lunedì 9 marzo 2009

L'imperatore, Pasolini e quella pillola rossa


Racconta lo scrittore danese Hans Christian Andersen in una delle sue più celebri fiabe che, un giorno, un grande imperatore di un grande regno ricevette a corte due forestieri che dicevano di essere dei tessitori e di saper tessere la stoffa più incredibile mai vista. Non solo i disegni e i colori erano meravigliosi, ma gli abiti prodotti con quella stoffa avevano un curioso potere: essi diventavano invisibili agli occhi degli uomini che non erano all'altezza della loro carica o che erano semplicemente molto stupidi. L'imperatore credette alle loro parole e ordinò loro di confezionargli, con quella stoffa portentosa, un vestito nuovo per la Grande Parata. Pensava infatti che in questo modo avrebbe potuto riconoscere con facilità gli incapaci che lavoravano nel suo impero e avrebbe potuto distinguere gli stupidi dagli intelligenti! Immaginatevi lo sconcerto dei funzionari di palazzo che, inviati dall'imperatore a visionare i lavori di tessitura, si trovavano di fronte ad un telaio vuoto e, per non voler apparire stupidi o incompetenti, si mettevano ad elogiare le fattezze di una stoffa inesistente. E immaginatevi pure la faccia dell'imperatore quando, il giorno della Grande Parata, andò di persona a provare il magnifico vestito ma, per quanto si sforzasse, non riusciva proprio a vedere nulla. Anch'egli, per non apparire da meno, si mise a lodare la precisione del taglio e la lucentezza dei colori. E immaginatevi soprattutto la reazione delle persone del popolo che, ammassate sulle strade per accogliere l'arrivo del proprio imperatore, si accorsero immediatamente che, in realtà, il loro sovrano stava sfilando completamente nudo. Ma, non osando ovviamente confessare la propria stupidità, si misero tutti ad acclamare lui e il suo fantastico vestito nuovo. Solo un bambino, a un certo punto, non credendo ai propri occhi, esclamò: “Ma l'imperatore è nudo!”. Allora la voce si sparse e dopo un po' tutti si convinsero che effettivamente l'imperatore non aveva nulla addosso. Racconta Andersen che il sovrano rabbrividì perché capì che il bambino aveva ragione. Ma, essendo un tipo molto orgoglioso, decise di concludere lo stesso la Grande Parata drizzandosi ancora più fiero.

Questa, che sembra essere solo una simpatica storiella, contiene invece un messaggio fortissimo ed attuale e ci pone di fronte ad una domanda molto scomoda: le opinioni che noi abbiamo della realtà che ci circonda sono frutto di una interpretazione libera e critica della nostra intelligenza o sono invece solamente frutto di un auto-convincimento indotto? Siamo veramente liberi di avere un'opinione oppure inconsciamente siamo spinti a credere ciò che, per vari motivi (superficialità, pigrizia, passività, ignoranza, fragilità, ipocrisia...) vogliamo credere? La domanda è ostica perché mette in discussione un caposaldo del nostro vivere quotidiano: se le nostre azioni e il nostro modo di comportarci sono una conseguenza diretta delle nostre idee e del nostro modo di pensare e, qualora si scoprisse che queste idee sono in realtà tutt'altro che spontanee, ma suggerite e in qualche modo a noi imposte inconsapevolmente, chi potrebbe ancora dire con certezza che le proprie azioni sono frutto di scelte libere? Chi avrebbe ancora il coraggio di definirsi libero?

La questione è molto delicata e per niente banale. Che cosa significa veramente essere liberi? E' chiaro, per quanto appena detto, che il primo passo per poter affermare senza dubbio di agire e prendere decisioni in modo critico e indipendente da qualunque tipo di condizionamento esterno è riuscire ad avere opinioni il più possibile oggettive e vere sulla realtà che ci circonda. E chi ci fornisce gli strumenti necessari per poterci fare un'opinione? I mezzi di informazioni di massa, i cosiddetti mass media: giornali, radio e televisioni.

Uno studio recente ha mostrato come più dell'80% degli Italiani utilizzi la televisione come principale fonte di informazione. E' una percentuale talmente elevata che impone un'analisi profonda ed accurata della correttezza con cui le notizie vengono filtrate attraverso il tubo catodico. Lo schermo del televisore è uno specchio fedele della realtà o, in qualche modo, la realtà che passa attraverso di esso ne esce mutilata e deformata?

Un grande aiuto alla comprensione di questo problema ci viene fornito dalle riflessioni di uno dei più grandi intellettuali italiani del ventesimo secolo, Pier Paolo Pasolini, scrittore, poeta e regista, ma soprattutto attento osservatore degli ingranaggi che fanno muovere il potere e l'informazione. Pasolini, all'inizio degli anni Settanta, quando ancora la televisione era agli albori, già aveva di essa un'idea modernissima e ben precisa, che ancora oggi, anzi oggi più che mai, conserva intatta la sua forza e la sua validità.

Scriveva Pasolini: “Secondo me la televisione diventerà più forte di tutto e la sua mediazione ho paura che finirà per essere tutto”. Mai profezia fu più azzeccata. La statistica appena citata ne è la conferma. Oggi la televisione ha assunto un ruolo talmente determinante e invasivo nella percezione della realtà da parte del telespettatore che, per definizione, si è portati ad accettare e a dare per scontato che tutto ciò che viene detto attraverso lo schermo debba necessariamente essere vero.

E' vero perché l'ho sentito alla televisione”.

Quante volte sentiamo ripetere questa frase! L'ottica in cui siamo nati e cresciuti è questa: la televisione ti informa, la televisione ti accudisce, la televisione ti rallegra, la televisione ti svaga, la televisione ti occupa i tempi morti, la televisione ti dà tutto ciò di cui hai bisogno. Siamo arrivati ad un punto per cui la realtà vera è senza ombra di dubbio quella che passa in televisione. Una televisione che non solo filtra la realtà, ma in qualche modo la scompone e la ricrea a proprio uso e consumo. E se poi usciamo di casa e i nostri occhi vedono qualcosa di diverso da quello che ci è appena stato raccontato in televisione, se vediamo l'imperatore nudo, beh, è chiaro che sono i nostri occhi ad aver preso un abbaglio. La televisione non può mentire. Questo è il senso comune.

Ed è tanto radicato in noi questo modo di pensare che risulta assolutamente improponibile o ridicolo sospettare o semplicemente avere il dubbio che l'informazione televisiva sia distorta, manipolata e confezionata ad arte. Da cosa deriva questa sorta di riverenza, a pensarci bene incomprensibile e ingiustificata, nei confronti del piccolo schermo?

Pasolini ha la risposta. Pasolini aveva già capito tutto quarant'anni fa. In una memorabile trasmissione RAI dei primordi (1971), un giovanissimo Enzo Biagi, attorniato da altri intellettuali e filosofi, discute con Pasolini del ruolo della televisione, che si era imposta in quel periodo come mezzo di comunicazione di massa all'avanguardia. E' interessante seguire le poche battute dell'intervento, perché sono di una lucidità disarmante e forniscono una risposta chiara ai nostri quesiti.

Pasolini attacca: “La tv è un medium di massa e un medium di massa non può che massificarci e alienarci”. Biagi, un po' disorientato, gli fa notare come la loro discussione si stia svolgendo però con grande libertà e senza alcuna inibizione. Pasolini risponde che in realtà questo è solo apparentemente vero. Innanzitutto perché in televisione non si può dire tutto ciò che si vuole, non fosse altro che per una sorta di autocensura inconscia, che chiunque parli in televisione sperimenta. Ma soprattutto, ed è questo il punto fondamentale, perché “nel momento in cui qualcuno ci ascolta nel video” - dice Pasolini - “ha verso di noi un rapporto da inferiore a superiore, che è un rapporto spaventosamente antidemocratico. Le parole che cadono dal video cadono sempre dall'alto. Anche le più democratiche, anche le più vere, le più sincere”.

E' un'analisi spietata quella di Pasolini. Della televisione salva poco o nulla, perché ha compreso con lucidità quanto sia terribile il divario che separa i personaggi televisivi dallo spettatore. Non è e non può essere, per come la televisione è concepita, un rapporto democratico, alla pari. E' in realtà una relazione rigorosamente e pericolosamente univoca, a senso unico, dallo schermo al salotto, dall'alto al basso e mai viceversa.

Lo spettatore è per definizione ricettore passivo di presunte verità. Non può far altro che assorbire, assorbire e ancora assorbire senza avere i mezzi per poter rielaborare le informazioni ricevute. E perché dovrebbe farlo? La visione della tv si basa nella maggior parte dei casi su un atto di fede per cui ciò che viene detto all'interno di essa assume immediatamente una connotazione autorevole, inattaccabile, vera. Non c'è bisogno di alcuna conferma, di alcun riscontro.

Dice ancora Pasolini: “Ammettiamo che ci sia una persona assolutamente umile, un analfabeta, un ignorante, interrogato da un intervistatore. L'insieme della cosa, vista dal video, acquista sempre, fatalmente, un'aria autoritaria, perché viene sempre data da una cattedra. Parlare dal video è parlare sempre ex cathedra. Anche quando questo è mascherato da democraticità”.

Quanto siano vere ed attuali queste parole è dimostrato da molteplici programmi televisivi di oggi. La televisione del 2000 è monopolizzata, per fare un esempio, dai reality show, che propongono come modelli personaggi tipicamente molto ignoranti, volgari e che non mostrano nessuna particolare qualità. Una volta usciti dalla Casa o tornati dall'Isola diventano immediatamente icone nazionali, i più disparati programmi fanno a gara ad accaparrarsi la loro presenza, i giornali ne pubblicano interviste sui temi più disparati. Ecco la televisione che crea dal nulla e impone una realtà che non esiste grazie semplicemente alla propria posizione sopraelevata e “spaventosamente antidemocratica” di cui parla Pasolini.

E la cosa peggiore è che, secondo questa logica, anche “le cose più vere, le cose più sincere” diventano in qualche modo inaccettabili, semplicemente perché imposte senza possibilità di replica. Come è possibile, senza una propria rielaborazione personale, essere sicuri della giustezza e della validità delle informazioni che riceviamo? Se ci si pensa seriamente, non c'è alcun motivo per fidarsi ciecamente di ciò che i telegiornali ci propinano. Il nostro crederci sempre e comunque è un atto di buona fede che può trasformarsi in un atto altamente irresponsabile.

Nel film capolavoro di Peter Weir, L'attimo fuggente, il professor Keating, interpretato magistralmente da Robin Williams, incita i propri allievi a strappare le pagine di un testo scolastico che pretende di insegnare loro a misurare la bellezza di una poesia. L'atto è talmente scandaloso e rivoluzionario che crea inizialmente molto imbarazzo nella classe. Mai nessuno, prima di allora, aveva osato mettere in discussione la validità e le giustezza delle informazioni contenute in un libro. Un libro, per sua natura, costituisce qualcosa di alto, di perfetto, di completo, e qualunque cosa sia scritta sotto forma di libro riceve da essa immediato prestigio. E' esattamente quello che succede con la televisione. E' esattamente quello che succede con i giornali.

Ma cosa accade se, ad un certo punto, il professor Keating di turno viene a scombussolare le nostre granitiche certezze? Cosa accade se qualcuno viene a prospettarci l'ipotesi che i giornali e le televisioni siano tutt'altro che uno specchio fedele della realtà, ma anzi uno strumento di manipolazione di massa che risponde a logiche affaristiche di potere che nulla hanno a che fare con il rispetto per la verità dei fatti?

Rimaniamo giustamente scossi, come gli alunni di Robin Williams. Non ci sembra verosimile e tendiamo a rifiutare l'idea. Ma è a questo punto che tocca a noi. Siamo davvero disposti a rivedere le nostre convinzioni, anche quelle di cui non abbiamo mai minimamente dubitato? Abbiamo la forza di andare davvero a verificare come stanno le cose, anche se questo significa minare le nostre certezze? Abbiamo il coraggio, come il bambino di Andersen, di gridare che l'imperatore è nudo? Tutto ciò dipende dalla nostra coscienza critica, dalla nostra buona volontà e soprattutto dalla nostra onestà intellettuale. Dopo tutto, essere un cittadino libero significa innanzitutto essere un cittadino informato. E un cittadino è informato nel momento in cui può avere accesso alle fonti dell'informazione, senza inutili mediatori che possano alterare più o meno consapevolmente la verità.

In che modo è possibile accedere a tali fonti di “informazione pura”? Esiste qualche altro mezzo, oltre ai mass media tradizionali, attraverso i quali è possibile costruirsi una coscienza critica? Questo mezzo esiste e possiede delle potenzialità enormi. Si tratta della rete, del web, di Internet. Paradossalmente, però, l'Italia è uno dei pochi paesi in Europa in cui lo sviluppo della connessione al web è lenta e anzi, secondo le ultime statistiche, tende addirittura a regredire. L'Italia è uno degli ultimi paesi in Europa in quanto a connettività. Peggio di noi solo Grecia e Bulgaria. Secondo uno studio recente dell'Eurostat (dicembre 2008) solo un misero 31% di Italiani può accedere alla banda larga. Cifre imbarazzanti se confrontate con la media europea, a fronte di paesi come Olanda, Svezia, Finlandia, Norvegia, Danimarca, Germania e Inghilterra in cui la percentuale è ben al di sopra del 70% con punte dell'86%.

E pensare che la rete costituisce un bagaglio inestimabile di informazioni, da cui di fatto restano esclusi due Italiani su tre. Perchè Internet è così potente? Perchè su Internet si può trovare tutto e il contrario di tutto. Non c'è notizia, non c'è evento, non c'è parola che non si possa trovare facendo una semplice ricerca in Google o su Youtube. Tutto e il contrario di tutto: questo offre Internet. Un baraccone sicuramente sgangherato, confuso, pieno di insidie, ostico, in cui ci si può perdere, ma che, a saperlo utilizzare nel modo corretto, si trasforma in una fonte indispensabile per la ricerca della verità. E' evidente che niente di tutto ciò, per banali motivi di tempo e di spazio, può essere offerto da una televisione né tanto meno da un giornale. Come è possibile allora, nel mare magnum delle informazioni che Internet mette a disposizione, riuscire a discernere il vero dal falso, ciò che è giusto da ciò che è sbagliato? Non diventa Internet, nel suo offrire tutto e il contrario di tutto, un mezzo che semplicemente confonde le idee invece di chiarirle?

E' a questo punto che entra in gioco lo sforzo personale di ricerca della verità. Armati di una buona dose di onestà intellettuale è necessario addentrarsi nei meandri della rete per scovare il numero maggiori di informazioni possibili riguardo ad un certo argomento e, dopo averle passate al vaglio sotto una lente critica, farsi finalmente un'idea di come stanno realmente le cose. Il metodo è arduo e presuppone fatica, ma il risultato è tutt'altro che banale. E dopo tutto, non sta scritto da nessuna parte che essere cittadini liberi sia qualcosa di semplice. La libertà è qualcosa per cui si deve sudare, non cala certo dall'alto per volere divino.

Ricordate il film più di successo dei fratelli Wachowsky, The matrix? Ricordate la scena in cui il protagonista Neo è messo di fronte ad una scelta drastica? Pillola blu o pillola rossa? Ovvero: continuare a vivere come se niente fosse credendo di essere libero oppure svegliarsi dall'incubo e aprire gli occhi alla verità? Una verità dolorosa, che mostra un'umanità controllata da una mente superiore, che la condiziona anche nelle azioni più insignificanti. Internet costituisce oggi la pillola rossa, il mezzo con cui ogni cittadino può prendere coscienza della realtà e confrontarla poi con quella che gli viene propinata dalla televisione e dai giornali, che invece ci invitano subdolamente ad ingerire la pillola blu.

E' un esercizio molto divertente e istruttivo. La rete smaschera in un attimo tutte le bugie o le mezze verità che passano attraverso i media ufficiali. Ma perché i media ufficiali dovrebbero mentire? Ce lo spiega ancora una volta Pasolini: “Oltre alla vecchia ferocia dei campi di concentramento, della schiavitù, ecc..., c'è la nuova ferocia, quella che consiste nei nuovi strumenti del potere. Una ferocia così ambigua, ineffabile, abile, da far sì che ben poco di buono resti in ciò che cade sotto la sua sfera. Lo dico sinceramente. Non considero niente di più feroce della banalissima televisione. Il video è una terribile gabbia che tiene prigioniera l'opinione pubblica servilmente servita per ottenere il totale servilismo. Tutto viene presentato come dentro un involucro protettore col distacco e il tono didascalico con cui si discute di qualcosa che è già accaduto. Tutto ciò esclude i telespettatori da ogni partecipazione politica”.

Sono parole di denuncia fortissime: la televisione come mezzo per mantenere il controllo e il potere.Tutti sanno che in un regime il primo passo del dittatore è quello di assoggettare l'informazione e costruire una propaganda del consenso. Ma cosa succede negli stati cosiddetti democratici? Cosa succede, in particolare, in Italia? Succede, come è sempre accaduto, che la televisione diventa uno strumento nelle mani dei governi in grado di plagiare le coscienze, ma in modo soft, rassicurante. Il primo passo è quello di prendere coscienza di questa situazione. E per prenderne coscienza basta navigare in Internet.

Mi vengono in mente esempi recenti molto chiari ed evidenti. Da mesi in Italia impazza l'emergenza sicurezza, non passa giorno che un telegiornale ci informi dei dettagli più morbosi di un qualche stupro, di una qualche violenza, di un qualche omicidio. Negli ultimi tempi la situazione sembra alquanto peggiorata. La generica “emergenza sicurezza” si è trasformata in una vera e propria emergenza stupri. Sembra che l'Italia sia diventata improvvisamente un grande bordello a cielo aperto in cui tutti stuprano tutti. Anzi no. I Rumeni stuprano tutti. Il messaggio con cui i media ci bombardano da tempo è che sono loro la causa principale degli stupri in Italia: i Rumeni. Sull'onda emotiva alimentata dalle televisioni, la paura monta nella popolazione che tende ad essere sempre più insofferente verso questa etnia. Fateci caso. Ogni volta che c'è uno stupro, ancora prima di conoscere il colpevole, i sospettati sono sempre dei Rumeni. Tipico titolo di giornale: “Stuprata una donna all'uscita della stazione. Gli aggressori probabilmente sono due Rumeni”.

Domando: a chi giova sapere la nazionalità di un delinquente? Forse che uno stupro commesso da un Rumeno sia più grave di uno commesso da un Italiano o da un Francese? Perché insistere volontariamente in quel modo sull'etnia? A chi giova questo clima di paura? A chi interessa creare questa diffidenza nei confronti degli immigrati, e in particolare dei Rumeni?

La cosa interessante è che, se solo uno fa un breve giro in Intenet, alla voce “stupri in Italia” troverà probabilmente delle risposte sconcertanti. Innanzitutto, stando alle statistiche del Ministero dell'Interno, è chiaro che non esiste nessuna emergenza stupri. O meglio: la situazione odierna non è più preoccupante di quella che era per esempio qualche anno fa. Anzi. Il numero degli stupri nel 2008 è in calo in tutte le maggiori città italiane. A Roma, per esempio, c'è stata una riduzione significativa del 6,5%, a Bologna del 22%, a Milano addirittura del 27% rispetto al 2006. Ma c'è di più. Se si vanno a guardare le statistiche per etnia, si vedrà che incredibilmente il 61% di coloro che commettono violenze sessuali sono Italiani. La percentuale di Rumeni è attorno al 7%, seguiti dai Marocchini al 6%. Come la mettiamo allora?

Un altro esempio che mi viene in mente è il modo in cui i media stanno trattando la crisi economica attuale. Mentre l'America crolla e il suo crollo si ripercuote sull'intera Europa con fenomeni mai visti di licenziamenti di massa, mentre intere fabbriche chiudono mandando letteralmente sul lastrico migliaia di famiglie che si ritrovano “povere” da un giorno con l'altro, in Italia sembra che il problema si risolva in paio di fredde cifre astratte. La crisi è sostanzialmente riassunta nel concetto: “Il Prodotto Interno Lordo nel 2009 scenderà del 2%”. Pochi riferimenti o quasi alle disastrose conseguenze di un tale scenario. Quasi mai viene data la parola alle migliaia di persone che si ritrovano disoccupate dalla sera alla mattina. E la tendenza che viene fortemente suggerita dal governo è quella di “sdrammatizzare e non far apparire le cose più gravi di quel che sono”. Così ci appare che effettivamente la crisi sia qualcosa di impalpabile, che quasi non esista, finché non ci tocca in prima persona. Fa parte di quella “politica della rassicurazione” che i media tendono sempre ad imporre su impulso dei governanti.

E a ben vedere ce se ne sarebbe di spazio in tv per approfondire i risvolti più tragici di questa crisi che sta distruggendo migliaia di famiglie. Invece, si preferisce parlare di altro, specialmente di cronaca nera o, in generale di fatti che siano il più possibile morbosi e possano incollare il telespettatore allo schermo. Sappiamo tutto dei delitti di Cogne, conosciamo a memoria la pianta della casa in cui si è perpetrato il delitto, conosciamo i più intimi particolari della vita dei due fidanzatini killer Erika e Omar, per non parlare dei coniugi Olindo e Rosa. Sono diventati parte della nostra vita, ormai. Se ne discute nei bar, per strada, dal macellaio. Non sappiamo nulla invece, perché nulla ci viene detto, tanto per fare degli esempi, sulle cifre della corruzione dilagante in Italia, sulle spaventose cifre dell'evasione fiscale, sui processi che riguardano da vicino importanti uomini delle istituzioni, sui più o meno sporchi maneggi che si perpetrano nelle sale del potere.

Pasolini non riusciva a scorgere sostanziali differenze tra questo tipo di informazione, apparentemente democratica, ma di fatto fuorviante e deviante, e l'analoga propaganda fascista: “L'importante è una sola cosa: che non trapeli nulla mai che non sia rassicurante. L'ideale piccolo borghese di vita tranquilla e perbene si proietta come una specie di furia implacabile in tutti i programmi televisivi e in ogni piega di essi”.

La verità è che, se solo uno ha il coraggio di addentrarsi nella giungla di Internet per ottenere da sé le informazioni, scoprirà una realtà che molto spesso è radicalmente diversa da quella che ci viene proposta sul teleschermo o sui giornali. Ciò deriva dal fatto che i media tradizionali, per come sono concepiti, devono rispondere agli interessi di poteri forti che hanno tutto l'interesse a manipolare l'informazione in modo che certe notizie non vengano allo scoperto o vengano propinate in maniera distorta. Tutte le principali televisioni private sono gestite da grossi gruppi imprenditoriali, che hanno di solito interessi molto più estesi. E' chiaro che ogni notizia scomoda verrà limata, smussata, distorta e nei casi più estremi censurata per tutelare gli interessi dell'editore. Anche la televisione pubblica, che dovrebbe essere al servizio dei cittadini, non è immune da queste logiche, ma anzi è mantenuta sotto lo stretto potere dei partiti politici che controllano con meticolosità che nessuno sgarbo venga fatto alla propria parte. Stesso discorso per i giornali, i cui direttori, lontani dall'essere indipendenti, ma che si sforzano con ogni mezzo di apparire tali, devono rispondere a logiche politiche di spartizione del potere, essendo essi nominati da grandi gruppi editoriali che fanno a gara per apparire graditi a questo o a quel partito.

Una volta che si è compreso questo fenomeno ci si trova dapprima disorientati, ma subito dopo si torna a respirare un'aria nuova, di vera libertà. Non c'è niente di più gratificante che ricercare ed arrivare alla verità con le proprie forze, ragionando con la propria testa e facendo i conti con la propria onestà intellettuale. E' una piccola rivoluzione mentale che può stravolgere il proprio modo di vedere la realtà. Ma che è necessario affrontare nel momento in cui vogliamo definirci cittadini veramente liberi.

Citando ancora una volta Pasolini: “In televisione c'è chi pensa per voi. Da tutto ciò nasce un clima di terrore. Io vedo chiaramente il terrore negli occhi degli annunciatori, degli intervistati ufficiali. Non va pronunciata una parola di scandalo. Praticamente non può essere pronunciata una parola, in qualche modo, vera”.

8 commenti:

sR ha detto...

Commovente.
Penso sia il tuo miglior scritto di sempre.
Sei riuscito a condensare ciò che molti, tra cui io stesso, pensano.

Posso solo dire grazie.
Farò girare il più possibile questo scritto!

GRAZIE

Alfiere ha detto...

Eccellente analisi,sulla quale concordo in pieno.

Uno dei grandi vantaggi di internet è proprio quello di rieducare le persone al dubbio, di leggere delle informazioni ma di non prenderle come oro colato... sapere che possono essere parziali, confrontarle, dubitare. Tutte cose che con la televisione ci eravamo disabituati a fare.

E' curioso che tu tenda a scrivere sempre di più ed io sempre di meno :)

Federico ha detto...

Haha..è che l'avevo scritto per altri motivi e poi ho deciso di farne un post. Effettivamente è un po' troppo lungo.

Anonimo ha detto...

Davvero eccellente
E stato un piacere leggerti
e condividere completamente la tua analisi
davvero bravo
billy 55

fabrax ha detto...

hai scritto un bellissimo post, complimenti Federico

Anonimo ha detto...

La tv va spenta. Almeno, mio marito ed io l'abbiamo spenta. In tv guardiamo solo quello che vogliamo NOI (le comedies inglesi), non quello che altri vogliono che guardiamo. Mai sentito parlare degli stegocrati? antonella randazzo docet. C'è, in alto, sempre qualcuno che decide che notizia mandare e quale no. Verità dal video? ma mi faccia il piacere, direbbe qualcuno! e allora, perchè i partiti sono sempre così interessanti a mettere le mani sulla tv di stato? perchè mai dalla tv non ci arriva la verità di Stefano Montanari sugli inceneritori ma solo panzane?
gemma - brescia

Anonimo ha detto...

... Sono sbalordita: è uno dei più bei articoli che abbia mai letto e di sicuro il più interessante tra quello pubblicati nel tuo blog. I più sentiti complimenti (ps: l'articolo non è troppo lungo, è la gente e gli italiani in primis che si sono "dis-abituati" alla lettura, e questo anche grazie alla tanto odiata televisione).

Licia ha detto...

grazie..mi è stato di grande aiuto..