lunedì 21 luglio 2008

Marcello, Silvio e la mafia (parte 4)

Tutti i fatti e le testimonianze riportati di seguito sono tratti dalla sentenza di primo grado dell'11 dicembre del 2004 da parte della II sezione penale del Tribunale di Palermo, che ha condannato l'imputato Marcello Dell'Utri a nove anni di reclusione.

CAPITOLO 4
Il sequestro del principe

E' appurato dunque che nei primi anni '70 a Milano si apre la stagione dei sequestri. A seminare la paura è un manipolo di uomini d'onore sbarcati nel nord Italia in cerca di fortuna. A quanto pare (lo riferiscono sia Buscetta che Mutolo), Cosa Nostra negli anni '60 aveva imposto un veto sui sequestri all'interno della Sicilia e, dunque, per forza di cose, gli interessi economici-estorsivi si erano riversati al nord, in particolare nella zona di Milano dove moltissimi imprenditori pieni di soldi e alle prime armi offrivano un'attrazione irresistibile. A capo dell'organizzazione criminale c'era Luciano Liggio, che assieme a Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti faceva parte del Triumvirato che reggeva le sorti di Cosa Nostra. Attorno a lui gravitavano tutta una serie di personaggi spietati e senza scrupoli come Pippo Contorno, i fratelli Grado, i fratelli Fidanzati, i fratelli Martello, Bernardo Brusca, Pippo Calò, Di Carlo, lo stesso Vittorio Mangano, ecc...

Un pentito, Giuseppe Marchese, uomo d'onore al servizio di Totò Riina e Leoluca Bagarella, parla di un intervento della mafia palermitana al fine di proteggere Berlusconi da un eventuale sequestro del figlio. La minaccia proveniva dalla mafia catanese guidata da Gimmi Miano.

"Avevano intenzione di sequestrare il figlio di Berlusconi, ma c'è stato un intervento dei paesani nostri (i corleonesi n.d.r.) che dicevano che Berlusconi era una persona che interessava a loro e su di lui non si potevano fare sequestri".

Su un possibile sequestro di persona ai danni dei famigliari di Silvio Berlusconi si esprime anche il pentito Gaspare Mutolo, uomo d'onore della famiglia di Partanna Mondello e presenza stabile nella Milano degli anni '70.

"Su questo progetto di sequestro ero interessato anch'io. C'era già un gruppo di persone pronte per sequestrarlo. Al progetto erano interessati Badalamenti, Bontate, Inzerillo, Riccobono. Insomma, tutti i capoccioni. Poi non se ne fece più niente. Addirittura siamo rientrati tutti e poi ho saputo che quell'impresario che aveva fatto Milano2 era entrato in contatto con alcuni personaggi importanti mafiosi e quindi Berlusconi era tranquillo ormai".

Anche il pentito eccellente Antonino Giuffrè, uomo d'onore vicino a Bernardo Provenzano, conferma la circostanza: "Nella metà degli anni '70 vengono fatti molto sequestri e uno degli obiettivi è il signor Berlusconi. Lui era molto preoccupato che qualcuno dei suoi famigliari fosse sequestrato".

Se il sequestro ai danni di Berlusconi non sarà mai portato a termine, va però ricordato che un altro sequestro sarà organizzato ad un suo amico e ospite nella villa di Arcore, il principe Luigi D'Angerio. E' la notte di Sant Ambrogio tra il 6 e il 7 dicembre del '74. Berlusconi tiene una cena nella villa da lui appena comperata e invita una serie di facoltosi e personaggi importanti. Tra di loro c'è pure il principe. Vittorio Mangano è presente insieme agli ospiti al tavolo. In seguito si accerterà che è stato proprio lui ad organizzare il sequestro.

Ricorda Mangano: "Io ero presente alla cena. Ero sempre lì con loro, con tutti. Anche mia moglie e i miei figli cenavano insieme. Poi sono andati via tutti gli invitati".

Questo particolare fa ben capire quanto Mangano nella villa di Arcore fosse ben più che un semplice stalliere, ma anzi presenziasse sempre a tutte le cene importanti e fosse trattato con rispetto al pari degli ospiti, come si conveniva "al rappresentante di Cosa Nostra ad Arcore". La circostanza di un Mangano presente al tavolo è stata riferita anche dallo stesso principe D'Angerio, ma stranamente negata da Fedele Confalonieri, anch'egli presente, che ricorda benissimo i dettagli della serata.

Racconta Confalonieri: "Era il giorno di S. Ambrogio. C'era una cena ed erano presenti il principe D'Angerio con la moglie e il figlio. Poi c'era un industriale di piastrelle con la moglie. C'era anche una signora accompagnata da una persona che diceva di essere parente della moglie del principe Vittorio Emanuele. Era la sorella di Marina Doria. Poi c'era un certo Attilio Capra, oltre naturalmente a Berlusconi con la moglie. C'era Dell'Utri, ma assolutamente non ricordo Mangano. Su questo sono tassativo. Io andavo ad Arcore tre volte alla settimana e non ho mai visto Mangano seduto a tavola con Berlusconi. Non c'era nessun fattore a tavola quella sera".

Come è possibile che il principe D'Angerio, nell'interrogatorio subito dopo il fallito sequestro, si dica certo della presenza del fattore, mentre Confalonieri nega decisamente? Chi sta mentendo? E soprattutto: chi dei due ha interesse a mentire?

Il sequestro in realtà fallisce. La scena è abbastanza rocambolesca. Verso la una di notte gli invitati escono dalla villa. C'è un nebbione tremendo. A poca distanza dalla villa l'auto su cui viaggiava il principe D'Angerio viene speronata e il principe viene costretto a forza a salire sull'auto dei rapitori, tra cui figurano i fratelli Grado. Durante la fuga però l'auto, immersa nella nebbia, sbanda. Alla guida c'è Pippo Contorno che guida come un pazzo e finisce contro un albero. Il principe riesce a scappare, mentre i sequestratori si danno alla fuga. L'unico che verrà arrestato sarà Pietro Vernengo, che aveva inavvertitamente lasciato sul luogo del misfatto la propria patente con nome falso ma foto vera.

Per far capire quanto quel sequestro fosse stato improvvisato e messo su "un po' alla buona", basti ricordare che il principe D'Angerio, pur essendo un principe, non navigava assolutamente nell'oro e non avrebbe mai, per sua stessa ammissione, avuto modo di pagare il riscatto. Berlusconi ovviamente capisce immediatamente che quel sequestro è stato organizzato da Mangano. Ma incredibilmente non lo denuncia, lo licenzia. Anzi. Sarà poi lo stesso Mangano che deciderà volontariamente di togliere il disturbo. Se non altro, questione di opportunità. Bellissima, al limite del comico, la telefonata tra Mangano e Confalonieri sulla questione.

Mangano: "Ho pensato di ritornare a Palermo. Sarà forse l'aria che non giova ai miei figli. Li vedo un po' palliducci".
Confalonieri: "Ma lei si preoccupa dei giornali? Se ne fotta! Anzi: per noi non ci sono problemi!"
Mangano: "Dottore, io la ringrazio della sua bontà. Però io ci tengo all'immagine di Berlusconi. E allora io me ne vado. Così i giornali ci danno un taglio".

Apprendiamo dunque che Confalonieri aveva addirittura consigliato a Mangano di restare a Milano e di non dar retta ai giornali. Per loro andava bene anche così. Cioè non avevano alcun problema a tenere in casa uno che gli organizzava rapimenti sotto il naso. Lo conferma lo stesso Berlusconi che dice di non ricordare se Mangano fosse stato portato via direttamente dalla Polizia o se ne fosse andato spontaneamente. Di certo lui non l'aveva cacciato.

Ma perchè Mangano avrebbe dovuto organizzare un sequestro ai danni di un amico di Berlusconi? Il motivo è semplice. Nel caso fosse andato a buon fine, Mangano avrebbe finto di fare da mediatore e, oltre a ricevere un adeguato compenso economico, avrebbe acquistato agli occhi di Berlusconi ancora più considerazione. La logica dunque era quella di cercare di attrarre ancora di più Berlusconi nell'orbita di Cosa Nostra. Nella quale, per altro, Berlusconi sembra trovarsi a suo agio. Mangano verrà arrestato il 27 dicembre del '74, ma la sua famiglia rimarrà a vivere ad Arcore. Mangano manterrà lì la propria residenza ancora per due anni, fino all'ottobre del 1976.

Quando poi tornerà a Palermo, i contatti con Dell'Utri non si interromperanno, pur essendo egli consapevole, per sua stessa ammissione, dalla caratura criminale del personaggio. Gli amici sono sempre amici, anche quando sbagliano.

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