domenica 7 dicembre 2008

E' tornata l'Inquisizione


Ieri, 6 dicembre 2008, è stato uno dei giorni più neri e nefasti della "seconda repubblica".

Bene ha fatto il Vicepresidente del Consiglio Superiore della magistratura Nicola Mancino a dire che sono avvenuti "fatti sconcertanti". Perchè di questo si tratta: fatti sconcertanti. Peccato che Mancino si riferisse a tutt'altra cosa, e cioè alle perquisizioni disposte dalla procura di Salerno nei confronti dei magistrati di Catanzaro.

Sconcertante è che un personaggio come Nicola Mancino, che nasconde volontariamente uno degli episodi più oscuri della storia italiana, occupi una posizione tanto rilevante all'interno del sistema giudiziario italiano: di fatto il garante del funzionamento e dell'indipendenza della magistratura. Mancino tiene dentro di e si rifiuta di ricordare l'incontro avuto con Paolo Borsellino la sera del 1 luglio 1992, un paio di settimane prima che il giudice venisse fatto a pezzi.

Quell'incontro è sicuramente avvenuto. Lo testimonia il pentito Gaspare Mutolo, che Borsellino stava interrogando proprio quel giorno. Mutolo stava facendo rivelazioni sulla collusione del numero tre del Sisde Bruno Contrada e del giudice Signorino con Cosa Nostra. Mutolo ricorda che Borsellino dovette sospendere l'interrogatorio perchè chiamato d'urgenza dal ministro dell'interno Nicola Mancino. Quando il giudice tornò, dopo l'incontro col ministro, l'interrogatorio non fu più ripreso: Borsellino, racconta Mutolo, era talmente sconvolto che si fumava due sigarette alla volta. Tornato a casa, vomiterà, testimone la moglie.

Non solo. C'è anche la testimonianza del sostituto procuratore Vincenzo Aliquò che, insieme a Borsellino, stava interrogando Mutolo. Aliquò riferisce di avere accompagnato il giudice sino sulla porta del ministro Mancino. Ma c'è soprattutto la testimonianza di Paolo Borsellino stesso che quella sera, dopo l'incontro, annota sulla sua agenda grigia: ore 19:00 Mancino.

Cosa si sono detti in quell'incontro? Intanto, insieme al ministro, Borsellino si trova di fronte il capo della polizia Vincenzo Parisi e proprio quel Bruno Contrada che Mutolo qualche minuto prima gli aveva rivelato essere un burattino nelle mani di Cosa Nostra. In quell'incontro è stato prospettato a Borsellino di accettare e non ostacolare la sciagurata trattativa in corso tra lo Stato e Cosa Nostra. Riina da una parte, il Colonnello Mori dall'altra. Nel mezzo, l'intermediario Vito Ciancimino con tanto di "papello" firmato in calce da Totò Riina in persona. Dodici richieste indecenti (tra cui l'abolizione del 41 bis e la revisione del maxiprocesso), a cui lo Stato avrebbe dovuto inchinarsi per mettere fine alla stagione delle stragi. Borsellino opposte uno sdegnato rifiuto. Diciotto giorni dopo, del giudice, furono trovati solo dei brandelli di carne.

Mancino non ha mai negato, ma nemmeno confermato, che quell'incontro ci sia stato. Ha dichiarato più volte con grande sobrietà: "Non ricordo se, tra gli altri giudici che venivano ad omaggiarmi per la mia recente nomina a ministro, ci fosse stato anche Paolo Borsellino". Il neoministro dell'Interno che non ricorda di aver incontrato il magistrato allora più importante e famoso d'Italia, dopo la morte di Giovanni Falcone, in quel momento storico una sorta di icona nazionale. Questo sì è davvero sconcertante.

Ma a quali fatti fa riferimento il nostro Mancino, quando parla di "fatti sconcertanti"? Lo rivelano oggi tutti i giornali con quel malsano gusto morboso proprio della stampa italiana: le perquisizioni disposte dalla procura di Salerno si sarebbero spinte fino al punto di far alzare la maglia ed abbassare i pantaloni del pigiama alle 6 del mattino al pm Slavatore Curcio. I carabinieri avrebbero addirittura armeggiato negli zainetti dei figli. Questa sì che un'insolenza! Questo sì che va stigmatizzato! Gli zainetti dei figli mai! Ma siamo impazziti?!

Il delirio ha ormai contagiato tutto e tutti. Il Corriere parla di pm (al plurale) "perquisiti e denudati". Repubblica accusa: "Ecco il blitz scandalo: agli atti la sessualità dei pm". Un concerto aberrante di voci impazzite e faziose da cui è assolutamente impossibile difendersi. E' iniziata una manovra di accerchiamento evidente e spudorata per sputtanare l'operato della magistratura di Salerno, il cui procuratore generale Apicella ora, sulle pagine di tutti i giornali, è dipinto come un esaltato irresponsabile fuori di testa con chiari deliri di onnipotenza. Non solo dunque abbiamo assistito in un paio di giorni all'equiparazione delle colpe tra Salerno e Catanzaro. Ora ci tocca pure sorbirci il sorpasso di Catanzaro, che ne esce come una procura vittima di un pericoloso atto eversivo.

E' davvero troppo. La misura è colma da un pezzo.

Verderami e Panebianco dalle pagine del Corriere sputacchiato su Apicella e chiedono a gran voce una riforma immediata della giustizia, a partire dall'abolizione delle intercettazioni (cosa c'entra?). D'Avanzo dalle pagine di Repubblica rincara la dose e oggi se la prende addirittura con il consulente tecnico di De Magistris, Gioacchino Genchi. Sentite qua: "A dir la verità, il lavoro di De Magistris - anche prima dell'interruzione - è apparso inadeguato a dimostrare accuse costruite soprattutto e quasi esclusivamente con i tabulati telefonici raccolti dal suo misterioso e discusso consulente tecnico, Gioacchino Genchi, forse il vero dominus delle inchieste calabresi". Non c'è più in minimo di ritegno di vergogna.

Infangare anche la figura di Gioacchino Genchi è davvero inammissibile. Genchi risulta essere uno dei massimi esperti di intercettazioni telefoniche, un vero mago dei tabulati telefonici, ha lavorato per anni per i giudici dell'antimafia di Palermo, uomo di fiducia del procuratore generale Luca Tescaroli, quello dei processi per la stragi di Capaci e Via d'Amelio. Genchi è stato una delle figure più preziose per la ricostruzione delle responsabilità materiali di Cosa Nostra nella strage Borsellino. E' colui, tanto per dire, che ha dimostrato che l'utenza telefonica della madre del giudice era tenuta sotto controllo abusivo poco giorni prima della mattanza. E' colui che ha permesso di rintracciare la telefonata, partite 140 secondo dopo la deflagrazione, dal Castel Utveggio, centro dei Servizi segreti sotto copertura, verso una barca ormeggiata al largo del porto di Palermo dove stava ad attendere notizie Bruno Contrada, aprendo così scenari inquietanti su probabili infiltrazioni di servizi segreti deviati nella morte del giudice Borsellino.

D'Avanzo dovrebbe sciacquarsi la bocca prima di pronunciare il nome di Gioacchino Genchi. Invece, lo disintegra, senza per altro portare uno straccio di motivazione, con un "misterioso e discusso". Gli fa eco il compare Eugenio Scalfari, che pur dicendosi ignorante in materia, propone il suo collega d'ufficio D'Avanzo come fonte libera e attendibile sull'argomento. Se la cantano e se la suonano da soli. E poi osano parlare di conflitti di interesse.

Non ho ancora finito, ce n'è anche per altri, perchè la rabbia che suscitano questi avvenimenti supera davvero ogni tolleranza ammissibile.

Ce n'è per il poveraccio che si fa chiamare Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, e che auspica a gran voce una riforma della giustizia condivisa con il PD. Notizia di oggi: "Tra i personaggi in contatto con Antonio Saladino, principale indagato dell'inchiesta Why Not, ci sarebbe anche Settembrino Nebbioso, capo di gabinetto del Ministro della Giustizia Angelino Alfano". No comment.

Ce n'è per il Csm che, con una nuova indebita ingerenza, ha deciso all'unanimità il trasferimento per incompatibilità ambientale di Appicella e Iannelli, procuratori di Salerno e Catanzaro. Ci ha messo un paio di giorni per intervenire ed arrivare ad una decisione pilatesca. Una fulmineità imbarazzante e mai vista. Spiegabile solo con la volontà assoluta di insabbiare tutto nel più breve tempo possibile. Ha sanzionato in egual misura i due contendenti. Tutti uguali, tutti colpevoli. Come una mamma che, esasperata dai figli che litigano, li prende a schiaffoni tutti e due senza sentir ragioni, senza nemmeno voler sapere chi ha torto e chi no. Una decisione indecorosa, presa in fretta e furia su inammissibili spinte politiche. Un processo sommario, come ai tempi della Santa Inquisizione.

Erano riusciti con enormi sforzi a bloccare le indagini di De Magistris.
Ieri sono riusciti a bloccare anche chi indagava sulle indagini di De Magistrtis.
Un decreto di perquisizione di 1700 pagine ridicolizzato dal Csm come vaneggiamenti di un pazzo.

Ce n'è anche per l'Associazione Nazionale Magistrati guidata da Palamara, che si è affrettato a plaudire l'intervento repentino del Csm che, secondo lui, rimetterebbe immediatamente ordine nella giustizia, conferendole nuova credibilità. Nella migliore delle ipotesi, un viscido lecchino di palazzo.

Ma ce n'è soprattutto per il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, uno dei "re travicello" più inetti che la nostra disgraziata Repubblica abbia avuto il dispiacere di vedere. E' lui il vero mandante dell'abominio giuridico perpetrato ieri dal Csm. Non ha speso parola su quella indecenza che prende il nome di Lodo Alfano. Non ha fiatato. L'ha fatta passare firmandola in fretta e furia sfregiando la Costituzione che lui stesso dovrebbe difendere e rappresentare. E' stato assolutamente zitto e muto nel momento in cui De Magistris veniva calunniato e trasferito d'ufficio per capriccio di Mastella. Ora si è svegliato per intimare che quelle indagini troppo scottanti siano immediatamente rimesse entro i binari dell'insabbiamento. Ha urlato, sì è sbracciato, ha accusato.

Il Csm, ieri, ha eseguito.

P.S. Su facebook stanno organizzando una manisfestazione a favore di Luigi De Magistris. Iscrivetevi.

2 commenti:

Claudia ha detto...

E' una vergogna.
Davvero, non vengono altri commenti possibili.

sR ha detto...

Io, davvero, non so più che cosa pensare.
Studiare scienze politiche in Italia è come studiare da dietologo nel Darfur (con tutto il dovuto rispetto).
Sono sconsolato