché non venga negato il diritto di voto. Napolitano le posta in incipit, come a dire: vedete tra quali due opposte necessità apparentemente inconciliabili ho dovuto trovare una mediazione? Peccato che il presidente non si accorga che la lettera della signora M. Cristina Varenna che chiede “di fare tutto quello che lei può per lasciarci la possibilità di votare in Lombardia. Se così non fosse, sarebbe un grave attentato al diritto di voto” è indirizzata al destinatario sbagliato. Ciò che ha attentato al diritto di voto della signora Varenna non è stato nessun mezzuccio sporco dell'opposizione, non è nessun giudice comunista: è stata solamente l'insipienza e la dabbenaggine dei suoi rappresentanti politici.

Un presidente della Repubblica serio avrebbe dovuto semplicemente rispondere alla signora con un paio di righe: “Cara signora, io non ci posso fare niente. Se la prenda con chi pretende di rappresentarla politicamente, ma non riesce nemmeno a mettere assieme un numero congruo di firme valide. Cordiali saluti”. E invece no. Napolitano accoglie l'appello disperato della signora Varenna e spiega: “Erano in gioco due interessi o "beni" entrambi meritevoli di tutela: il rispetto delle norme e delle procedure previste dalla legge e il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi”.

E no, caro Napolitano. Questa è disonestà intellettuale. Nessuno ha mai negato a nessuno il diritto a votare. Tutti i vari partiti politici sono stati messi nelle condizioni di partecipare alle elezioni. Tutti hanno avuto il tempo necessario per raccogliere tutte le firme possibili e immaginabili. Poi se qualcuno, non avendo rispettato le regole, è stato giustamente squalificato dalla competizione, questa è un'altra storia. Come dire: sono passato col rosso andando al lavoro perché ero in ritardo. Sono in gioco due interessi entrambi meritevoli di tutela: il rispetto delle norme del codice della strada e il diritto dei cittadini di andare a lavorare. Oppure: sono stato bocciato all'esame, perché invece di studiare sono andato a fare la settimana bianca. Sono in gioco due interessi entrambi meritevoli di tutela: il rispetto delle norme scolastiche e il diritto dei cittadini a prendere un periodo di ferie. Oppure: ho accoltellato il mio vicino perché ascoltava la televisione a volume troppo alto. Sono in gioco due interessi entrambi meritevoli di tutela: il rispetto delle norme del codice penale e il diritto dei cittadini a dormire senza essere disturbati.

Ma sicuramente il Presidente non sarebbe in accordo con questi esempi paradossali (paradossali fino a un certo punto). Si inalbererebbe e mi rinfaccerebbe di essere un ignorante del diritto che non ha capito niente. Assolutamente niente. Come ha fatto con quel cittadino per la strada. Perché questo è un caso eccezionale. Stava per essere esclusa dalla competizione elettorale “la lista del principale partito di governo”! Capito? Il principale partito! E questo, dice il Presidente, non era “sostenibile”. Mi sono soffermato a lungo per cercare di comprendere cosa intendesse Napolitano con questo termine oscuro, “sostenibile”. E me lo sono immaginato mentre tentava di trovarne uno che potesse andare. Non è “possibile”, “pensabile”, “immaginabile”, “accettabile”, “ammissibile”, “proponibile”. No. Troppo sfacciato. Devo trovare un termine più soave. Un termine ambiguo, che si presti a varie interpretazioni, o ancora meglio, uno che non vuol dire niente, ma che mi permette di concludere la frase senza dare troppo nell'occhio. Sostenibile. Chissà da dove gli è venuto fuori. Perché “sostenibile”, davvero, in quella farse, proprio non c'entra. “Sostenibile” nel senso che non si poteva sostenere, ovvero asserire, affermare? No. Non ha senso. “Sostenibile” nel senso che non si poteva sostenere, ovvero sorreggere, sopportare? Mah. Con uno sforzo d'immaginazione, forse. “Sostenibile” nel senso che non si poteva sostenere, ovvero, avallare, appoggiare? Boh. In ogni caso, è confortante sapere che la decisione di escludere il principale partito politico di governo, anche se a norma di legge, non era “sostenibile”. E tanto basta. Sempre una parola chiara, quando serve. Come è confortante sapere che il Capo dello Stato, novello Don Abbondio, quando c'è da scegliere tra il salvaguardare il rispetto della legge e il tutelare i diritti del più forte (il principale partito di governo), scelga, senza farsi troppi problemi, di far cartastraccia della legge e di dar ragione al più forte.

Io credo che Napolitano nemmeno si sia reso conto della gravità delle sue parole, prima ancora che del suo comportamento. Perché qui non si tratta di criticare il fatto che lui abbia firmato con la velocità di un segugio un decreto legge vergognoso presentato dal principale partito di governo per favorire il principale partito di governo. No, questo non c'entra. Anzi, è un dettaglio perfino trascurabile. Ciò che è gravissimo e che rende, secondo me, le parole di Napolitano eversive e, ripeto, un atto di alto tradimento del sistema democratico che lui stesso invece dovrebbe rappresentare, è il fatto che Napolitano abbia confessato senza alcun timore di aver appoggiato, suggerito, favorito e fortemente sostenuto questo decreto legge “interpretativo”. Questo sì è stato “sostenibile”. Dice senza alcun pudore: “I tempi si erano a tal punto ristretti - dopo i già intervenuti pronunciamenti delle Corti di appello di Roma e Milano - che quel provvedimento non poteva che essere un decreto legge”. Tradotto: bisognava fare in fretta ad aggirare la legge. Non si poteva perdere altro tempo.

Si tratta, per carità, di una vicenda penosa e misera, nella sostanza. Alla fine, chissenefrega se Formigoni e la Polverini sono stati riammessi. Che vincano pure. Non sarà sicuramente l'esclusione della Polverini a cambiare le sorti del paese. Ma la forma. La forma con cui questo scempio è stato compiuto è indecente. Si tratta di un precedente pericolosissimo. La legge considerata come un'inutile cavillo e piegata dunque all'interesse del più forte. Con l'avallo del presidente della Repubblica.

Il quale avrebbe solo una cosa da fare: rendersi conto dell'enormità compiuta, chiedere scusa agli Italiani per aver calato le braghe in tutti questi anni di fronte a Berlusconi in ogni quando e in ogni dove e rassegnare immediate dimissioni. Perché questa è una ferita al sistema democratico che difficilmente sarà cancellabile. Una ferita che, come molti hanno sottolineato, assomiglia tanto alla firma che il re Vittorio Emanuele III appose legittimando la marcia su Roma di Mussolini. Avrebbe potuto opporsi in nome della legge. Non lo fece per andare incontro alla volontà del popolo. Ora, poiché, come si sa, “la storia si ripete sempre due volte, la prima in forma di tragedia, la seconda in forma di farsa”, le due situazioni non sono nemmeno paragonabili, nella sostanza. Ma la forma. La forma è paurosamente simile.

Sono tempi bui. Mai nella storia repubblicana (a parte il ventennio) il diritto era stato calpestato con tanta protervia e impudenza. Sono segnali bruttissimi, che non lasciano presagire nulla di buono. D'ora in poi, chiunque potrà avere il diritto di svegliarsi da un giorno con l'altro e presentare un decreto legge per legalizzare l'illegalità in nome di qualche fantomatico diritto. Chiunque potrà sentirsi autorizzato a non pagare la multa pur essendo passato col rosso, a pretendere di essere promosso pur non avendo studiato, a dormire tranquillamente pur avendo accoltellato il vicino. Sempre che, prima, s'intende, abbia avuto la ventura di diventare il presidente del maggior partito di governo.

giovedì 18 febbraio 2010

Sapevo del patto tra Stato e Provenzano dal 1996


Parla Alfonso Sabella, il magistrato "stritolato dalla trattativa", come lo definì Marco Travaglio in un'intervista di qualche tempo fa su Il Fatto Quotidiano. Parla alla presentazione a Roma del libro "Il Patto" di Nicola Biondo e Sigrifdo Ranucci (1 febbraio 2010). Il libro che per la prima volta si addentra nelle carte del processo Mori-Obinu e racconta la storia incredibile di Luigi Ilardo, mafioso della famiglia di Piddu Madonia, confidente segreto del colonnello Michele Riccio, infiltrato in Cosa Nostra con il preciso obiettivo di condurre i Carabinieri alla cattura di Bernardo Provenzano, il capo indiscusso di Cosa Nostra dopo la cattura di Salvatore Riina. Quando Ilardo però, il 30 ottobre 1995, li porterà proprio all'uscio della masseria di Provenzano, dai vertici del Ros arriverà l'ordine di fermarsi e non intervenire.

Oggi, i verbali di Massimo Ciancimino rimettono insieme i pezzi mancanti del puzzle e spiegano il perché di questa come di un'altra serie impressionante di coincidenze inquietanti. Parla Sabella e dice cose pesantissime e inedite, ma con la calma e la pacatezza che lo cottraddistinguono. Dice che in realtà anche prima delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino si poteva sapere come erano andate davvero le cose. Lui e i suoi colleghi di Palermo, all'epoca delle indagini successive alle stragi, già avevano capito tutto. Ma non c'erano nè le condizioni giudiziarie, nè quelle politiche per poter giungere alla verità. Eppure era tutto troppo chiaro. Ora, dice Sabella, dopo 17 anni, sembrano esserci finalmente le condizioni giudiziarie. Quelle politiche, purtroppo, ancora no. E per quelle, si spera di non dover attendere altri 17 anni.

Di seguito i passi salienti del suo intervento.


Io sapevo

Quello che adesso sta emergendo, io come altri colleghi della procura di Palermo lo sapevamo già almeno dieci anni fa. Facciamo dodici. (…) Il patto non è stato uno, i patti sono stati tanti. Il primo aveva avuto dei tentativi di accordo, dei tentativi di trattativa, dei patti conclusi, dei patti che non hanno avuto buon esito e così si è andati avanti, almeno per quel che mi riguarda, a cavallo tra le stragi di Capaci e Via D'Amelio, probabilmente già prima della strage di Capaci, fino ai giorni nostri. (...) Queste cose erano già uscite nel lontano 1996, dopo la cattura di Giovanni Brusca. Brusca io l'ho interrogato tantissime volte, più di un centinaio, sono quello che l'ha catturato, quello che l'ha convinto a collaborare, quello che ha raccolto le sue dichiarazioni, ero in qualche modo il suo magistrato di riferimento. (…) Parlando con me mi ha raccontato del papello. Quello che adesso viene fuori dal papello, per esempio, il primo punto del papello, la revisione del maxiprocesso, non avevo bisogno di saperlo dal papello, perché lo sapevo già dal '97 quando Brusca mi aveva detto che l'unica cosa che interessava a Salvatore Riina era la revisione del maxiprocesso. Del resto, i mafiosi non hanno un'etica, (…) gli interessa soltanto due cose: potere e denaro. Denaro e potere. Non hanno nessun altro interesse. (…) E chi decide di trattare con questa gente si deve assumere le proprie responsabilità. Probabilmente adesso ci sono le condizioni giudiziarie perché si faccia luce su queste cose. Ma non ci sono certamente le condizioni politiche. A questo punto dicono: “Tu sei un magistrato, sei soggetto solo alla legge”. Secondo una certa equazione che ho visto all'inaugurazione dell'anno giudiziario, il magistrato è soggetto alla legge, le leggi le fa il parlamento, il magistrato è soggetto al parlamento. Del sillogismo mi sfugge qualche pezzo, probabilmente c'è qualcosa della logica che non riesco a comprendere bene, però questo è il sillogismo del nostro ministro. Fin quando un magistrato viene messo nelle condizioni di svolgere il suo lavoro e di essere giudice solo soggetto alla legge, le cose stanno in un certo modo, quando questo non si verifica, probabilmente le cose vanno in un modo un pochino diverso...

Paolo Borsellino era l'ostacolo principale alla trattativa

Ci sono stati punti oscuri. Io continuo a battere sulla mancata perquisizione del covo di Salvatore Riina. (…) Io con le cose che ho trovato in tasca a Bagarella ci ho arrestato 200 persone. Mi chiedo: che cosa si poteva fare con quello che avremmo trovato a casa di Salvatore Riina? Stiamo parlando del capo dei capi di Cosa Nostra. Questa è una cosa che nessuno sa, una chicca. La certezza che quella casa fosse la casa di Riina si è avuta soltanto per caso, perché non c'era alcuna prova, avevano imbiancato tutto, con i Carabinieri del Ros che avevano assicurato che avrebbero controllato quel covo con le telecamere. La certezza si è avuta soltanto perché in un battiscopa era finito un frammento di una lettera che Concetta Riina, la figlia di Riina, aveva scritto a una compagna di scuola. Soltanto per caso. E' l'unica cosa che si è trovata. (…) Non è una cosa da sottovalutare. Perché secondo me è la chiave di lettura del patto che è raccontato in questo libro. Ovvero un patto che viene stipulato, concluso, sottoscritto. Mi assumo le mie responsabilità di quello che dico: patto da cui verosimilmente si determina la morte di Paolo Borsellino, perché Paolo Borsellino molto probabilmente viene ucciso a seguito di questo patto.

Ricapitoliamo. Viene ammazzato Giovanni Falcone, c'è un movente mafioso fortissimo per la strage di Capaci. Falcone è l'uomo che ha messo in ginocchio Cosa Nostra, che l'ha processata, che l'ha portata sul banco degli imputati, l'ha fatta finalmente condannare (sentenza del dicembre dell'86). Il 30 gennaio 1992 (perché le date sono importantissime) viene confermata dalla Cassazione la sentenza di condanna all'ergastolo per la cupola di Cosa Nostra. (…) Al 30 gennaio c'è la sentenza. Falcone in quel momento è al Ministero e viene accusato da Cosa Nostra di aver brigato, di aver fatto in modo che quel processo non finisse al collegio della prima sezione della Cassazione presieduta da Corrado Carnevale. Il 12 di marzo viene ammazzato Salvo Lima. Salvo Lima è l'uomo, secondo tutti i collaboratori di giustizia, ancorché non sia mai stato processato e condannato per questo, che era il referente politico di una determinata corrente della DC in Sicilia per conto di Cosa Nostra. Ovvero era il canale tra la politica e Cosa Nostra. A questo punto è normale che i nostri Servizi si diano da fare. Quindi io credo che i movimenti siano iniziati già prima della strage di Capaci. E' soltanto un'ipotesi e null'altro. Sta di fatto che il 23 di maggio viene ammazzato Giovanni Falcone. Riina deve dire a Cosa Nostra che “questo cornuto” è morto, Cosa Nostra si è vendicata. Si prendono i classici due piccioni con una fava secondo i collaboratori di giustizia, perché Falcone viene ammazzato alla vigilia delle elezioni del presidente delle repubblica. In quel momento sapete benissimo chi era il candidato alla presidenza della repubblica (Giulio Andreotti, n.d.a.), persona che così, a seguito della strage di Capaci, non viene proposta e viene eletto poi un altro presidente della repubblica (Oscar Luigi Scalfaro, n.d.a.).

Tinebra ha creduto sempre a Scarantino, io mai

A questo punto ci sono quegli incontri di cui sta parlando Massimo Ciancimino. C'è un pezzo dello stato che va da Massimo Ciancimino e chiede: “Che cosa volete per evitare queste stragi?” Il messaggio a questo punto è arrivato chiaro allo stato. Noi stiamo eliminando tutti i nemici e gli ex-amici, quelli che ci hanno garantito delle cose che poi non ci hanno più dato. A questo punto arriva il papello. Il primo punto del papello è la revisione del maxiprocesso. (…) Ora abbiamo una vicenda inquietante. Il primo luglio del 1992 Paolo Borsellino viene convocato d'urgenza al Viminale dovi si incontra con il ministro dell'Interno di quel momento (Nicola Mancino, n.d.a.). Il ministro dell'Interno di quel momento negherà sempre di avere avuto quell'incontro, incontro confermato dall'altro procuratore aggiunto di Palermo, il dottor Aliquò, di cui si trova traccia nell'agenda di Paolo Borsellino. Quella trovata, perché una poi è stata fatta sparire e non s'è mai trovata, l'agenda rossa. Su quella grigia annotava dettagliatamente “Ore 18:00, Viminale, Mancino”. Che cosa succede in quell'incontro? Non lo sappiamo. Possiamo fare un'ipotesi. Allora, se al primo punto del papello c'è la revisione del maxiprocesso, chi è l'ostacolo principale alla revisione del maxiprocesso? Il giudice che insieme a Giovanni Falcone ha firmato l'ordinanza-sentenza di quel maxiprocesso. Ha un nome e un cognome e si chiama Paolo Borsellino. Ipotizziamo che a Borsellino venga proposto di non protestare tanto in caso di una revisione del maxiprocesso e Paolo si rifiuti, che cosa succede? Paolo muore. (...)

Non ho mai creduto che Pietro Aglieri fosse il responsabile dell strage di Via D'Amelio. Pietro Aglieri è stato condannato sulla base delle dichiarazioni di Scarantino. Scarantino era il pentito di cui mi occupavo io a Palermo. E' stato sempre dichiarato inattendibile, non l'ho mai utlizzato nemmeno per gli omicidi che confessava. Il dottor Tinebra l'ha utilizzato fino in fondo fino ad ottenere delle sentenze passate in giudicato. Io lo dicevo su una base logica. La strage di Via D'Amelio è talmente delicata che se l'ha fatta Riina, la doveva commissionare per forza ai suoi uomini più fidati, ovvero ai fratelli Graviano. Non poteva commissionarla a un uomo di Provenzano che è Pietro Aglieri. (...)

La mancata perquisizione del covo di Riina è la chiave di tutto

Paolo muore: due piccioni con una fava. Da un lato si alza il prezzo della trattativa dalla parte di Salvatore Riina, dall'altra parte si elimina l'ostacolo alla revisione del maxiprocesso. Perchè a Riina interessavo solo quello. Questa è solo un'ipotesi però vi assicuro che ci sono tanti elementi che vanno in quella direzione. E la prova poi ne è in quello che è raccontato esattamente in questo libro. Il Patto. Il patto (e questo lo dico invece senza il minimo problema) che invece è stato stipulato a quel punto tra lo stato e un'altra parte di Cosa Nostra, che non era più Salvatore Riina, ma la parte “moderata” che si chiama Bernardo Provenzano. Perché quello da cui bisogna partire è che Cosa Nostra non è un monolite. Cosa Nostra non era unitaria, Cosa Nostra già in quel momento aveva delle spaccature. (…) Il patto prevede questo. Da un lato Provenzano garantisce la cattura di Salvatore Riina (ho più di un elemento per dire che Salvatore Riina è stato venduto da Provenzano e non me lo deve venire a dire Ciancimno adesso: lo sapevo già). (…) Provenzano garantisce che non ci sarebbero state più stragi e infatti non ce ne sono state più, vengono fatte nel '93 dagli uomini di Bagarella, ovvero di Riina, fuori dalla Sicilia. Dall'altro lato ha avuto garantita l'impunità. Aveva avuta garantita la sua latitanza, come dimostra la vicenda Ilardo in maniera inequivocabile: una parte dell'Arma dei Carabinieri ha più che verosimilmente protetto e tutelato la latitanza di Bernardo Provenzano.

Ma perché Provenzano fosse in grado di mantenere questo patto, questa è la novità di quello che sto dicendo, probabilmente una delle richieste era che venisse consegnato Riina, ma non l'associazione. Anzi. Che l'intera associazione mafiosa dovesse passare nelle mani di Bernardo Provenzano. E' questa la ragione per cui a mio avviso non si perquisisce la casa di Riina. Perché nell'accordo Provenzano vende Riina, ma non vende l'associazione mafiosa. Tutto questo con il sigillo del nostro stato. L'impresa mafia. (...) Balduccio Di Maggio sarebbe quello che ha portato i Carabinieri a casa di Riina. Sappiamo benissimo (adesso Ciancimino lo dice) ma lo sapevamo già che non era così, perché i Carabinieri erano sul covo di Riina già prima che Di Maggio venisse arrestato, quindi figuriamoci... Se la magistratura di Palermo fosse entrata nel covo di Riina avrebbe non dico distrutto, ma avrebbe dato un colpo, se non mortale, quasi, all'associazione mafiosa.

venerdì 5 febbraio 2010

Quando eravamo giovani