giovedì 19 febbraio 2009

Il testamento di un visionario


Non ci ha capito niente.

Questo è il primo pensiero che è mi è balenato per la mente mentre riascoltavo il discorso d'addio di Walter Veltroni. Non ci ha mai capito niente, fin dalla nascita del PD, e continua a non capirci niente. A un certo punto lo ha ammesso lui stesso: "C'è qualche cosa di profondo nella società italiana, qualcosa che anche a me diventa difficile capire. Lo dico sinceramente..."

Mi è sembrato, ancora più che mai, l'uomo sbagliato al posto sbagliato.

Un uomo che ha parlato di tutto senza dire niente. Un uomo che non capisci se ci è o ci fa. Ha parlato di grandi ideali, ha citato Obama, ha parlato di un sogno di rinnovamento, ha citato Gramsci, ha parlato di vocazione maggioritaria della sinistra, ha citato Tomasi di Lampedusa, ha parlato di un cambiamento radicale dell'Italia. Sembrava il discorso di insediamento. Invece era quello d'addio.

Lo senti parlare e non capisci se faccia apposta o sia davvero un inguaribile sognatore, un leggiadro idealista trapiantato a forza nella politica italiana, come una ginestra sulle pendici del Vesuvio. Lo senti parlare e ti viene da provare una certa compassione, una forma di pietoso rispetto per un uomo incompreso da tutto e da tutti. Fa quasi tenerezza nella sua ingenuità. Parla con occhi sognanti dell'utopia di "un partito democratico che rappresenta e assume su di il destino dell'Italia, di un paese che prima o poi dovrà conoscere la stagione di un grande cambiamento".

Torna indietro con occhi languidi alla preistoria, al '96, anno in cui, secondo lui, sarebbe dovuto nascere il PD. Invece, con suo grande rammarico, è venuto alla luce solamente 12 anni dopo. Per morire di morte prematura dopo soli 16 mesi. Accusa Berlusconi di aver "occupato il potere per quindici anni", gli rinfaccia di aver stravolto il sistema di valori e di averli sostituiti con i disvalori. Sente profondamente, "mai come oggi, che l'Italia ha bisogno di un cambiamento radicale". Auspica un cambiamento, si augura che l'Italia prima o poi cambi, dice che il paese deve cambiare. Bisogna cambiare, serve un cambiamento, il senso comune deve cambiare. Change, change, change. Ripete questa parola all'infinito, fino all'ossessione. L'ha copiata da Obama e la ripropone in continuazione, forse per convincersi davvero. Fa il paragone con un film d'epoca del '59 per dimostrare che il paese è rimasto uguale, non è mai cambiato, in preda al ricatto delle raccomandazioni e ai privilegi.

E a rimorchio del cambiamento viene il riformismo. Altra parola che ripete fino alla nausea. Ci vuole un paese riformista. Dobbiamo puntare alla maggioranza con riformismo. Ci vuole un grande partito riformista. Se il paese non ha un governo riformista non cambia. Parla di una grande sfida del partito democratico. Ne parla come se stesse iniziando questa sfida e invece questa sfida è già morta.

Verrebbe da alzare la mano e chiedergli: "Ma scusa, Walter...". No, fa niente. Tanto non capirebbe. E' una battaglia persa in partenza. Parla per metafore. Parla di spiegare vele al vento "anche quando il vento è più basso in attesa che il vento diventi favorevole". Verrebbe da dirgli: "Scusa, Walter, ma che c... vuol dire?" No, lasciamo stare. Lui vive in un mondo tutto suo. Dice che si deve intraprendere una battaglia "casamatta per casamatta", che ci si deve riappropriare del paese. Forse non ha capito che la sua battaglia non sta per cominciare, ma è già finita.

Parla come se a capo dell'opposizione, per tutti questi mesi, ci fosse stata un'altra persona. E' incredibile. Dopo un po' che lo ascolti, però, quel senso di affetto verso un persona che pare tanto buona e indifesa viene meno e cominci e domandarti se non ti stia pigliando bellamente per i fondelli. Questo almeno è quello che io ho provato. Una grossa presa per i fondelli.

Non ha detto una parola sulle cause di una disfatta senza precedenti. Ha preso il PD al 33% e l'ha trascinato nel baratro del 24% in pochi mesi. Qualcosa che nemmeno se fosse stato Berlusconi a guidare il centrosinistra sarebbe riuscito a fare. Un crollo totale e senza attenuanti. E lui è lì ancora che parla di idee, che parla di cambiamento, che parla di riformismo, che parla, che parla, che parla, ma non si capisce a chi stia parlando. E' da mesi che parla a se stesso e pochi intimi. Tre quarti del partito non lo ascoltava. La stragrande maggioranza dell'elettorato non lo seguiva. E lui si illudeva di poter far crescere il partito, di farlo rinascere. Più perdeva consensi e più si convinceva che quella era la strada giusta.

Si toglie anche qualche sassolino dalla scarpa. Dice che questa sinistra deve smetterla di essere "salottiera, giustizialista e conservatrice". Una bella stoccata all'alleato più scomodo che esistesse, quello che Veltroni ha odiato più di tutti, più di Berlusconi stesso. Non ha detto una parola su questa ambiguità di fondo, che ha finito con il travolgere il suo partito. In Berlusconi ha sempre visto l'uomo con cui instaurare un dialogo, in Di Pietro l'uomo che, chissà come mai, gli fregava consensi.

Io non credo ad una parola di tutto ciò che ha detto Veltroni. E non ci credo perchè ho sotto gli occhi questi ultimi disgraziati dieci mesi di governo Berlusconi. Non ci credo perchè nemmeno Veltroni crede alle proprie parole. Un uomo che veramente crede alle cose che ha detto nel suo discorso d'addio non si comporta come ha fatto finora.

Sembra essersi accorto solo adesso che "Berlusconi incarna un sistema di disvalori che bisogna contrastare con ogni mezzo". Peccato che, quando vi è stata l'occasione di dimostrare sul campo questo fare battagliero, si sia sempre tirato indietro. Sempre. Quasi spaventato, intimorito, succube di paure insensate. Quando, per tornare alla preistoria, nel '94, proprio Veltorni aveva la possibilità di stroncare sul nascere l'ascesa egemonica di Berlusconi impedendo che entrasse in vigore il decreto con cui Craxi incostituzionalmente concedeva al cavaliere tre reti televisive, si è tirato indietro salvando il suo impero mediatico. Quando si è trattato di scendere in piazza contro lo scempio anticostituzionale del Lodo Alfano, si è tirato indietro. Ha preferito disquisire pacatamente, anzi ha esultato perchè in fondo era riuscito a strappare il Lodo al posto del decreto blocca-processi. L'ha vista come una mezza vittoria, lui. Esattamente il contrario di quello che dovrebbe fare una sinistra "non salottiera" e che va a cercare i consensi "di casamatta in casamatta".

Quando c'è stato da appoggiare il referendum contro il Lodo Alfano, non ha dato nemmeno una mano per raccogliere le firme. Si è tirato indietro, di nuovo. Per paura che il referendum si rivoltasse contro come un boomerang nel caso non si fosse riusciti a racimolare il quorum. Ma come può un grande partito che punta ad avere la maggioranza dei consensi dei riformisti avere paura di sostenere un referendum, che per altro ritiene giusto? Come può fermarsi di fronte ad un prima minuscola sfida? E se no, di che sfide va farneticando Veltroni? Come più pensare di cambiare il senso comune di un intero paese se non riesce nemmeno ad appoggiare una battaglia di legalità per paura di perdere?

Quando c'è stato da sostenere la magistratura, sotto attacco da parte del duo Alfano-CSM, si è tirato indietro. Quando c'è stato da scendere in piazza per sostenere le ragioni dei famigliari delle vittime della mafia si è tirato indietro. Quando c'è stato da battagliare sulla riforma della giustizia si è tirato indietro e ha preferito l'inciucio dello sbarramento al 4% in cambio di un via libera ai vergognosi decreti berlusconiani in materia di intercettazioni. Quando c'è stato da vincere una battaglia di principio sulla vigilanza RAI si è tirato indietro e ha ceduto alle solite logiche di potere. L'unica cosa che Veltroni ha saputo fare in questi dieci mesi è stato tirarsi indietro. Ritirarsi nell'ombra. Non ha caso ha creato un partito ombra. Per non disturbare il manovratore.

Se solo una piccola frazione dell'astio che ha dimostrato di provare nei confronti di Di Pietro l'avesse usata per contrastare in modo concreto l'avanzata di Berlusconi ora forse avrebbe qualche consenso in più e il PD sarebbe ancora vivo.

Si guarda intorno, Veltroni, smarrito, alla ricerca del colpevole. Chiede scusa, dice di non essere riuscito nel suo intento, ma non riesce a capire il perchè. La verità è che non ci ha mai capito niente. Fin dall'inizio. E continua a non capirci niente. Perchè è inutile che si guardi attorno: l'unico responsabile della disfatta è lui. Non c'è D'Alema che tenga. Non c'è Bersani che tenga. Non c'è Rutelli che tenga. Ha fallito in tutto, ma non se ne è ancora accorto. E ha fallito da solo, senza aiuti. Non si è accorto che, paradossalmente, le sue parole di addio sono l'atto d'accusa più grande contro la sua stessa politica. Il suo testamento è la conferma di un fallimento unilaterale di un progetto abortito in partenza.

E le cause del decesso non sono da cercare da nessuna parte.

Basta guardarsi allo specchio.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Parole santissime, non avrei saputo dire di meglio.

Manfredi ha detto...

Io credo che Veltroni sia un misto di sfiga e incompetenza. Con una notevole propensione per la seconda componente. Subire in questo modo l'agenda comunicativa di Berlusconi è infatti da incompetenti. E dimettersi il giorno della sentenza Mills è da incompetenti (diciamo così). Infatti il giorno dopo le prime pagine sono state per lui e non per l'avvocato inglese.

Anonimo ha detto...

Condivido pienamente.
Giunti a questo punto, a mio modesto avviso di strade democratiche per aprire gli occhi alla gente ne sono rimaste ben poche...
Bisogna iniziare a prendere in considerazione altre strade.
Qui non si tratta più di resistere, si tratta di vivere o morire.
Non vedo più alcun margine di manovra: per poter far arrivare il proprio messaggio alla popolazione bisogna prima passare al setaccio dei mezzi di informazione che, come sappiamo, sono stati totalmente arruolati dal re, di conseguenza passa solo quello che è funzionale al continuo lavaggio del cervello indispensabile al mantenimento dello status quo.
La gente oramai ha sviluppato una tale insensibilità a certe problematiche che non ascolta più niente, accetta punto e basta.
Ditemi voi cosa si può fare per cambiare lo stato di cose attuale...
Come fare arrivare il messaggio a chi ancora non ha il cervello in pappa, o meglio, a chi ancora riesce a conservare la sua dignità di persona e non si arrende all'idea di essere accomunato alla massa di persone che svende la propria anima per un piatto di lenticchie.
Proposte, proposte, proposte, ecco cosa ci vuole: di cosa stiamo morendo lo sappiamo benissimo, adesso dobbiamo curarci e, siccome il male è invasivo e mortale, la cura non può essere un'aspirina.
Siamo malati terminali, cosa può importare oramai se la medicina può portarci ancora prima alla morte? Moriremo ugualmente...
Almeno, con una cura d'impatto avremo una possibilità di sopravvivere.
Rifletteteci, bisogna raccogliere la parte ancora sana di questo paese, avere appoggi nelle istituzioni che contano, diffondere il messaggio, ristabilire una volta per tutte regole certe di democrazia, applicare le leggi, ecc,ecc...
Scusatemi ma a me non sembra che ci sia più niente da perdere.
Chi governa questo paese non lo fa a nome mio.

sR ha detto...

veltrony...

almeno ridiamo va!
:D